VARIE 9-10-11/2/2012, 11 febbraio 2012
APPUNTI PER GAZZETTA DELL’11/2/2012. DIARIO DEL VIAGGIO DI MARIO MONTI IN AMERICA
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CORRIERE DELLA SERA GIOVEDI’ 9 FEBBRAIO 2012
MAURIZIO CAPRARA
ROMA — A nove mesi dalle elezioni nelle quali punta a essere rieletto, il presidente degli Stati Uniti ha un’agenda nella quale è la riuscita nell’esame delle urne, fissato al 6 novembre, la stella polare tenuta presente per distinguere gli appuntamenti utili da quelli da evitare. Se Mario Monti trova spazio adesso in quell’agenda è perché il suo ruolo e il suo credito internazionali sono convergenti con gli interessi di Barack Obama.
In tempi di crisi, per ottenere un secondo mandato il capo di Stato che accoglierà oggi alla Casa Bianca il presidente del Consiglio italiano ha bisogno nell’economia americana del massimo di ripresa e di stabilità possibili. Nei mesi scorsi l’Italia era ritenuta tra le potenziali cause di un temuto crollo della moneta europea, non ancora scomparso dall’orizzonte. Da punto debole in grado di far schiantare l’euro se avesse seguito le orme della Grecia, adesso l’Italia viene considerata a Washington un Paese utile, se compie tutti gli sforzi del caso, per dare soluzione alla crisi. Obama ne renderà merito a Monti, e avrà modo di far sapere in pubblico che apprezza il suo lavoro.
È lo scopo principale dell’appuntamento. Il colloquio è fissato per il pomeriggio di Washington, serata italiana. Per il 70%, grosso modo, riguarderà l’economia. Per il resto la politica internazionale. A quanto risulta al Corriere, uno dei terreni di intesa potrebbe essere la scelta di sottolineare ai Paesi partner la necessità di perseguire la crescita economica (senza limitarsi al, pur necessario, rigore fiscale).
Nei suoi quasi tre anni da capo del governo coincisi con l’era obamiana, cominciata nel 2009, Silvio Berlusconi per un incontro a due era stato ricevuto alla Casa Bianca un’unica volta. E non in qualità di presidente del Consiglio italiano, bensì di titolare della presidenza di turno del G8, il gruppo dei Paesi più sviluppati del mondo con l’aggiunta della Russia. Monti ottiene udienza a quasi tre mesi da quando è arrivato a Palazzo Chigi, e negli Usa con l’economista italiano dal passato di commissario europeo viene giudicato più conveniente farsi fotografare di quanto lo sarebbe stato con il Cavaliere. Su una rubrica del sito Internet del Wall Street Journal si leggeva ieri che Monti «segna un chiaro cambiamento di rotta rispetto al suo predecessore, Berlusconi, al quale reputazione di play boy e giochi di cattivo gusto fecero guadagnare solo pochissimi amici».
Oltre a spiegare a Obama quali misure anticrisi ha adottato e quali intende adottare, secondo quanto risulta al Corriere Monti oggi nel colloquio a porte chiuse dovrebbe parlare del G8 come campo per un’azione convergente di Usa e Italia. Anche in quella sede i due Paesi potrebbero mettere in evidenza che «la crescita» è obiettivo indispensabile.
Detta così, può sembrare una pia intenzione. Decodificata, questa impostazione significa guardare oltre la tendenza della Germania al rigore finanziario. L’Europa non gode di buona fama in questi mesi negli Stati Uniti. Monti però per rivitalizzare l’economia punta sulle liberalizzazioni, approccio gradito agli americani. Il suo orientamento a ridurre il debito pubblico più di quanto lo avrebbe ridotto Berlusconi è compatibile con gli interessi di Obama. E, salvo imprevisti, il presidente del Consiglio italiano avrebbe intenzione di rilanciare un progetto per creare uno spazio di mercato comune transatlantico del quale si occupò a Bruxelles da commissario europeo.
Che Obama, con una campagna elettorale alle porte, se la senta di eliminare barriere di protezione convenienti per categorie produttive americane è tutto da vedere. Le reazioni all’ipotesi italiana dipendono anche dai tempi previsti per attuarla. I tempi invece potrebbero essere stretti per le scelte su Iran e Siria, argomenti di politica internazionale che, con la Libia e l’Afghanistan, verranno affrontati prima in un incontro tra il segretario di Stato Hillary Clinton e il ministro degli Esteri Giulio Terzi e poi da Monti e Obama.
Sull’Iran, l’Italia farà presente agli Stati Uniti di aver appoggiato le sanzioni europee sul greggio al Paese che nel 2010 è stato il quarto produttore di petrolio e che la scelta ha reso compatta la coalizione internazionale preoccupata dai piani nucleari di Teheran. Dunque, sosterranno Monti e Terzi, questa alleanza non va messa in difficoltà con un rapido attacco militare, sia israeliano sia americano. Sulla Siria, soluzioni a portata di mano non ne ha nessuno.
Maurizio Caprara
CORRIERE DELLA SERA GIOVEDI’ 9 FEBBRAIO 2012
Nel suo ufficio di Massachusetts Avenue dalle pareti vetrate, all’ultimo piano del «Peterson Institute for International Economics», Fred Bergsten, 71 anni, fa una pausa mentre entra un gruppetto di agenti del servizio segreto, venuti per verificare la sicurezza della sala nella quale oggi verrà accolto Mario Monti. Tra la visita al Congresso e l’incontro con Obama alla Casa Bianca, il premier italiano ha, infatti, scelto l’istituto fondato (trent’anni fa) e presieduto da questo celebre economista internazionale, per parlare alla comunità politica ed economica della capitale Usa della nuova rotta dell’Italia.
Com’è cambiata con Monti la percezione dell’Italia? E pensa che la nuova fiducia che si respira sopravviverà anche qualora il nostro Paese dovesse pagare l’azione di risanamento con un periodo di recessione?
«Per l’Italia, Monti è l’uomo giusto al momento giusto. Come dicevo qualche giorno fa, la sua storia, la fermezza mostrata da commissario europeo, lo rendono molto credibile nel mondo e soprattutto qui negli Usa, dove varie "corporation", da Microsoft a General Electric, si ricordano bene del suo pugno di ferro. Mario, del resto, ha già fatto molto. Certo il rischio che una stretta troppo severa produca recessione c’è sempre e i mercati se ne rendono conto. Secondo me è un rischio che in futuro correranno anche gli Stati Uniti che stanno rinviando il problema del contenimento del debito nonostante la loro situazione di finanza pubblica, a ben vedere, non sia poi migliore di quella dell’Italia. Monti sta letteralmente trasformando l’immagine dell’Italia, ma tutti sanno che il suo è un tentativo: andranno verificati i risultati, soprattutto dal lato della riattivazione del meccanismo della crescita. Certo, le sue sono riforme che non daranno una spinta enorme in pochi mesi. Ma intanto vanno varate e attuate. E io credo che già nel primo anno qualcosa si possa vedere, come impatto positivo sull’economia produttiva». (Fred Bergsten, 71 anni, presidente del Peterson Institute for International Economics, a Massimo Gaggi)
CORRIERE DELLA SERA, VENERDI’ 10 FEBBRAIO 2012
MASSIMO GAGGI
«È un nuovo giorno» nei rapporti Italia-Usa, sentenzia il New York Times mentre Time Magazine si chiede se Mario Monti è l’uomo che salverà l’Europa, dedicandogli anche la copertina delle sue edizioni internazionali. Accolto da Barack Obama alla Casa Bianca con fiducia per il ruolo che l’Italia, cuore della crisi europea, può giocare per risolverla, il presidente del Consiglio sta godendo di una congiunzione astrale positiva, cementata dalla sua esperienza e credibilità personale: è l’uomo al quale in America tutti guardano nella speranza che trovi la chiave della soluzione di problemi che si sono sedimentati negli anni.
Un ruolo che deriva dalla sua storia personale di tutore, da Commissario a Bruxelles, dei mercati e delle istituzioni europee e dalle azioni messe in campo dal suo governo: progressi «impressionanti», ha detto il presidente americano alla Stampa. Ma è anche l’attuale congiuntura politica ad offrire un ruolo centrale all’Italia per il venir meno della Gran Bretagna nella costruzione del processo europeo e per altri fattori come la stagione elettorale che, in parte, indebolisce il presidente francese Sarkozy. O per una situazione debitoria dell’Italia che obbliga Berlino e Roma a procedere in modo coordinato per evitare nuovi squilibri.
Tutto questo rende oggi Monti un interlocutore «speciale» come dimostrano i riconoscimenti che vengono da Paesi come la Francia: l’elogio di Sarkozy per i «progressi spettacolari» fatti in poche settimane dal nostro Paese, ma anche giudizi come quello di Philippe Moreau Defarges dell’Istituto francese di Affari internazionali per il quale «non c’è leader europeo che oggi per Obama è più importante incontrare di Mario Monti. Perché è il leader che, nella Ue, meglio comprende come funziona, oggi, l’economia mondiale».
