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 2012  febbraio 11 Sabato calendario

PLAYBOY DOVE SEI?

Il playboy è scomparso. Si è stufato? Non piace più? Si è suicidato? No. È stato ucciso, a freddo, dalla velocità. La velocità ha celebrato la grande cerimonia funebre del corteggiamento e la scomparsa del suo protagonista. Il corteggiamento era un’arte applicata, che aveva bisogno di molto tempo, un’operazione magica che mirava a creare una tensione fra i due poli usando i più diversi accorgimenti. Una delle armi più sicure per imprigionare la preda era avvolgerla in una serie pressoché ininterrotta di «attenzioni». Insomma, la corteggiata doveva sentirsi al centro di tutto. La velocità ha risucchiato questo tutto in un click o in un sms. Non esistono più i playboy. Non importa, tremendo è che non esiste più il corteggiamento.
Quando all’ora dell’happy hour si beveva la spuma, quando la musica non si ascoltava in cuffia ma nei juke box, quando le riviste di gossip si chiamavano rotocalchi, era proprio su quelle copertine che compariva sempre un qualche individuo maschio e famoso identificato come «playboy». A non pensarci bene, a fare cioè uno di quei giochini psicologici di associazioni mentali per cui bisogna dire la prima cosa che ci viene in mente, la parola «playboy» evoca gli anni 60, Saint-Tropez, Capri, Montecarlo, le spider, le favolose feste fotografate in bianco e nero, il boom economico e quelli che vi sopravvissero continuando a vivere sfacciatamente bene anche negli anni 70 e pure oltre, indifferenti a choc petroliferi e recessioni.
Sembrano davvero altri tempi: ecco perché la giornalista spagnola Maruja Torres, ha annunciato sul Pais (in un articolo poi tradotto da Internazionale) la scomparsa della figura del playboy. Di cui, a suo parere, l’ultimo grande esempio è stato Gunther Sachs, il miliardario svizzero terzo marito di Brigitte Bardot, suicidatosi nel 2011 a 78 anni.
Se a noi italiani la parola suona un po’ meno desueta, lo si deve probabilmente a un ex presidente del Consiglio che l’ha usata anche in ambito internazionale: come nel 2005, quando aveva fatto sollevare più di un sopracciglio, spiegando di avere «rispolverato tutte le arti da playboy» per convincere la presidente finlandese a lasciare la sede dell’Authority europea per la sicurezza alimentare a Parma. O come pochi giorni fa, quando si è divertito a definirsi «not a playboy but a play-uomo» in una lunga intervista a The Atlantic. Ma più che di opportunità l’errore è politico: la parola suona irrimediabilmente vecchia. Sono passati 34 anni da quando Iva Zanicchi (!) cantava «Tu... playboy», testo di Cristiano Malgioglio. E d’altra parte, chi potrebbe essere, oggi, un possibile erede di Porfirio Rubirosa, Baby Pignatary, Gunther Sachs, Gigi Rizzi, Philippe Junot? Il massimo che si può azzardare è il nome di un Flavio Briatore, ma (al di là di tutte le proporzioni sul fascino di personaggio ed epoca) le storie con Naomi Campbell, Vanessa Kelly e Heidi Klum risalgono a prima del matrimonio con Elisabetta Gregoraci da cui è uscito un «Tribüla» ben diverso. E già che siamo in zona Formula 1, l’unico pilota contemporaneo che possa competere con James Hunt o Carlos Reutemann sembra essere Jenson Button, mentre nel tennis si è persa memoria di figure che possano rivaleggiare con Vitas Gerulaitis o Guillermo Vilas, che col suo mancino e le sue poesie rubò il cuore (anche) a Carolina di Monaco. Solo il russo Marat Safin, con le sue «safinettes», potrebbe in qualche modo essere paragonabile, ma in realtà sottolinea che tra un playboy e una star — dello sport, come Safin o Magic Johnson o Tiger Woods, ma anche del cinema e della tv — qualche differenza c’è: una cosa sono le groupies o i rapporti seriali al limite della sex addiction, un’altra le conquiste.
Gunther Sachs lanciava centinaia di rose dall’aereo nella tenuta di BB a Saint-Tropez. Un’attrice spagnola ha raccontato a Maruja Torres che il playboy Jaime de Mora y Aragon ogni giorno le mandava fiori e una Rolls Royce con autista: niente che ci si possa aspettare da un qualsivoglia piacione o superstar contemporanei, figurarsi dagli inguardabili tronisti che solo qualche sconsiderato potrebbe indicare come la versione Terzo millennio dei playboy. Anche perché in massima parte costoro erano parecchio benestanti, avevano frequentato buone scuole, sapevano stare in società. Insomma, erano gente di mondo, non solo perché conoscevano addirittura la consecutio. Con una caratteristica in più, che faceva spesso la differenza e che ci porta probabilmente al punto: invece che nello sport o nello spettacolo, erano molto bravi in quello, vuoi per doti naturali o per lungo apprendistato. E come spiega anche Jeffrey Eugenides in La trama del matrimonio, la fama di uomo che piace è un moltiplicatore del successo.
Ma appunto: la sensazione di vecchio che la parola playboy suscita si deve, forse, anche al fatto che riporta a un mondo in cui il successo con le donne era il successo tout court. Era l’epica, magari rozza ma parecchio condivisa, delle «tacche» non più sulla sciabola ma sul comodino, dei trofei da esibire tra cacciatori. Quella per la quale, con una certa schizofrenia, il maschio teneva atteggiamenti più cavallereschi, ma finalizzati a scopi ben precisi. Forse, senza essercene accorti, la scomparsa del playboy rappresenta semplicemente il declino di un certo maschilismo. Benevolente, ma pur sempre maschilismo. Al suo posto, un sottile crinale su cui l’uomo contemporaneo cammina, ondeggiando tra il piacere (reciproco) del corteggiamento e il timore (continuo) di violare la correttezza politica offendendo la nuova consapevolezza femminile. Ma se son rose...
Tommaso Pellizzari