Diego Gabutti, ItaliaOggi 11/2/2012, 11 febbraio 2012
Veniamo da un antistato marxleninista e filosovietico – Prima della seconda repubblica, non ci fu esattamente (o soltanto) la prima
Veniamo da un antistato marxleninista e filosovietico – Prima della seconda repubblica, non ci fu esattamente (o soltanto) la prima. Ci fu anche un’Italia dell’est: un antistato marxleninista e filosovietico, puro fascismo rosso, che dava dell’«antistato» all’Italia dell’ovest, quella atlantica e democratica. Quest’altra Italia, quella legittima, l’Italia moderata, era a sua volta un’Italia da dimenticare: un’Italia che alla demenza zdanoviana di Togliatti, il quale per esempio liquidava «come “raccolta di cose mostruose”, “errori e scemenze” e “scarabocchi” le opere di ventitre pittori, come Giulio Turcato, Pietro Consagra, Antonio Sanfilippo, non risparmiando neppure chi risiedeva nel Comitato centrale del suo partito come Guttuso», opponeva l’alata opinione del «sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Giulio Andreotti», che «auspicava: “Macché film realisti, facciamo film sulle virtù teologali e cardinali” e incitava gli artisti a una produzione al contempo “sana” e “attraente ». È quel che racconta Mirella Serri in questo suo terzo libro (dopo I profeti disarmati, Corbaccio 2008, e I redenti, Corbaccio 2009) sulla storia dell’intellighenzia italiana nel «secolo breve»: Sorvegliati speciali. Gli intellettuali spiati dai gendarmi 1945-1975, Longanesi, pp. 200, euro 17,00. È il ritratto dell’Italia dell’est dipinto dalle questure, che all’epoca del «culturame» (quando il ministro dell’interno Mario Scelba avrebbe mandato volentieri la Celere a disperdere anche le manifestazioni culturali oltre che a sedare i tumulti di piazza, s’infilavano «in appuntamenti e appartamenti “proibiti”», relazionavano «su raduni, meeting e manifestazioni di ogni tipo per intercettare le mosse e gli ordini che partono da Botteghe Oscure». Nel 1953 indagavano anche sulle caramelle avvolte in cartine che riproducevano la bandiera sovietica e che venivano offerte ai bambini. «Nell’italietta che emerge da questi rapporti», scrive Mirella Serri, «il braccio di ferro sembra quello fra Peppone e don Camillo. È come trovarsi in un piccolo mondo alla Guareschi, con le “guardie” che spiano appostate tra sacchi di caramelle, con il sottofondo dei cantanti e delle hit melodiche di successo». È l’Italietta dei «gruppi di lettura per fanciulle, come il Club delle ragazze», e «dei Circoli Ricreativi Culturali per i bimbi e le bimbe dagli 8 agli 11 anni, messi in piedi da signore e signorine aderenti all’Udi». Innumerevoli «gli intellettuali che si fanno irretire dalla sirena di Italia-Urss: Riccardo Lombardi, Emilio Sereni (che come responsabile culturale del Pci aveva abbracciato senza remore la dottrina di Zdanov), Umberto Terracini, l’editore Giulio Einaudi, la scrittrice Aleramo, l’italianista Luigi Russo, il pittore Guttuso, Ranuccio Bianchi Bandinelli, l’archeologo che, elegantissimo in divisa d’orbace ben tagliata, aveva scortato Hitler nella visita alle rovine del Foro Romano». Questi i film che si proiettano nelle sezioni: «Il deputato del Baltico (sui successi della rivoluzione russa), Si conobbero a Mosca (sull’amore in vista della rivoluzione), La grande svolta (sulla battaglia di Stalingrado), Il figlio del reggimento (sulla guerra contro l’invasore nazista), Il terzo colpo (sulla liberazione di Sebastopoli)» e poi «Il grande fiume russo Volga, Il palazzo dei pionieri di Tbilisi, Attraverso l’Ucraina Sovietica. In particolare il progresso tecnico-scientifico nei paesi socialisti viene pubblicizzato come invidiabile e irraggiungibile modello». Italo Calvino, «nel ruolo di cronista moscovita per l’Unità, non risparmia gli elogi e fa emergere l’Unione Sovietica come un campione internazionale di “uguaglianza, senso di comunità, devozione del popolo per i propri capi” e, come se non bastasse, “pure amore per la natura”». A mettere i brividi, in particolare, è quella «devozione del popolo per i propri capi», un ostentato e istintivo amore per i tiranni che ha marchiato a fuoco, attraverso i decenni, la sinistra italiana. Secondo «il filosofo Antonio Banfi», per esempio, «la “patria naturale” di Giordano Bruno e di Giuseppe Verdi “è a Mosca”», mentre un altro filosofo, Nicola Badaloni, «nell’elogiare la cultura sovietica la definisce “la Perfetta”». Francesco Flora, il grande italianista, assicura da parte sua che «le case di riposo nei kolchoz sono piene di libri come tutte le case dei contadini». Quanto a Luigi Bulferetti, storico genovese, «osserva che l’insegnamento del russo» nelle scuole medie inferiori e superiori «dovrebbe soppiantare l’inglese, dal momento che è destinato a rivelarsi di “migliore applicazione pratica”». Per dire a che cosa siamo scampati. E di quale eredità, poveri noi, siamo gravati.