Monti ha accumulato in poche settimane un capitale politico che gli serve, qui negli Usa, per cercare di convincere la comunità finanziaria a scommettere di nuovo sull’Italia e in Italia per procedere speditamente sul percorso delle riforme.
Ma, come sa bene proprio Obama, che l’ha sperimentato sulla sua pelle, capitali politici anche straordinari possono dissolversi molto rapidamente, soprattutto in un’epoca di crisi economiche che pesano sul tenore di vita dei cittadini.
Le aperture di credito avute negli Usa — ieri nella capitale politica, oggi in quella degli affari — rimangono condizionate alla dimostrazione di saper riattivare davvero il meccanismo della crescita dopo le azioni di risanamento perseguite con le manovre fiscali. Adesso il banco di prova è quello delle liberalizzazioni e delle riforme come quella del mercato del lavoro: i terreni che più interessano agli operatori economici e allo stesso Obama che non vuole apparire, agli americani, il difensore di un’Europa ancora troppo assistenziale.
Un cielo tempestoso si è aperto mostrando una congiuntura astrale oggi promettente. Ma gli allineamenti dei pianeti annunciano cambiamenti epocali. Non necessariamente cambiamenti positivi.
CORRIERE DELLA SERA VENERDI’ 10 FEBBRAIO 2012
MASSIMO GAGGI
WASHINGTON — È un Barack Obama rilassato ma molto serio quello che, seduto in poltrona con a fianco Mario Monti, accoglie i giornalisti nello Studio Ovale subito dopo il suo colloquio col premier italiano: «Vi voglio dire subito che ho molto apprezzato il modo in cui Monti è intervenuto nella crisi italiana. È arrivato al governo in un momento estremamente difficile, ha preso decisioni rapide e ha cominciato a recuperare subito la fiducia non solo degli italiani, ma anche dell’Europa e dei mercati. Il suo è un piano molto serio di responsabilità dal lato della spesa pubblica e delle riforme strutturali. Ha tutto il nostro appoggio, faremo di tutto per contribuire alla stabilizzazione» dell’eurozona.
Dopo il colloquio privato di quasi 45 minuti, il presidente americano, nella parte pubblica della visita, si è concentrato sul messaggio da dare ai partner europei e ai mercati, senza digressioni e battute, tranne quella sulla mancanza di antenati italiani «nonostante il cognome che finisce in A».
Il «reset» delle relazioni con l’Italia, dopo i rapporti non sempre felicissimi col governo Berlusconi, comprende un caldo riconoscimento del ruolo svolto dalle forze militari italiane in Afghanistan e un ringraziamento all’Italia, che non era scontato vista qualche tensione del passato, per l’impegno nell’isolare il regime iraniano e la rigida applicazione delle sanzioni decise dalla comunità internazionale con l’obiettivo di convincere Teheran a interrompere lo sviluppo di tecnologie nucleari ad uso militare.
Arriva anche il riconoscimento che, senza il contributo decisivo dell’Italia, non sarebbe stato possibile, per le forze Nato, condurre con successo la missione militare in Libia: è così sanata la ferita provocata, l’anno scorso, dal mancato coinvolgimento del governo Berlusconi nelle consultazioni tra i principali alleati. «Credo che le relazioni tra Italia e Stati Uniti non siano mai state più forti», ha concluso il presidente americano.
Ma il cuore della visita di Monti a Washington è economico ed è su questo che Obama si è concentrato: il presidente ha auspicato un impegno ancora maggiore dell’Europa per la realizzazione di un «firewall», un «muro taglia fuoco» a protezione dell’euro, ancora più consistente di quello ipotizzato nelle settimane scorse. Uno strumento davvero capace di scoraggiare la speculazione contro l’euro e gli attacchi ai Paesi che rimangono più vulnerabili come l’Italia. L’idea del presidente americano, che in passato ha ripetutamente cercato senza troppo successo di convincere Angela Merkel a impegnare maggiormente la Germania sul piano dell’impegno finanziario, è che più è consistente la massa di fondi coi quali viene edificato il «firewall», meno probabilità ci sono di dover essere costretti realmente ad aprire i suoi forzieri.
Per questo Obama sottolinea l’affidabilità di Monti e il coraggio della sua azione: perché questo è lo strumento col quale può sperare di convincere non solo la Cancelliera - dei cui «messaggi» Monti si è fatto latore presso la Casa Bianca - ma anche il popolo tedesco, che quella di investire su un leader andato al governo con l’obiettivo di cambiare l’Italia è una scommessa che vale la pena di fare. «Ringrazio Monti e ho piena fiducia nella sua leadership che spero possa traghettare l’Italia fuori dalla tempesta», ha spiegato Obama.
Nella sua pacatissima risposta il presidente del Consiglio italiano ha cercato ripetutamente di dare l’immagine di un Paese che ha capito la gravità del momento e che sta accettando con molta responsabilità i sacrifici imposti dalla situazione: già in precedenza Monti aveva sottolineato, davanti alle comunità economiche e politiche americane, che, al di là di comprensibili tensioni e malumori, l’Italia ha accettato riforme che impongono sacrifici pesanti ed estesi con sole tre ore di sciopero nazionale. «Ho avuto un’impressione positiva su come l’Italia viene percepita nella politica e nella cultura americane, sono molto soddisfatto», ha poi dichiarato alla stampa.
Nello Studio Ovale, ribadendo solennemente l’impegno a sostenere, oltre che il risanamento dei conti pubblici, una politica orientata alla crescita, il premier ha cercato di dare l’immagine di un Paese che si sta rimettendo sui giusti binari anche oltre l’orizzonte necessariamente limitato del governo Monti: ha sottolineato più volte come alcune delle riforme da lui completate fossero in realtà già state avviate dal governo precedente durante l’emergenza finanziaria scoppiata nell’estate scorsa, ha ribadito che il suo «governo tecnico è disposto a parlare con tutti».
E nel ringraziare Obama per un appoggio che contribuirà anche a dare più peso alla voce dell’Italia nella Ue, ha raccontato ai giornalisti di aver fatto un parallelo, nel colloquio riservato, tra la battaglia per il contenimento del debito pubblico americano che si è svolta in Congresso sette mesi fa e quella combattuta nel Parlamento italiano. A Washington l’intesa è naufragata, mentre a Roma, pur con incertezze, malumori e qualche ripensamento, forze eterogenee stanno fornendo al governo un forte sostegno.
Massimo Gaggi
CORRIERE DELLA SERA VENERDI 10 FEBBRAIO 2012
BEPPE SEVERGNINI
L’edizione americana porta in copertina un chihuahua e un segugio, sotto il titolo «L’amicizia tra gli animali». Ma nell’edizione europea e asiatica di Time tocca a noi. Mario Monti, complice la visita a Washington D.C., è il protagonista. E il titolo appare lusinghiero e preoccupato: «Può quest’uomo salvare l’Europa?». Il sottotitolo, vagamente lugubre: «Un primo ministro per tempi disperati».
Disperati non solo per noi, ma anche per gli Stati Uniti d’America. Il collasso delle finanze italiane — che oggi pare scongiurato — porterebbe al collasso dell’euro, e il collasso dell’euro condurrebbe a quello dell’economia americana. Non se lo augura nessuno; meno che mai il presidente degli Stati Uniti, in un anno elettorale. Il sostegno convinto al governo Monti — evidente anche dalle parole dell’ambasciatore a Roma, David Thorne, nell’intervista al Corriere — è, insieme, interessato e sincero.
Il presidente del Consiglio italiano, nella due giorni americana, gode di questo vantaggio, unito a quello derivante dalla sua indiscutibile competenza: in materia di finanze internazionali, ne sa più di qualsiasi collega capo di governo, presidente americano compreso. Mario Monti incassa anche il «dividendo del sollievo»: non c’è dubbio che molti leader, sulle due sponde dell’Atlantico, siano felici di trattare con lui e non con il predecessore. E non soltanto per la diversa padronanza della lingua inglese.
La copertina di Time riassume tutto questo. Non è certo la prima dedicata a un italiano. L’anno scorso era toccato a Silvio Berlusconi (titolo: «L’uomo dietro all’economia più pericolosa del mondo») e a Sergio Marchionne. Prima di loro a Benito Mussolini (più volte), Palmiro Togliatti, Alcide De Gasperi, Sophia Loren, Gianni Agnelli, Luciano Pavarotti, Giorgio Armani e Sandra Savaglio, un’astronoma scelta come rappresentante della fuga dei cervelli dall’Europa.
Nessuno di loro tuttavia ha conquistato la copertina di «Time» in meno di tre mesi. Mario Monti, definito «un nonno elegante» dotato di una «voce tranquilla» e di «occhi sorridenti», ci è riuscito. È la prova che non esiste un pregiudizio anti italiano, in America e nel mondo anglosassone. Esiste invece la pigrizia di accomodarsi su facili stereotipi di cui l’Italia è spesso vittima — come ogni paese, forse più di ogni paese. Il guaio è che spesso, negli ultimi anni, alcuni di questi stereotipi sono stati alimentati, a cominciare dal vertice politico: il maschilismo e l’emotività, l’inaffidabilità e la teatralità, il pressapochismo e la retorica delle promesse. Non è facile, e forse neppure probabile, che Mario Monti cambi gli italiani, come si augura di poter fare nell’intervista a Time. Per ora, in America, ha migliorato sensibilmente la nostra immagine.
