Paolo Valentino, Corriere della Sera 12/02/2012, 12 febbraio 2012
AMERICA 2012, NEL VENTRE DELLA «BESTIA». LA MACCHINA DI OBAMA PER LA RIELEZIONE —
La sera del discorso sullo Stato dell’Unione, il popolo di Barack Obama si è dato appuntamento davanti agli schermi in 2.700 watch-parties sparsi in tutto il Paese. Era già successo in occasione del cinquantesimo compleanno del presidente, il 4 agosto scorso. Altre mobilitazioni periodiche seguiranno, legate a date significative come il President’s Day in febbraio o il Memorial Day in maggio.
Sono le prove generali, in vista della battaglia campale di novembre. Mentre i candidati repubblicani si fanno del male, scorticandosi vivi in una letale faida per la nomination, scalda i motori la macchina da guerra concepita per difendere la Casa Bianca dall’assalto conservatore.
La «situation room» della campagna per la rielezione del presidente occupa l’intero piano di un grattacielo nella città del vento. Le finestre affacciano su Grant Park, luogo iconico della mistica obamiana: in quello spazio verde, delimitato dalle architetture dialoganti di Frank Gehry e Renzo Piano, venne celebrata la vittoria la sera del 4 novembre 2008. La sicurezza all’ingresso è severa. Pochi giornalisti sono stati ammessi a visitare il quartier generale di «Obama2012», che rimane circondato da un alone di mistero e di segretezza.
«Stiamo costruendo la bestia perfetta», dice accogliendomi con un sorriso Jim Messina, l’italo-americano che in primavera ha lasciato il posto di vice-capo dello staff alla Casa Bianca, per prendere in mano le redini di quella che si preannuncia come la più costosa e sofisticata operazione elettorale della Storia.
A 9 mesi dal voto, il presidente e il suo partito hanno già raccolto 240 milioni di dollari. Più di metà sono stati donati da persone che danno meno di 200 dollari a testa, un bacino di finanziatori senza precedenti. Quella che si prepara a entrare in azione sarà una «bestia» da 1 miliardo di dollari, il record assoluto di ogni elezione presidenziale. «Più importante è che il nostro sforzo sul terreno e l’uso della tecnologia faranno sembrare preistorica la campagna del 2008», precisa Messina, cauto sulle cifre e preoccupato dalle nuove regole sui finanziamenti, che non pongono più limiti ai contributi delle grandi corporation e delle lobby, tradizionalmente più vicine ai repubblicani.
L’enorme spazio aperto mescola l’immagine scapigliata e creativa che da sempre accompagna il «team Obama», con l’intensità e la disciplina che ne hanno fatto oggetto di studio. C’è un tavolo da ping-pong, blu con il logo ufficiale Obama2012, per i momenti di relax. Pupazzi di cartapesta che pendono dal soffitto. Qualcuno ha affrescato uno dei muri con un variopinto narvalo. Dietro la sedia di Ben Finkenbinder, uno degli ex ragazzi della sala stampa della Casa Bianca, c’è un «padding practice mat», una stuoia elettronica per esercitarsi a golf al chiuso: «Così non perdo l’abitudine», dice Ben, spesso compagno di green del presidente. A soli 27 anni Finkenbinder è responsabile per i media dell’intero Midwest e incarna la generazione dei veterani-bambini, i reduci della trionfale campagna iniziata nel 2007, che ora fanno da tutori a una nuova falange di giovanissimi.
