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 2012  febbraio 11 Sabato calendario

LA CURA HA FALLITO TORNERA’ LA DRACMA

LA CURA HA FALLITO TORNERA’ LA DRACMA –

FINO a ieri l’altro, i mercati salivano e l’euro si rafforzava: tutti convinti che si sarebbe trovato un accordo su austerità e ristrutturazione del debito richiesti alla Grecia come condizione per la concessione dei 130 miliardi per evitare un default "disordinato" in marzo, quando scadranno 14 miliardi di titoli.

Poi l’accordoè slittato, di fronte a una richiesta di maggiori tagli e di un voto del Parlamento sul piano. C’è ancora tempo e probabilmente all’ultimo minuto un accordo si troverà, visto la posta in gioco: default "disordinato" è un eufemismo per "uscita della Grecia dall’euro".

Ma l’accordo, comunque, non sarà risolutivo. L’impressione è che il ritorno alla dracma sia ormai scontato e lo si voglia solo rimandare per dare tempo alla Bce di sistemare la liquidità delle banche europee con il secondo mega prestito illimitato all’1%, e all’Europa di cristallizzare il famoso fiscal compact in un nuovo Trattato, che dovrebbero isolare il resto dell’Eurozona dalla tragedia greca. Qualunque sarà lo scenario finale, la vicenda dimostra l’incapacità dell’Eurozona di gestire la crisi del suo debito e la debolezza della sua costruzione e delle sue istituzioni. Puntare solo sull’austerità per risolvere il dissesto delle finanze pubbliche si è dimostrato un errore. I tagli fanno cadere l’attività economica più del previsto, mancando gli obiettivi del piano, imponendo nuovi tagli, e innescando un circolo vizioso: in questi anni il debito/Pil greco è così salito dal 120% al 160%; ora si chiedono nuove misure per riportarlo al 120% nel 2020; e nonostante una ristrutturazione del debito che taglia del 70% il suo valore. Intanto, da tre anni il Pil crolla a un tasso medio del 4%: difficile immaginare che il governo greco continui a trovare sostegno politicoa una gestione così fallimentare della crisi.

Più probabile un default "disordinato", o un’uscita "concordata" dall’euro.

L’austerità, se non si può svalutare il cambio, implica la svalutazione dei salari nominali; e non potendo espandere la domanda estera, si può solo comprimere quella interna. Senza contare che la svalutazione incentiva il rientro dei capitali fuoriusciti e l’afflusso di quelli esteri a caccia di affari. Con l’euro, e in assenza di un sistema di trasferimento del reddito tra Paesi, il costo del risanamento cresce enormemente. Cosa che dovrebbe preoccupare anche noi italiani. La ristrutturazione del debito greco appare come un’inutile esercizio, per attenuare l’impatto del default sui conti delle banche. Inutile perché anche nel 2020 il debito sarà a un livello insostenibile; perché non evita il collasso del sistema bancario greco; e perché, come in un default "disordinato", precluderà per anni alla Grecia il ricorso al mercato dei capitali. Ed è anche costoso per l’Europa: dei 130 miliardi del piano, almeno 30 saranno destinati a nazionalizzare le banche; circa 40 a comperare titoli zero coupon per garantire il rimborso del capitale del debito emesso in sostituzione del vecchio; e ora si chiede pure l’accantonamento dei fondi per pagarne le cedole. Tutto questo solo per permettere alle banche (tedesche e francesi) di contabilizzare il nuovo debito come privo di rischio, e limitare le perdite sul vecchio debito al 50% del valore facciale (il resto delle perdite deriva dal valore attuale di una cedola di appena 3.6% per 30 anni). Tanto valeva lasciar fallire la Greciae usare i soldi pubblici per ricapitalizzare le banche di Francia e Germania; ma sarebbe stato politicamente imbarazzante.

C’è infine il rischio legato agli investimenti della Bce in titoli di Stato. Si è deciso che la ristrutturazione non riguardi i 55 miliardi di debito greco che la Bce ha acquistato sul mercato; e che verranno rimborsati alla pari, con profitto per la Bce, avendoli comperati a sconto. Ma questo trattamento privilegiato è un boomerang: nessun investitore vorrà più comprare debito di un Paese in crisi, se lo compra anche la Bce, per non dover pagare anche per lei, in caso di dissesto.