Rallegriamoci, ma non illudiamoci. L’immagine è come la cravatta azzurra di cui il presidente del Consiglio sembra improvvisamente innamorato. Vezzosa, ma ci vuol poco a cambiarla.
CORRIERE DELLA SERA VENERDI 10 FEBBRAIO 2012
MARCO GALLUZZO
WASHINGTON — Ad ascoltarlo sono arrivati manager, membri del board della Fed, rappresentanti del Fondo monetario, del Dipartimento di Stato, delle grandi banche d’affari. C’è una consistente fetta della Washington che conta, in prima fila, quando Fred Bergsten, capo del prestigioso Peterson Institute, alza la voce e chiama l’applauso per «Super Mario», che «ha trattato come sapete la General Electric e Bill Gates e che oggi torna fra noi».
Del think tank americano Monti ha fatto parte e vi torna da premier, si dice «emozionato e commosso». Rivede vecchi amici, economisti, professori: lo salutano e si dicono «onorati, grati», ma anche «sbigottiti» da quelle riforme che Obama definisce «impressionanti». L’amico americano, Fred, scherza sul destino del capo del governo: «Ha sulle spalle i destini dell’economia mondiale, visto che il nostro futuro è legato anche alla soluzione della crisi in Europa, che l’Europa dipende dall’Italia, e l’Italia da lui».
È un paradosso, ma c’è del vero. Almeno secondo il settimanale Time, che gli dedica una copertina, secondo gli autorevoli Washington Post, New York Times, Wall Street Journal, che sul premier spendono parole di grande fiducia e rimarcano le differenze con Berlusconi. Monti prova a schermirsi, ha la dote dell’autoironia e la usa, «non mettetemi troppa pressione, ci chiamano dilettanti, non so quale sarà il risultato del nostro governo». Ma commentando la copertina del magazine a lui dedicata dice: «La prendo come un riconoscimento per quello che stiamo facendo».
Dei risultati del suo governo ovviamente si discute: Monti cita lo spread con i bund, ieri in apertura dei mercati a quota 344; aggiunge che non è venuto, almeno oggi, a vendere i nostri Btp agli americani, «che avrebbero anche molto motivi speculativi per acquistare di più», ma solo perché Grilli «è in questo momento a New York a fare proprio questo», ovvero promuovere il Paese e il suo debito di fronte agli operatori finanziari. Lui lo farà oggi, a Wall Street, completando un’offensiva di immagine che appare fare breccia nella sensibilità americana.
Quello del Peterson è uno degli appuntamenti del premier nella prima giornata negli States. Poco prima, a Capitol Hill, con lo Speaker della Camera dei Rappresentanti, John Boehner, il presidente del Consiglio nota «l’interesse del Congresso per la svolta politico-finanziaria dell’Italia», il nostro Paese «era una della cause della crisi, può diventare parte della soluzione». Una consapevolezza che si riflette nel caloroso incontro pomeridiano con Obama.
Paolo Scaroni e Sergio Marchionne sono anche loro in prima fila al Peterson. Mentre Monti si dirige verso il buffet il numero uno di Fiat-Chrysler lo definisce la «persona giusta» grazi alla quale l’Italia ha fatto un «passo enorme»: deve essere sostenuto per non tornare «all’era delle caverne». Alcuni modelli di evoluzione Monti li ha appena citati: Gran Bretagna e Danimarca, ma anche Polonia, con gradi di apertura dei mercati, in termini di servizi e liberalizzazioni, che andrebbero emulati. Non solo dall’Italia, «ma anche dalla Germania, per alcuni settori». «Un paradosso», visto che sono Paesi che non fanno parte dell’eurozona. L’Italia e gli italiani sono al centro del dibattito: se «la politica ha fornito il cattivo esempio», comunque si può «sperare di riuscire a cambiare il modo di vivere degli italiani, introducendo maggiore merito e concorrenza, viceversa le riforme che stiamo facendo sarebbero effimere».
Cambiare gli italiani è obiettivo non da poco, anche perché bisogna lottare, per esempio contro «il potere eccessivo dei gruppi di interesse legati al potere pubblico». Janet Yellen, numero due della Fed, ascolta con interesse quando Monti abbina alle resistenze i motivi di speranza: «Solo tre giorni di sciopero, dopo la riforma delle pensioni, significa che i nostri sindacati sono maturi, come l’opinione pubblica italiana. Sarkozy non riusciva a crederci».
Da questa parte dell’Atlantico invece ci scommettono, senza esitazione, al momento delle strette di mano. Aggiunge Monti, questa volta davanti ai membri del Fondo monetario: «L’Italia non ha bisogno di aiuti finanziari, ma solo di una migliore governance».
Marco Galluzzo
CORRIERE DELLA SERA VENERDI 10 FEBBRAIO 2012
FEDERICO FUBINI
La fiducia che ispira l’Europa a Washington di questi tempi è proporzionale al numero di economisti del Vecchio Continente assegnati al dipartimento europeo del Fondo monetario internazionale: assistente più o assistente meno, zero. Il precedente direttore, il portoghese Antonio Borges, già nel board della Bocconi, si è dimesso all’improvviso due mesi fa per ragioni mai chiarite veramente. Da allora il Fondo ha affidato la guida delle operazioni di salvataggio forse più difficili della sua storia a Reza Moghadam, nato a Teheran e formatosi a Oxford; uno dopo l’altro i tecnici originari dell’area-euro hanno traslocato verso altri uffici dell’Fmi e in apparenza potrebbe essere un paradosso. L’Europa aveva appena combattuto una lunga battaglia diplomatica per imporre ancora una volta una propria rappresentante, la francese Christine Lagarde, alla guida del Fondo.
Se dunque il dipartimento europeo è sempre meno tale per il passaporto delle donne e degli uomini nello staff, è probabilmente perché la mano che pesa di più nell’organizzazione è quella di David Lipton. Da pochi mesi Lipton è il numero due di Lagarde. Già consigliere internazionale alla Casa Bianca di Barack Obama e banchiere a Citi, Lipton aveva avuto la sua prima esperienza a Washington nell’amministrazione di Bill Clinton.
Ma questi sono tempi in cui neanche un americano liberal e internazionale si fida più dell’Europa e della sua esasperante complessità. Figurarsi dunque i repubblicani con molte meno miglia aeree oltremare nel loro curriculum: lo scorso novembre, quando sembrava che l’Italia non sarebbe riuscita ad evitare una richiesta di aiuto al Fondo, al Congresso per esempio sono fiorite proposte di legge nelle quali gli europei sembravano quasi nemici da sottoporre a un regime di sanzioni. Jim DeMint, senatore repubblicano della South Carolina, ha raccolto 44 firme (anche di leader congressuali) per ritirare 100 miliardi di dollari di contributi americani all’Fmi pur di non prestare denaro all’area-euro in crisi. Una misura del genere non passerà mai in plenaria nei due rami del Congresso, perché i democratici non sono pronti ad appoggiarla. Ma anche loro a maggio 2010 avevano sostenuto un emendamento in Senato che, in teoria, impedisce all’amministrazione di prestare tramite l’Fmi a Paesi europei il cui debito sia considerato insostenibile.
A due anni dall’inizio della crisi del debito, l’Europa oggi negli Stati Uniti unisce democratici e repubblicani in una miscela di incomprensione e fastidio. Non è la reazione nazionalista di una superpotenza che si sente sfidata nella competizione fra grandi valute globali. È un’irritazione, stavolta, terribilmente pragmatica. Martin Feldstein, decano dei grandi economisti americani e consigliere di Ronald Reagan, già nel ’92 e poi nel ’97 aveva previsto che le falle nella struttura della moneta unica avrebbero rischiato di affondarla. Ma oggi anche lui si limita a indicare i rimedi possibili: una temporanea svalutazione dell’euro e le misure necessarie a far crescere la produttività e la tenuta di bilancio in Italia e Spagna. Neanche Paul Krugman, il premio Nobel e columnist del New York Times, perde una sola occasione di sbeffeggiare gli europei (soprattutto i tedeschi) per quella che lui ritiene la diagnosi sbagliata e la terapia sbagliata alla crisi del debito. Da economista liberal, compagno di studi di Mario Draghi al MIT di Boston negli anno ’70, Krugman è convinto che il terremoto europeo sia alimentato dalle divergenze di competitività e nell’indebitamento privato, non nei conti pubblici. Ma nemmeno lui si augura la fine della «concorrenza» dell’euro sul dollaro. Se qualcosa accomuna Krugman con i candidati repubblicani delle primarie che ogni giorno criticano l’Europa, è una sorta di sordo risentimento. Proprio quando l’America inizia a recuperare dopo la Grande Recessione, l’inettitudine di questa parte dell’Atlantico può far saltare di nuovo le speranze di ripresa.
