Filippo Facci, Libero 11/2/2012, 11 febbraio 2012
A MILANO IL PROCESSO È BREVE SOLO PER IL CAV
Dicono: la prescrizione. Eppure a Milano sanno correre come lepri. La sentenza di primo grado del caso Mills (il primo caso Mills, quello che le toghe hanno voluto celebrare senza il Berlusconi scudato) è stata emessa il 17 febbraio 2010 e la sentenza d’Appello è stata fotocopiata l’8 febbraio 2011: la durata netta è stata di otto mesi (compreso il periodo estivo: i magistrati hanno 55 giorni di ferie l’anno) e quindi niente da dire, a Milano sanno correre più degli anglosassoni. Lodevole anche l’impegno dei giudici nel render note le motivazioni della sentenza entro 15 giorni (e non entro i consueti 90) così da permettere che il ricorso in Cassazione fosse ancora più spedito.
Sanno correre, a Milano. Il rinvio a giudizio del primo processo Mills, in primo grado, fu disposto il 30 ottobre 2006 e la prima udienza venne fissata per il 13 marzo 2007, dopodiché seguirono la bellezza di 47 udienze (spesso complicatissime, con testi da convocare e rintracciare in tutto il mondo) le quali si sono protratte non di rado sino al tardo pomeriggio e nei weekend, talvolta anche all’estero per via delle rogatorie e di alcune perquisizioni oltremanica. Ce l’hanno fatta in meno di due anni. Il discorso, visto che a correre sono anche i vent’anni di Mani pulite, porterebbe anche a quegli imputati che a Milano sono stati giudicati nei tre gradi di giudizio nell’arco di due o al massimo tre anni: per esempio Sergio Cusani, Walter Armanini, Paolo Pillitteri, Bettino Craxi e altri testimoni di una giustizia che sa correre per chiunque le interessi particolarmente. A Milano, il processo breve, c’è già.
Dicono: la prescrizione. Come a dire che i procedimenti e i provvedimenti abbiano tempi fatali, preordinati, senza corsie di sorpasso, senza pratiche che passino da sotto a sopra la pila. Ed è da ridergli in faccia, perché lo sanno tutti che un giudice italiano può tenere sul tavolo dei provvedimenti per quattro mesi come per quattro ore: secondo necessità o secondo i cavoli suoi. Fanno quello che vogliono. A Milano s’impiega una media di sette anni per mandare in primo grado un processo per usura o per altri reati «minori»: che tuttavia possono diventare «maggiori» se interessa l’imputato. La priorità dell’azione penale meneghina, di norma, non è certo rivolta alla prostituzione minorile o la concussione telefonica: ma vedi come corre anche il processo Ruby, per esempio. C’è un Paese intero che da anni ascolta e riascolta il disco della giustizia che non funziona (i processi durano quindici anni, signora mia, manca la carta per le fotocopie) e poi eccoti chiudere tre gradi in tre anni – vedi caso Cogne – mentre altri imputati battono record di velocità e altri scivolano nell’oblio. Però dicono: la prescrizione. Come se l’impulso da dare a certi processi, rispetto ad altri, non lo decidessero loro. Come se la stessa prescrizione del processo Mills non fosse stata spostata e rispostata secondo interpretazioni ad hoc. Come se non fosse, questo genere di magistratura irriformabile, l’ultima vera incrostazione della Prima Repubblica.
Filippo Facci