Ma leggerezza, ironia e gioventù non devono ingannare. Sono appena passate le 9 del mattino e gran parte dei 300 attivisti pagati (il numero cresce ogni settimana) è già al lavoro. Affollato è il tavolo dei volontari, che ogni giorno si presentano spontaneamente a decine e regalano ore alla causa, telefonando agli elettori. Lo spazio più grande è per il field office, diviso per regioni, che coordina e assiste il lavoro sul campo degli uffici sparsi nei cinquanta Stati. Almeno altre 1.000 persone sono impiegate a tempo pieno a livello locale. Aumenteranno ancora nei prossimi mesi. «Abbiamo sul terreno, in tutto il Paese, gente che ha già lavorato per 4 o 5 anni nel nostro sistema, sa cosa fare, crede in questo presidente ed è perfettamente addestrata», spiega Messina. «È un meccanismo importante, né Romney, né Gingrich hanno in campo qualcosa del genere», aggiunge, riferendosi ai duellanti repubblicani in gara per la nomination.
Uno accanto all’altro seguono l’ufficio stampa, il design team che si occupa di creare poster, video, slogan e grafica, il financial team che muove la raccolta dei fondi. Poi ci sono i genietti del digital development. Quelli che hanno sviluppato l’arma segreta. Quattro anni fa, la vera novità fu MyBarackObama.com, un social network creato ad hoc che aprì alla campagna lo scrigno della rete, coinvolgendo attivamente milioni di giovani. «Ma allora Twitter era appena agli esordi e Facebook non aveva le dimensioni di oggi», osserva Michael Slaby, il guru responsabile dell’innovazione e dell’integrazione tecnologica. Questa volta, non ci sarà più un network separato, né bisognerà aprire un nuovo conto. La «cosa», i cui dettagli verranno svelati tra un mese, sarà una piattaforma in grado di utilizzare Facebook e Twitter, capace di adattarsi come una specie di applicazione polimorfa a un portatile, uno smart-phone, un computer o un tablet. Ogni contatto, ogni informazione sulle preoccupazioni e le priorità di chi viene contattato da attivisti e simpatizzanti sarà così a disposizione della campagna, che potrà quasi personalizzare il messaggio.
Pure, anche la macchina da guerra più devastante non può bastare da sola a far rieleggere un presidente. Tanto meno Barack Obama, appesantito da handicap difficili: il partito al potere ha sempre perso nelle ultime cinque volte in cui, a 8 mesi dal voto, l’inquilino della Casa Bianca partiva da un gradimento inferiore al 49%. Obama è stato per mesi al 46%, anche se ora è in netta ripresa. Più grave è che nessun presidente da Franklin D. Roosevelt in poi, sia stato mai confermato quando il tasso di disoccupazione era, com’è adesso, superiore all’8%.
Nessuno lo sa meglio di David Axelrod, l’architetto del trionfo del 2008, tornato un anno fa da Washington nella sua Chicago per fare la cosa che gli riesce meglio: disegnare una nuova strategia vincente. Il suo piano per il 2012 è semplice: «La gente è meno interessata alla lista delle cose che abbiamo fatto, che pure sono molte, di quanto non lo sia a come noi e i nostri avversari vogliamo affrontare le sfide economiche che affiggono la classe media. Siamo pronti a un dibattito molto vigoroso». Il tema conduttore, spiega Axelrod riprendendo le parole di Obama, sarà una società in cui «a ognuno viene offerta una chance, ognuno si carica il peso che gli spetta e tutti osservano le stesse regole». Contrapposta a uno scenario di crescenti disparità e disuguaglianze, dove «un piccolo gruppo sta sempre meglio e la grande maggioranza arranca a fatica».
Se basterà, nessuno può dirlo. Molte cose possono accadere da qui a novembre. Ma chiunque sia lo sfidante e qualunque sarà la congiuntura politica, economica e internazionale, Obama e i suoi strateghi non vogliono lasciare nulla al caso e nulla d’intentato. È l’ora di pranzo, mentre lascio il sesto piano di One Prudential Plaza. Nessuno è in pausa. Nessuno sta usando il tavolo da ping-pong o il tappetino per il golf. Sono tutti intenti ai loro schermi, pochi addentano un panino o sorseggiano da bicchieri di carta. La stanza di Messina si riempie per una riunione. Qualcuno chiude la porta al mio passaggio. La «bestia» non si ferma. È già in agguato.
Paolo Valentino