CORRIERE DELLA SERA SABATO 11 FEBBRAIO 2012
MARCO GALLUZZO
DA UNO DEI NOSTRI INVIATI
NEW YORK — La colazione con gli uomini più ricchi e potenti del pianeta, coloro che hanno pesantemente venduto i titoli italiani per almeno un anno, che hanno deciso di speculare sul nostro debito pubblico e messo in crisi la costruzione europea spostando enormi masse di capitale lontano dal Vecchio Continente, dura più di due ore.
Nella sede di Bloomberg, l’agenzia di notizie economiche che ha fatto la fortuna dell’attuale sindaco della Grande Mela, Mario Monti arriva dopo una visita al New York Times e prima di recarsi a Wall Street, dove alle due del pomeriggio incontra gli operatori di Borsa e i trader del mercato finanziario più importante del mondo. Ma è certamente la colazione il cuore della giornata newyorkese del premier. Con il finanziere George Soros, con Henry Kravis del fondo KKR, con gli amministratori delegati delle grandi banche d’affari, come Lloyd Blankfein, di Goldman Sachs, Monti si intrattiene prima in gruppo, poi in un formato molto riservato: dei brevi bilaterali di dieci minuti l’uno in cui spiega le ragioni per cui dovrebbero tornare a investire sul nostro debito pubblico, meglio se a lungo periodo, senza alcun tipo di preoccupazione. In tutto sono 16 i finanzieri presenti all’incontro e la Bloomberg si premura di comunicare che la lista completa dei nomi resterà riservata.
Ai cronisti, una volta uscito, Monti dice che è soddisfatto: «C’è molto interesse per l’Italia e per il mercato italiano una volta che l’economia si consoliderà nel suo miglioramento, ma anche già oggi». Gli viene chiesto se ha convinto i suoi interlocutori: «Penso di sì, ma in genere non lo dicono seduta stante». Del resto l’andamento dello spread sugli interessi fra i nostri Btp e gli omologhi titoli tedeschi segnala che c’è già stato un ritorno di fiducia: «A giudicare dall’andamento del mercato qualcuno deve aver già investito, penso che l’opinione che i mercati, così come le autorità degli altri governi, si stanno formando sulla serietà con cui l’Italia sta affrontando i suoi problemi, non possa che far aumentare l’atteggiamento positivo verso tutto ciò che è italiano, compresi i titoli di Stato». Secondo fonti del governo presenti alla colazione il nostro premier ha spiegato agli investitori che «il percorso dell’Italia è ormai irreversibile», e che chi verrà dopo questo governo «non smantellerà le riforme strutturali di questa stagione», che dunque incideranno su crescita e sviluppo del nostro Paese nel medio e lungo periodo: un motivo per invitare Soros e company ad investire maggiormente sul debito a lungo periodo e non solo su quello a breve, i cui tassi di interesse sono scesi molto più velocemente nelle ultime settimane. In due parole: fidatevi dell’Italia. Del taglio del rating su 34 banche italiane da parte di Standard & Poor’s c’è poco da commentare, «è in gran parte l’effetto atteso di precedenti decisioni», aggiunge Monti, mentre lascia la sede dell’agenzia e si dirige a Wall Street, dopo la quale farà tappa sulle Nazioni Unite, per incontrare il segretario generale Ban Ki-moon. In una giornata concentrata sulla finanza c’è anche il tempo per un’intervista con la Cnbc, in diretta da Wall Street, dove Monti ripete gli argomenti espressi agli investitori: «I partiti, dopo di noi, non avranno interesse a disfare le nostre riforme, che andranno avanti». In sintesi: «Non esiste un rischio di reversibilità legato al nostro lavoro». Con un concetto in più che vale la pena enfatizzare: «Oltre a mettere le cose in ordine in Italia, la chiave del mio governo è la velocità e il Parlamento è consapevole di questo». Infine una nota di ottimismo sulla crisi dell’eurozona: «È ormai prossima ad essere superata». Anche per questo, lo scenario di un fallimento dell’Italia è solo una «thrilling fiction». «Torno più determinato che mai — ha poi detto Monti in conferenza stampa — a proseguire l’azione sulle riforme economiche».
Marco Galluzzo
CORRIERE DELLA SERA SABATO 11 FEBBRAIO 2012
MASSIMO GAGGI
DA UNO DEI NOSTRI INVIATI
NEW YORK — Ieri George Soros se n’è andato senza fare commenti dall’incontro riservato della grande finanza con Mario Monti nella sede di Bloomberg. Ma il suo punto di vista l’aveva espresso qualche giorno fa a Davos: con tassi superiori al 7 per cento quella sui titoli del Tesoro italiani è una scommessa attraente ma molto pericolosa: pura speculazione. Ma se lo «spread» cala, se i tassi scendono al 5 o, magari, al 4 per cento, «l’Italia può diventare un buon investimento di lungo periodo, forse anche ottimo».
Parlando ieri in un incontro riservato nella sede di Bloomberg News a lui e ad altri big di Wall Street (segreta anche la lista dei presenti, ma c’erano i capi delle grandi banche come Lloyd Blankfein di Goldman Sachs e il celebre finanziere-scalatore Henry Kravis), il premier italiano ha cercato di cogliere i frutti del recupero di credibilità che una raffica di misure di risanamento e l’avvio di alcune riforme stanno garantendo all’Italia. Una maggior fiducia che ha cominciato a diffondersi in Europa e che Monti ha toccato con mano anche a Washington, l’altro ieri, negli incontri avuti col presidente Obama, al Congresso e con vari esponenti della comunità politico-economica della Capitale.
A New York, per lui, è stato meno facile convincere i protagonisti del mondo finanziario nei faccia a faccia che ha avuto coi singoli «titani» (come lo stesso Soros che ha già nel portafoglio dei suoi fondi oltre 2 miliardi di euro di Btp) e anche gli operatori di Wall Street che ha successivamente incontrato nella sede dello Stock Exchange in una giornata non felicissima per la Borsa (in lieve flessione), segnata anche dal «downgrading» di 34 banche italiane da parte di «Standard & Poor’s».
Qui Monti ha spiegato a una platea più ampia di imprenditori e finanzieri — e poi in un’intervista alla Cnbc nel «floor» dello Stock Exchange — le misure fin qui adottate. Si è soffermato sulla profondità del cambiamento del sistema pensionistico, ha illustrato alcune delle misure per la crescita che intende adottare mentre il viceministro del Tesoro Vittorio Grilli ha spiegato che il governo punta a recuperare almeno metà del gettito perduto per evasione fiscale, stimato in circa il 10 per cento del Pil. Cosa essenziale — ha aggiunto — non solo in chiave antidefict, ma anche perché l’evasione compromette il funzionamento del mercato alterando i suoi meccanismi.
Con molta pacatezza Monti ha ripetuto che l’Italia è felice del sostegno che sta avendo anche da Obama ma che non chiede aiuti economici. E a chi teme che dopo l’esperimento del governo tecnico tutto torni come prima ha risposto che la crisi ha cambiato l’atteggiamento del popolo italiano e anche quello del sistema politico. E, poiché il costo politico delle riforme ricade tutto sulle spalle dell’attuale governo tecnico, quando la responsabilità dell’esecutivo tornerà nelle mani dei partiti questi non avranno alcun interesse a disfare quanto fin qui realizzato. Che, nel frattempo, dovrebbe cominciare a far sentire i suoi benefici in termini di ripresa e incremento del reddito.
Dopo il successo di Washington, Monti ha convinto i suoi interlocutori anche a New York? Difficile dirlo: i finanzieri sono molto più pragmatici, ma il cambio di umore sull’Italia è stato evidente fin dalla qualità e dal numero dei personaggi che sono andati a incontrare il premier italiano. Vista da un’America che sta diventando una «democrazia» bloccata o una «vetocrazia», per usare il termine coniato da Francis Fukuyama, quella imboccata da Monti sembra una strada interessante e percorribile, anche se il suo non è, di certo, un modello pienamente esportabile al Congresso Usa.
Massimo Gaggi
CORRIERE DELLA SERA SABATO 11 FEBBRAIO 2012
NEW YORK — «Mario Monti sta facendo le scelte giuste e la comunità finanziaria se n’è accorta. Ma questo non significa che l’Italia sia in salvo o che il più sia fatto. Siamo solo all’inizio di un percorso lungo e pieno di insidie. L’enfasi che circonda la visita negli Usa del primo ministro italiano è giustificata dalla sua storia personale e dagli interventi adottati dal suo governo, ma ha anche un’altra spiegazione: davanti alla crisi europea l’America è alla disperata ricerca di eroi. E Monti ha poca concorrenza».
Benn Steil, il capo degli economisti del Council on Foreign Relations, principale «think tank» politico-economico di New York, segue con attenzione la crisi dell’eurozona e conosce molto bene il gotha finanziario di Wall Street che al Council è di casa.
Monti ha avuto una grossa apertura di credito a Washington. Ieri anche Wall Street gli ha aperto le porte. Con quali sentimenti?
