Claudio Antonelli, Libero 11/2/2012, 11 febbraio 2012
I veri progressisti saranno i liberali – L’Occidente può crescere ancora. Basta togliere il progressismo ai progressisti e disinnescare il circolo vizioso fatto da filosofia destruens, da sfiducia nella tecnologia e da democrazia avariata
I veri progressisti saranno i liberali – L’Occidente può crescere ancora. Basta togliere il progressismo ai progressisti e disinnescare il circolo vizioso fatto da filosofia destruens, da sfiducia nella tecnologia e da democrazia avariata. Il risultato sarà il ripristino del ciclo libertà capitale-tecnica. Teoria e carne di queste idee si trovano ne Il nuovo progresso. Strumenti per pensarlo ed avviarlo edito da Franco Angeli (pp. 182,euro 24) a firma di Carlo Pelanda. Docente anomalo (insegna alla University of Georgia e alla Guglielmo Marconi di Roma) che ama sottolineare di essere uno che, più che saperne, fa economia. E non si fa remore nel lanciare a piè sospinto per il futuro del vecchio Occidente la bandiera del pensiero forte. Il messaggio, che sta dentro il libro, si articola su tre cardini: (a) togliere il progresso dalle mani incapaci della sinistra e dei portatori del pensiero debole che ha bloccato il miglioramento della condizione umana e lo sta ancora facendo; (b) fare in modo che resti lontano dalle mani dei portatori di teorie liberal-conservatrici perché sono altrettanto inadeguate; (c) rilanciare il progresso su un nuovo liberalismo riformato, cioè basato sul pensiero forte. In sintesi, la dimostrazione del fallimento del pensiero di sinistra e limitativo non comporta una dichiarazione di superiorità della controparte liberista, ma una riforma realistica del pensiero liberale-liberista, che l’autore così rende: per rendere produttiva la libertà bisogna organizzarla. L’interesse per i lettori liberali è proprio questo: Pelanda tenta una teoria neo-liberale del progresso, modernizzando i paradigmi ottocenteschi e mai modificati del liberalismo stesso. Si potrebbe semplificare il messaggio del libro con l’idea che sinistra e destra siano ormai vecchie. La sinistra sterile sul piano intellettuale, il liberalismo fertile, ma con la necessità di revisionarlo profondamente. Pelanda non gradirebbe questo eccesso di semplificazione per descrivere un progetto, per altro alimentato da una serie di nuove teorie tecniche elaborate in decenni di ricerca. Ma molti, nell’area del pensiero liberale, sentono il disagio nel vedere la dominanza nella cultura delle teorie sbagliate della sinistra e del pensiero limitativo nonostante l’evidenza del loro fallimento. Soprattutto, nel non riuscire a contrastarla con efficacia. La novità di questo lavoro sta proprio nel sostituire le teorie della sinistra, mantenendone la missione morale di miglioramento delle condizioni di vita a livello di massa, con la fiducia nella libertà. Questo non vuol dire sottovalutare la battaglia eroica dei portatori del liberalismo classico – in economia,politica, filosofia morale in generale – contro il pensiero burocratico. Ma, francamente, queste battaglie sono state e vengono condotte sempre citando i classici con concetti che non riescono ad avere sufficiente presa perché non adattati alla società concreta di oggi. Per altro sembra che Pelanda non abbia voluto imporre le proprie teorie specifiche, denominando il libro come un insieme di appunti per stimolare pensiero in altri, ma le abbia precisate per mostrare il requisito di nuova capacità produttiva del pensiero liberale. Per esempio, una volta stabilito che è sbagliato invocare più Stato quando c’è un problema nella società, bisogna considerare che è altrettanto sbagliato pensare che il problema si risolva con meno Stato, tipica ricetta liberale ottocentesca. E propone una teoria liberista delle garanzie economiche dove queste non sono più redistributive, ma organizzate in forma di investimento. Una teoria liberale dello Stato, in cui questo non è più visto in contrapposizione con il mercato, ma in posizione complementare a esso, è una novità che stimola il pensiero liberale a modernizzarsi e a essere astrazione guida per la realizzazione del progetto del capitalismo di massa. Un capitolo del libro, infatti, è dedicato al superamento delle dicotomie dei secoli scorsi trovando i motivi per una nuova sintesi – Stato e mercato, capitale e lavoro – che ci porta a considerare quanto siamo rimasti prigionieri di concetti ormai vecchi, di una società che fu e che non c’è più. In sostanza, il progresso nelle società occidentali. Il libro mostra che la crescita è trainata dalla relazione reciprocamente amplificante tra capitale, libertà e tecnica, e che se lo sviluppo di uno dei tre termini viene troppo limitato anche gli altri due vanno in crisi. P.s.: Il bozzetto in copertina è stato disegnato dallo stesso Pelanda quando giovanissimo cercava di sbarcare il lunario... Claudio Antonelli