Federico Fubini, Corriere della Sera 11/02/2012, 11 febbraio 2012
PERCHE’ IL MOTORE DELLE IMPRESE GIRA ANCORA A BASSA INTENSITA’
Non è tutto negativo come appare. Il calo della produzione industriale italiana, una tendenza ormai strutturale almeno dal 2005, almeno nel dicembre scorso si è arrestato. C’è stato un rimbalzo superiore alle attese rispetto a novembre, e hanno registrato dei segni positivi i prodotti legati all’export verso le nuove economie emergenti: sono saliti dell’1,8% i beni di consumo (buone notizie per l’export della moda e del design verso l’Asia) e hanno messo a segno un robusto rimbalzo del 3,6% i beni d’investimento (l’Italia è esportatrice da anni di macchinari industriali verso la Cina e la Nuova Europa). Che siano fermi invece gli investimenti e nel complesso l’attività in Italia, si desume dalle debolezza dei beni intermedi e dalla produzione di energia.
Le buone notizie riguardo a dicembre non cambiano però di molto il quadro. Con i dati della prossima settimana, si vedrà che in Italia è in corso una recessione a bassa intensità, almeno in proporzione di quella durissima del 2009, e non si vede la via d’uscita. Molte delle misure d’austerità devono ancora agire sul portafoglio dei consumatori, anche se hanno già colpito la loro fiducia e influenzato le aspettative. Secondo Fabio Fois di Barclays Capital, anche alcune delle misure strutturali per la crescita potrebbero avere un effetto di freno nel breve periodo. Il 2012 sarà un anno di contrazione dell’economia, anche se gli ultimi dati sulla produzione industriale fanno sperare che le previsioni più nere non si avvereranno (la peggiore è del Fondo monetario internazionale: Pil a meno 2,2% per quest’anno). Anche il calo degli spread, se si confermerà, potrebbe ammortizzare un po’ la recessione facilitando il credito ai consumatori e alle imprese.
Ma poiché in una certa misura il presente è già scritto, tanto vale concentrarsi sul futuro. E la chiave del futuro è nel recupero del terreno perduto in questi anni. Il problema non è solo che la produzione industriale resta sotto dei livelli del 2005. Il vero handicap è che in Italia il costo del lavoro per unità di prodotto, cuore della competitività di un sistema, è salito del 30% in dieci anni: più che in Grecia (26%), meno solo che in Ungheria, mentre in Germania è cresciuto appena del 5%. Questa esplosione dei costi è dovuta alla bassa produttività del sistema-Italia e al peso fiscale e contributivo in busta paga. Certo il costo del lavoro per unità di prodotto non si spiega con il livello delle remunerazioni: anzi più sale il costo del lavoro per unità di prodotto, più ristagna la produttività, più i compensi saranno poveri. Finché le parti sociali e i governi che affronteranno davvero questo problema, vera priorità nazionale, la crisi non sarà alle spalle.
Federico Fubini