«Per il vostro Paese si è aperta una finestra di opportunità. Che è politica, ma anche finanziaria. Nelle ultime settimane i mercati hanno avviato un processo di "decoupling", di separazione dei giudizi sui Paesi in crisi dell’Europa meridionale. Oggi gli operatori distinguono nettamente tra Grecia da un lato, un Paese che rimane in una posizione difficilissima al quale viene ormai accostato solo il Portogallo, e dall’altro, Italia e Spagna. Le cause possono essere diverse: l’intervento della Banca centrale europea, l’impegno sui titoli del Tesoro da parte delle banche italiane. Impegno di cui non conosciamo l’entità. Ma l’Italia sta certamente dando di sé un’immagine positiva. Non è una promozione, ma adesso il premier può respirare».
I finanzieri alla Soros, banche e fondi torneranno a scommettere sull’Italia e sull’euro?
«Dipende da vari fattori. Intanto il varo effettivo delle riforme strutturali italiane e la loro attuazione. Nell’immediato, poi, bisogna vedere quale soluzione avrà la crisi greca. Se ci sarà un "default" disordinato, anche gli investitori internazionali tireranno i remi in barca. Pur distinguendo tra Atene, Roma e Madrid e per quanto convincente Monti possa essere, concluderanno che ci sono troppi rischi. Se, invece, a marzo verrà confermata la permanenza della Grecia nell’eurozona col fermo sostegno di Berlino, allora gli "spread" sul debito pubblico italiano continueranno a calare perché gli investitori si convinceranno che l’Italia non è poi una cattiva scommessa».
Tornando alla politica, dove nasce, secondo lei, l’immagine «eroica» di Monti?
«Visto da fuori è un personaggio che, sottoposto a pressioni micidiali, ne è uscito bene, ha dimostrato grande resistenza. Proprio mentre, tanto per fare un esempio, il francese Sarkozy ha mostrato tutte le sue debolezze. Monti è stato quello che, più di chiunque altro, ha spinto per mettere la crescita al centro dell’agenda europea. Ha chiesto più mercato e più liberalizzazioni non solo al suo Paese, ma anche al resto d’Europa. E questo, agli occhi degli americani, conta. E poi — non c’entra con gli eroi ma è un dato importante — è riuscito ad avere l’appoggio di Berlusconi. Il criticatissimo ex premier stavolta si è comportato bene, resistendo alle pressioni di Bossi. Non l’avrei mai detto: lo consideravo uno molto vendicativo».
M. Ga.
REPUBBLICA GIOVEDì 9 FEBBRAIO 2012
FEDERICO RAMPINI
dal nostro corrispondente
NEW york - Viene accolto oggi alla Casa Bianca «il premier europeo più amato dai tedeschi». Così il Wall Street Journal presenta Mario Monti nel giorno del suo summit con Barack Obama. È proprio la sua caratura "germanica" una delle qualità che lo rende prezioso per gli Stati Uniti in questa fase. Nell´invitare il presidente del Consiglio a Washington, Obama ha voluto sottolineare lo stacco rispetto al predecessore («la cui fama di playboy e scherzi di cattivo gusto gli conquistarono pochi amici» in America, ricorda ancora il Wall Street Journal). Dall´inizio del governo Monti si è diradata sui mercati quella cappa di paura - lo spread Btp-Bund come misuratore del rischio di un default - che Obama e il suo segretario al Tesoro Tim Geithner sorvegliano quotidianamente. Per ben due volte, all´inizio del 2010 e ancora all´inizio del 2011, una ripresa americana si è spenta a causa dei venti di panico soffiati dall´Europa. Siamo alla terza "partenza", con quasi mezzo milione di posti di lavoro in più creati in America dall´inizio dell´anno. Obama ha bisogno più che mai che questa crescita non sia interrotta da tempeste esterne: ne va della sua rielezione a novembre.
Stima e gratitudine per Monti, ma anche una speranza: che il premier "germanico" aiuti Washington a smuovere le resistenze di Angela Merkel. Tra Obama e la cancelliera tedesca non si è mai stabilito un feeling, nonostante le telefonate a ritmo bi-settimanale nelle fasi convulse di crisi dell´eurozona. Il presidente americano considera la Germania inadempiente quanto la Cina, rispetto agli impegni presi nel vertice G20 di Pittsburgh (settembre 2009). Allora fu definita la "dottrina Obama" che descriveva i macro-aggiustamenti necessari per uscire dalla crisi: i paesi più indebitati come gli Stati Uniti dovevano stringere la cinghia, quelli con ampi surplus di risparmio e di bilance commerciali dovevano aumentare i consumi e le importazioni, trasformarsi in locomotive. Sono passati due anni e mezzo, e l´unica locomotiva torna ad essere l´economia americana. Troppo poco per rilanciare una crescita solida e durevole. Il banchiere centrale della Fed, Ben Bernanke, presta man forte a Obama: «Politiche di soli tagli e tasse non consentono di ripartire». Ora Obama spera che un italiano un po´ teutonico diventi il suo partner nel gioco di sponda verso Berlino, un ruolo che avrebbe dovuto ricoprire Nicolas Sarkozy ma nel quale il presidente francese ha deluso. Il «patto Ue-Usa sulla buona gestione delle rispettive economie» che Monti offre a Obama, è d´attualità nel giorno stesso in cui l´agenzia Standard&Poor´s indica come possibile un secondo declassamento del rating sovrano degli Stati Uniti.
L´attenzione al rigore della finanza pubblica aiuterà Monti a sciogliere il ghiaccio nel suo primo incontro di Washington, l´appuntamento di stamani con il presidente della Camera, il repubblicano John Boehner che ha boicottato tutte le iniziative di spesa di Obama. Segue un pranzo-conferenza al think tank di economia internazionale Peterson Institute, prima del bilaterale alla Casa Bianca. Dove anche la politica estera farà capolino, oltre a essere il menù principale nel colloquio fra Hillary Clinton e Giulio Terzi. La Siria è in primo piano, dopo che la risoluzione Onu voluta da Obama, Unione europea e Lega araba si è infranta contro il veto russo-cinese. Obama si gioca tutto il bilancio delle "primavere arabe". I segnali negativi dall´Egitto ridanno vigore alle polemiche della destra americana, che accusa il presidente di aver mollato alleati storici come Mubarak, garante almeno della pace con Israele. Sullo sfondo c´è la minaccia più seria di tutte, l´Iran nucleare, che in caso di attacco preventivo da Israele potrebbe trascinare Obama in un conflitto a pochi mesi dalla scadenza del suo primo mandato. Le emergenze internazionali accompagneranno Monti anche nella sua seconda giornata americana: la tappa a New York dedicata domattina all´incontro con il mondo della finanza, seguito dall´appuntamento con il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon.
LA REPUBBLICA VENERDì 10 FEBBRAIO
VITTORIO ZUCCONI
UN PREMIER italiano così, a Washington, non l´avevano mai visto e forse per questo piace. Un leader senza corte, un presidente senza partito, un esperto che parla poco, ma almeno sa di che cosa parla. Un enigma avvolto in un mistero, questo Monti l´Americano, "the Man in Loden". Negli archivi dei giornali coloro che devono raccontare le visite di Stato hanno frugato invano i precedenti. Da Alcide De Gasperi nel 1947, il primo presidente del Consiglio repubblicano sbarcato a Washington con le tasche disperatamente vuote, a Silvio Berlusconi.
Passando per i Moro, i Craxi, i De Mita, i Fanfani, gli Andreotti, gli "Aliens" della politica italiana ai quali si doveva sorridere per il bene della famiglia occidentale. Non hanno trovato, alla voce "Italian Prime Minister" riferimenti e precedenti utili per trattare con un professore che non corrisponde a nessuno degli stereotipi italiani. «Ma siete sicuri che Monti sia italiano?» è arrivato a chiedere a un membro della delegazione arrivata da Roma un giornalista locale, scherzando, ma solo in parte.
Non è italiano come Schettino il Codardo o come Italo Balbo, l´eroe del nazionalismo fascista, celebri negli Usa. È allora italiano come l´incomprensibile e tormentato Aldo Moro, che gli interpreti non riuscivano a tradurre? Enigmatico e sfuggente come Andreotti? Corruttibile come i ministri, i politici, i generali, i truffatori che accettavano bustarelle dalla Cia e dalla Lockheed ? "The Man in Loden" che ieri ha parlato con la dirigenza, il Parlamento e con l´intellighentsjia americana a Washington e che i media si sono contesi per interviste, «troppe» ha esclamato il New York Times, è l´italiano che non ti aspetti. Un Mario lontanissimo dal SuperMario baffuto con la coppola del famoso videogame.
L´effluvio di articoli elogiativi, di definizioni epiche ed enfatiche come «l´Uomo più importante d´Europa» data dal New York Times, di saluti confidenziali ma rispettosissimi, «Ciao Italiano: il nuovo volto dell´Italia senza scheletri nell´armadio». sono, più che espressioni di piaggeria segnali dello sbalordimenti di osservatori condizionati a pensare agli esponenti politici del nostro Paese come a creature aliene, attori di una sola stagione o macchiette. Questo severo, algido, serissimo tecnico cresciuto nel mondo della finanza e dell´economia internazionali che pure mazziò quella Microsoft americanissima, che dice alla tv pubblica, la Pbs, enormità politiche come «l´Italia deve cambiare la propria cultura e mentalità» spiazza una capitale e un mondo giornalistico abituati alle "platitudes", alle banalità di circostanza buone ormai soltanto per i tg italiani. O, peggio, rassegnati alle gag.
Time, il settimanale che aveva dato a Silvio Berlusconi un feroce addio lo scorso anno in autunno («Ha messo in pericolo l´intera economia europea»), dopo avergli già dedicato una copertina con il titolo di «Fallimento» sulla sua faccia, regala a Monti una ben diversa prima pagina, nell´edizione europea (per quella americana, Time ha preferito una storia sull´amicizia fra i cani, nel senso degli animali). Si chiede se lui possa «Salvare l´Europa». Dunque l´Italia, la nazione che sembrava destinata a diventare non soltanto la prossima tessera del domino a cadere dopo la Grecia, ma la chiave di volta che avrebbe ceduto facendo crollare tutto l´arco dell´Euro, è diventata quella che potrebbe «salvarla».
Ci sono uno sfoggio di ottimismo, una sbalorditiva apertura di credito che appena cinque mesi or sono, quando il differenziale di interessi fra i nostri Buoni del Tesoro e quelli tedeschi era di 560 punti, sarebbe sembrata demenza e oggi, con lo spread a 344, appare possibile. Se nessuno, certamente non a Wall Street dove gli entusiasmi si contano in soldi e non in parole, osa ancora parlare di "miracolo italiano", l´attesa per Monti l´Americano è acuta, quasi preoccupante. Nelle stanze della grande finanza e dei circoli che contano e muovono i miliardi senza riguardi per la politica, è ben conosciuto, è stato "one of the boys", uno di loro, rispettato e riverito.
Ma davvero può bastare lui a trasformare l´Italia da "malato d´Europa" a medico curante? Forse no. Eppure così sembra, ascoltando le voci di Washington e di New York, in un´esplosione di fiducia che è figlia, oltre che dei draconiani provvedimenti d´emergenza adottati da «questo governo che non c´è, ma che governa», come dice un commentatore della rete finanziaria CNBC la più ascoltata d´America, di una strategia montiana della comunicazione. Un modo di parlare al resto del mondo talmente diverso da quello del suo predecessore da apparire rivoluzionario e certamente efficace. Monti ha giocato con i media internazionali con un´abilità sorprendente per qualcuno che certamente non era mai stato accusato di essere un "grande comunicatore" alla Reagan o alla Berlusconi, né di voler "compiacere" l´audience.
Il Monti in edizione americana, e internazionale, sembra avere intuito, o capito per esperienza, che la gigioneria può pagare sul breve, ma sul lungo periodo divora chi la spaccia. Il suo naturale "internazionalismo", distillato in decenni di lavoro in istituzioni sovranazionali a Bruxelles o in multinazionali come le finanziarie paga, per ora, più del gustoso provincialismo di un grande entertainer come Berlusconi.
E c´è qualche cosa di ancora più profondo, e importante, nell´accoglienza riservata a "The Man in Loden". Quando i media, la politica, la finanza americane dicono di voler puntare tutto sull´«Uomo che può salvare l´Europa» dicono qualche cosa che va oltre il sollievo per la ritrovata rispettabilità internazionale di un´Italia troppo importante anche per loro per trasformarsi nello zimbello dei vertici. Dicono di volere la sopravvivenza dell´Euro e della costruzione europea, della quale hanno molto più bisogno di quanto a volte ammettano. Monti l´Americano è la speranza paradossale di un´Europa più europea.
LA REPUBBLICA 10 FEBBRAIO 2012
FEDERICO RAMPINI
«MARIO, il lavoro che stai facendo in Italia è eccezionale. Mi è piaciuta la tua partenza a razzo. Hai tutto il mio sostegno», dice il presidente degli Stati Uniti a Barack Obama.
«Dalla partita che si gioca a Roma dipende il destino di tutta l´eurozona, e quindi anche la ripresa americana. Per due volte la crescita è ripartita qui negli Stati Uniti, all´inizio del 2010 e all´inizio del 2011, per poi frenare sotto gli shock della crisi europea. Stavolta ho più fiducia». Barack Obama incontra per la prima volta Mario Monti, lo riceve nella cornice più solenne della Casa Bianca in una giornata difficile, con il caso greco che torna a fare paura. Il presidente americano mette subito il premier italiano a suo agio, lo elogia per «l´alto livello di fiducia del tuo governo», sia nell´opinione pubblica che nelle cancellerie internazionali e sui mercati. Obama vuole "scoprire" a fondo un partner che gli è indispensabile, lo interroga sul «contratto per la crescita» che Monti propone per l´Europa. «Com´è possibile - gli chiede il presidente americano - generare crescita sotto la pressione di politiche di bilancio così restrittive?». È contento, e lo dice, che si sia ricostituito dopo una pausa lunghissima un triangolo tra Berlino Parigi e Roma. Sollecita Monti a «dare un contributo forte al prossimo G8, che ospiterò a maggio nella mia Chicago». Gli confida che ha bisogno del suo aiuto per convincere la Germania a fare di più, a sostegno della ripresa.
C´è solo un accenno alle «circostanze eccezionali» in cui Monti è arrivato a Palazzo Chigi; è nello stile di Obama, un´allusione delicata all´uscita di scena di Silvio Berlusconi con cui l´Amministrazione democratica ebbe un rapporto a dir poco diffidente. Con Monti il cambiamento di tono è immediato. Finalmente il dialogo è tra simili. Molto simili davvero: dopo pochi minuti Obama sente di aver di fronte un uomo che ha il suo stesso approccio, la cortesia e la sobrietà dei modi insieme con la passione per l´analisi, l´approfondimento. Due professori: proprio così. Quante volte in America - soprattutto dalla destra populista - questo presidente cresciuto a Harvard è stato accusato di essere "élitario, professorale, troppo intellettuale, didattico". Ora si trova di fronte un professore di mestiere, specializzatosi nell´altra super-università americana, Yale. Uno è giurista per formazione, l´altro economista. Ma Obama subisce una vera attrazione anche per l´analisi economica, affinata dopo anni di discussioni con personaggi della statura di Warren Buffett, Paul Volcker, Larry Summers. Perciò si sente a suo agio davanti a colui che la stampa americana battezzò "SuperMario" (ai tempi in cui era commissario europeo) e che ora entra alla Casa Bianca col biglietto da visita della copertina di Time: "L´uomo che può salvare l´Europa?". Obama ha capito anche un´altra cosa, preparando questo summit con il segretario al Tesoro Tim Geithner e il banchiere centrale Ben Bernanke: questo SuperMario che ha davanti a Washington legittima l´azione di un altro SuperMario, il presidente della Bce Draghi, la cui azione di "pompaggio di liquidità" ha tamponato la sfiducia dei mercati.
Monti diventa decisivo nella strategia europea di Obama. Il leader americano si strappa da altri impegni più importanti sulla scena domestica, in una giornata densissima: ha appena annunciato una storico «patteggiamento» delle banche colpevoli per i mutui subprime, 26 miliardi di indennizzi che andranno alle famiglie indebitate. Una notizia tale da sconvolgere l´agenda della giornata, ma Obama non rinuncia a un solo minuto del suo colloquio con Monti. Comincia a chiamarlo Mario: in inglese dove non esiste differenza fra il tu e il lei, è il segnale di passaggio a un tono diretto, confidenziale. Obama sottopone Monti a un interrogatorio serrato, vuole conoscere nel dettaglio «le misure che stai varando per ricostruire la fiducia dei mercati e rilanciare la crescita attraverso riforme strutturali». Gli preme tanto più di fronte alla nuova emergenza in Grecia, che Monti continui a sostenere «il rafforzamento del fondo salva-Stati, la muraglia di fuoco a difesa dell´euro». Il presidente Usa vuole essere rassicurato che l´Italia si salverà da sola e quindi non sarà necessario un intervento del Fondo monetario internazionale in aiuto a Roma: questione scabrosa, perché la destra repubblicana denuncerebbe qualsiasi salvataggio che costi un solo dollaro al contribuente americano (gli Usa sono il primo azionista del Fmi). Soprattutto sta a cuore a Obama «sviluppare tra noi delle sinergie per promuovere la crescita». È questa la parte più impegnativa del colloquio: «Le tue riforme strutturali - chiede Obama - possono generare una ripresa? Andrà in questa direzione l´intera eurozona?». Al premier italiano, lui ricorda che «anche il Fmi, ormai perfino le agenzie di rating, dicono che senza crescita diventa impossibile ridurre durevolmente il deficit e il debito degli Stati». Obama si aspetta che Monti lo aiuti a "decifrare" quell´enigma che per lui resta Angela Merkel. Ascolta con attenzione - e inquietudine - quando il premier italiano fuga ogni illusione sulla possibilità di «convertire la Germania a politiche keynesiane di rilancio basate su iniezioni di spesa pubblica». Il presidente americano forse si lascia convincere solo a metà, dall´argomentazione di Monti secondo cui «bisogna convincere la Merkel a essere più coerente con il modello tedesco, cioè a sviluppare fino in fondo l´economia sociale di mercato, aprendo di più alle liberalizzazioni». Era ben diversa, in partenza, la "dottrina Obama" lanciata al G20 di Pittsburgh nel settembre 2009: i paesi con forti surplus commerciali e risparmio abbondante come Germania e Cina dovevano rilanciare la spesa di consumo e diventare locomotive. Ma Obama capisce che il "germanico Monti" può aiutarlo a individuare qualche apertura nella corazza tedesca, proprio quello che non è mai riuscito a fare Nicolas Sarkozy. Da questo momento il ghiaccio è rotto davvero. Ci si può parlare al telefono tra Washington e Roma. Succederà spesso d´ora in avanti. Monti è stato cooptato in un nuovo incarico informale, sarà un partner sempre più ascoltato, una sorta di "consigliere esterno del presidente" per impostare il G8 di Chicago a maggio, il vertice più importante per l´economia globale prima dell´elezione presidenziale di novembre.
LA REPUBBLICA 10 FEBBRAIO
FRANCESCO BEI
DAL NOSTRO INVIATO
WASHINGTON - Quaranta minuti faccia a faccia con Obama, seduti davanti al caminetto nello Studio Ovale, conversando in inglese senza interprete, sono la misura di quanta importanza gli Stati Uniti attribuiscano agli sforzi del tecnico Monti. «La relazione fra l´Italia e gli Stati Uniti - chiarisce il presidente Usa - non è mai stata così forte». In più c´è anche la sua «personale fiducia nella leadership del primo ministro», e la speranza che «possa traghettare l´Italia, in questo momento difficile, fuori dalla tempesta». Monti sembra quasi imbarazzato per tanto calore.
«Sono veramente soddisfatto», dichiara il premier sul pratino di fronte alla celebre West Wing della Casa Bianca. L´appoggio pieno degli Stati Uniti non è secondario per la battaglia che Monti sta conducendo in Europa. «Il mondo e i mercati - ricorda infatti il presidente del Consiglio - vivono di una merce rara che è la credibilità. Quindi il fatto che il presidente degli Stati Uniti esprima sull´Italia una valutazione positiva è già di per sè un aiuto concreto». Le facce distese dei diplomatici che lo accompagnano sono così diverse da quelle preoccupate del passato, quando avevano a che fare con le gaffe del Cavaliere. Con i giornalisti Monti riferirà che anche «il rapporto umano con Obama riesce così semplice». Una relazione lontana dalla gelida distanza che aveva caratterizzato i rapporti fra Roma e Washington ai tempi del suo predecessore, mai ricevuto alla Casa Bianca se non per un veloce caffè in qualità di presidente di turno del G8. E non è un caso se Obama dà a posteriori all´Italia quel sospirato riconoscimento per la guerra in Libia che (clamorosamente) fu negato a Berlusconi lo scorso settembre. «Senza il contributo straordinario dell´Italia in Libia non avremmo avuto successo».
Per «SuperMario», come lo chiama Fred Bergsten, il fondatore del prestigioso Peterson Institute, dove un centinaio fra imprenditori ed economisti lo ascoltano in religioso silenzio prima dell´appuntamento alla Casa Bianca, è la visita dei superlativi. Salutato dal settimanale Time come «l´uomo che può salvare l´Europa», Monti raccoglie nella sua prima giornata di visita un solido successo, quanto meno sul piano dell´immagine. Gli americani, ossessionati dalla possibilità che la crisi dei debiti sovrani possa far ripiombare anche gli Stati Uniti nella recessione, sembrano ansiosi di fornire a «Super Mario» ogni possibile supporto. «Crediamo nello straordinario impegno del presidente Monti», dice Hillary Clinton al ministro Terzi. E Monti, illustrando la sua «visione» pro crescita al pensatoio «non-partisan» del Peterson non li delude. Ricorda quanto già fatto per il risanamento. Elogia «la maturità dei sindacati italiani», che hanno fatto passare la riforma delle pensioni «con solo tre ore di sciopero». Bacchetta la Germania e la Francia, senza complessi d´inferiorità, per le loro resistenze verso una piena realizzazione del mercato unico in Europa. Per Monti è quella l´unica ricetta credibile per la crescita: «L´euro avrebbe dovuto essere la ciliegina sopra la torta del mercato unico - spiega al Peterson facendo ridere la platea - ma la torta non è stata fatta. Adesso dobbiamo diventare un vero mercato unico e liberalizzare i servizi. Anche in Germania e in Francia».
Sergio Marchionne, in prima fila, applaude tre volte. Per il capo della Fiat «va appoggiato in tutte le maniere, altrimenti si torna all´era delle caverne». Monti parla delle liberalizzazioni e del decreto Salva-Italia. Chiarisce che anche la riforma del lavoro sarà fatta «entro marzo», per «avvicinare l´Italia ai paesi scandinavi e alla loro flexsecurity». In mattinata visita il Congresso, incontra lo speaker John Boehner, un repubblicano. Anche qui lo tempestano di domande su come far crescere l´Europa. «Gli Stati Uniti - osserva Monti - ci vedono come un Paese che può contribuire a dare più impulso all´Ue e alla crescita a vantaggio generale per le due sponde dell´Atlantico». È il punto centrale della visita: Monti come il demiurgo della crescita, l´uomo che può convincere i tedeschi là dove i francesi hanno fallito. Oggi appuntamento a New York, per parlare ai signori di Wall Street.
LA REPUBBLICA 10 FEBBRAIO
ELENA POLIDORI
ROMA - Ancora una volta il Fondo monetario internazionale plaude alle misure di rigore prese dal governo Monti; prevede che l´Italia riuscirà a risanare il bilancio, raggiungendo il pareggio nel 2013.
La nuova promozione arriva proprio in coincidenza dell´incontro tra il premier e il presidente Obama e, in qualche maniera, pare anticipare il giudizio che gli ispettori del Fmi dovranno dare sul paese, in una missione di controllo attesa in tempi brevi. Ed è un ok ancora più rilevante perché l´Italia è una «sorvegliata speciale» dell´Istituzione, sottoposta a monitoraggio dei conti lo scorso 4 novembre, quando ancora c´era il governo Berlusconi. Quella decisione drammatica fu presa dal G20 di Cannes, caldeggiata pare Francia, Germania e Usa e molto ben accolta dagli altri partner, tanto da finire nel comunicato ufficiale del summit.
Ecco, nel giro di tre mesi l´immagine esterna del paese è completamente cambiata. Viene apprezzata la «cura» del governo. Inoltre Monti stesso ha incontrato ad uno ad uno i leader che a quel tempo vedevano l´Italia con diffidenza, da Sarkozy a Merkel ed ora appunto Obama. A Washington, non ci saranno invece incontri specifici con i vertici del Fmi, a cominciare da Christine Lagarde, con cui peraltro il premier intrattiene regolari rapporti, in tutte le sedi internazionali .
«Plaudiamo alle ambiziose misure di correzione prese dal governo italiano e stimiamo che il consolidamento del debito in corso porterà al risanamento del bilancio», dice ora Gerry Rice, portavoce del Fmi. E sostanzialmente ripete quanto già affermano all´indomani della manovra, quando parlò di «passi importanti per ripristinare la fiducia, far scattare la crescita e rimettere il debito sulla giusta traiettoria».
Il giudizio del Fondo è senz´altro politico, ma anche economico. Tanto più che, secondo questi esperti, l´Italia rischia un biennio di recessione, con un calo del Pil del 2,2% quest´anno e dello 0,6% nel 2013. Queste fosche previsioni, le ultime che si conoscono, sono ovviamente connesse con la crisi generale di Eurolandia, considerata un´area economica fragile e a rischio-contagio. Ma è evidente che, cambiando la percezione esterna del paese ed essendosi l´Italia nel frattempo rimessa sulla retta via, anche queste stime potrebbero essere riviste in occasione dei prossimi «spring meetings» del Fmi, in programma come sempre in aprile, a Washington.
Nella visione del Fondo monetario, comunque, pur con tutte le manovre di risanamento, le riforme strutturali e le liberalizzazioni, l´Italia ha bisogno anche che il contesto europeo si modifichi; bisogna anzitutto che si rafforzi il fondo salva-stati. E´ interesse del paese come di tutta Eurolandia.
LA REPUBBLICA SABATO 11 FEBBRAIO
FEDERICO RAMPINI
L’uno-due non era scontato. La seconda tappa della tournée americana di Mario Monti era più ostica della prima. Lo statista più potente del mondo gli era già amico, per ragioni di interesse strategico. Invece i "Masters of the Universe", i Signori del denaro che agiscono nel tempio della finanza globale, erano sospettati di ordire oscure trame ai danni dell’Italia. Anche a prescindere dalle teorie del complotto, le logiche del grande capitalismo sono autonome da quelle dei governi. L’accoglienza positiva di Barack Obama era certa. Il presidente americano l’ha caricata di un sovrappiù di fiducia, ha voluto fare un investimento strategico su Monti, scegliendolo come interlocutore privilegiato per "decifrare" gli enigmi europei. Se tra i due leader si è stabilita una immediata sintonia intellettuale, la base di partenza era già solida: eliminato Silvio Berlusconi, per l’Amministrazione Obama l’Italia ha smesso di essere una mina vagante sul percorso verso una ripresa economica solida e durevole. La Casa Bianca non aveva mai scommesso sulla disintegrazione dell’eurozona, anzi vedeva quello scenario come un’autentica catastrofe. Lasciata Washington, ieri a New York Monti si è trovato davanti un "parterre" diverso: gente che dallo sfascio dell’euro ha guadagnato, e poteva guadagnare ancora. Al piano nobile del grattacielo Bloomberg, sulla 59 Strada fra la Lexington e la Terza Avenue, il presidente del Consiglio si è trovato di fronte l’establishment capitalistico: in un paese dove questo termine ha ancora un significato preciso, nomi e fisionomie, ragioni sociali e indirizzi.
Lloyd Blankfein, chief executive di Goldman Sachs; George Soros il grande castigatore della lira che ci scaraventò fuori dal Sistema monetario europeo nel 1992; Peter Grauer presidente del gruppo Bloomberg che è la più grande rete d’informazione finanziaria mondiale; Henry Kravis del fondo di private equity Kkr le cui gesta ispirarono il primo film "Wall Street" con Michael Douglas nella parte di Gordon Gekko. E tanti altri. Per metafore cinematografiche, se il giovedì a Washington evocava la regìa di Clint Eastwood (nel senso dello spot obamiano Fiat-Chrysler...) il venerdì a New York è stato un film alla Oliver Stone. Qui i cattivi c’erano, almeno potenzialmente. Gruppi finanziari capaci di prende posizione "corta o lunga" sui nostri Btp spostando l’umore dei mercati. Non necessariamente perseguendo delle trame diaboliche: Wall Street agisce sulla base di scenari, previsioni, calcoli di rischio. E’ un mondo col quale bisogna sapersi confrontare: spiegarsi, "vendere" il proprio sistemapaese in senso buono, convincendo i grandi investitori globali che è un affare nel lungo periodo. Con il suo classico understatement, Monti ha evitato trionfalismi: "Penso di averli convinti, sì, anche se non te lo dicono seduta stante". Almeno uno di loro, però, si era pronunciato. Proprio Soros, a lungo un pessimista sull’euro, ha detto questo: "Io oggi terrei una quota molto più larga di bond italiani in portafoglio. Con rendimenti del 6 o del 7% sono un investimento speculativo, con rendimenti del 5 o del 4% sono un buon investimento di lungo termine". Questo è il verdetto attuale; viene da quello stesso ambiente da cui sono partiti per molti mesi poderosi investimenti ribassisti. Monti ha raccolto consensi nel giorno in stesso in cui si riapriva un’emergenza dei mercati sulla Grecia, ha cercato di rafforzare l’idea che l’Italia sia ormai al sicuro dal contagio anche nell’evenienza di un defualt greco. Un incontro come quello di ieri nel grattacielo Bloomberg nonè del tutto inusuale per i leader stranieri. Ma non vi si erano mai cimentati né Silvio Berlusconi né Giulio Tremonti, i due predecessori di Monti nelle funzioni che lui cumula di premier e ministro economico. Sia per difetto di conoscenza dell’inglese, sia per mancanza di contenuti concreti da esporre a questi interlocutori, i governanti italiani da anni latitavano dalla piazza finanziaria più importante del pianeta. Salvo lamentarsi di averla "contro", ed evocare oscure macchinazioni ai loro danni. Monti nel consolidare il balzo d’immagine del paese, ha aggiunto qualcos’altro: per Obama come per gli interlocutori di Wall Street, si è qualificato come un "traduttore esperto" delle problematiche dell’Europa intera. "Basta sentirlo parlare della visione germanica del capitalismo, sentirlo spiegare che per Angela Merkel l’economia è un ramo dell’etica, e si capisce che porta un valore aggiunto ai dirigenti americani", è stato il commento di uno dei commensali. Se lo ricordano arbitro severo dell’antitrust di Bruxelles ai danni di Microsoft e General Electric; lo riscoprono come un ponte fra le due sponde dell’Atlantico, a cui si può chiedere un contributo per smussare asperità e incomprensioni sulle strategie di rilancio della crescita globale. Monti ha avuto l’accortezza di aggiungere, quasi di sfuggita, questa osservazione dopo il summit con i chief executive del capitalismo americano: "Quello che ci chiedono, è di continuare nella nostra opera di risanamento. Ma noi non lo facciamo per loro, lo facciamo per gli italiani, e per le future generazioni". Una precisazione importante. E’ utile che Wall Street non ci "remi contro". Ma l’approvazione di questo establishment riguarda i saldi finanziari dell’azione di governo, non dice nulla sul segno sociale e i contenuti di equità del risanamento.
SABATO 11 FEBBRAIO 2012
FRANCESCO BEI
NEW YORK - Nel palazzo di vetro dell’agenzia Bloomberg, seduto davanti ai quindici «big player» della finanza e dell’industria americana, Mario Monti annuncia che «Italy’s back», l’Italiaè tornatae ci si può fidare. La seconda giornata di visita negli Stati Uniti è infatti dedicata a «vendere» il paese agli investitori, agli amministratori delegati dei fondi d’investimento e delle grandi banche - da George Soros a Lloyd Blankfein di Goldman Sachs, da Henry Kravis del Fondo di Private Equity KKR a James P. Gorman di Morgan Stanley - fino agli «gnomi» di Wall Street, che per l’occasione ha issato il Tricolore accanto alla bandiera a stelle e strisce.
Ma l’evento sicuramente più importante è la colazione di lavoro al decimo piano del grattacielo Bloomberg. Un botta e risposta informale e fuori dai denti, seguito da alcuni bilaterali per approfondire singoli aspetti. A tutti i «Ceo» il premier italiano ripete lo stesso concetto: «Fidatevi, l’Italia non torna indietro.
Sappiate che il percorso di risanamentoè irreversibile». Pesano sul servizio del debito gli interessi ancora troppo alti dei BTP a dieci anni, comparati con i titoli a breve scadenza. Segno, spiegava Monti il giorno prima agli economisti del Peterson Institute, che i mercati si fidano del governo dei tecnici, meno di quelli che potrebbero arrivare nel 2013. È per questo che il presidente del Consiglio insiste molto sull’irreversibilità delle riforme strutturali italiane. «Noi tecnici non paghiamo un costo politico per i sacrifici che stiamo imponendo agli italiani perché non ci presenteremo alle elezioni. Ma chi verrà dopo di noi non smantellerà quello che abbiamo fatto: chiunque vinca il nostro lavoro resterà anche nel lungo periodo». Il messaggio è insistito e dalle risposte Monti ne trae qualche conforto. Incontrando la stampa italiana consegna le sue impressioni a caldo: «Penso di averli convinti, ma in genere non lo dicono seduta stante». E tuttavia, rileva Monti, «c’è molto interesse per l’Italia e per il mercato italiano una volta che l’economia si consoliderà nel suo miglioramento, ma già oggi si vede qualcosa». In effetti lo spread si abbassa, le aste del debito sono andate bene. Insomma, aggiunge, «a giudicare dall’andamento del mercato qualcuno deve aver già iniziato a investire e penso che l’opinione che i mercati, così come le autorità degli altri governi, si stanno formando sulla serietà con cui l’Italia sta affrontando i suoi problemi, non possa che far aumentare l’atteggiamento positivo verso tutto ciò che è italiano, compresi i titoli di Stato».
«Serietà», «affidabilità», sono queste le due parole chiave che il premier ripete in ogni occasione. Non lo preoccupa invece il taglio del rating su 34 banche italiane da parte di Standard& Poor’s, perché «è in gran parte un effetto atteso di precedenti decisioni». Gli investitori, riferisce il premier, chiedono all’Italia «di continuare quello che abbiamo cominciato a fare e che viene molto, molto apprezzato». «Ma - aggiunge - non lo facciamo per loro. Lo facciamo per gli italiani, ma loro apprezzano. Come anche gli italiani del resto». Da parte della comunità finanziaria americana «c’è anche molto interesse per il ruolo che si aspettano che l’Italia giochi nel governo dell’Europa e dell’eurozona».
Da Roma arriva l’eco della battaglia in vista sul decreto liberalizzazioni. Con quei 2500 emendamenti che misurano tutta la distanza tra il pericolo che ancora corre il paese e la percezione della situazione che (non) si ha nel mondo politico. Ma Monti non vuole far polemiche. Si limita a glissare con una battuta: «I 2500 emendamenti? Non li ho ancora letti tutti». Poi via, a parlare a porte chiuse a Wall Street.
Quindi all’Onu, l’unica parentesi non finanziaria della visita, il faccia a faccia con il segretario Ban Ki Moon.
LA STAMPA GIOVEDì 9 FEBBRAIO 2012
INTERVISTA A OBAMA DI MAURIZIO MOLINARI
L’ Italia sta facendo passi impressionanti al fine di modernizzare la sua economia»: il presidente americano Barack Obama lo spiega in esclusiva a «La Stampa» a poche ore dall’odierno incontro con il premier Mario Monti nello Studio Ovale, esprimendo forte sostegno per le misure di risanamento adottate dal governo e delineando l’agenda dei rapporti con l’Europa.
Le parole di Obama testimoniano la convinzione che Monti sta guidando l’Italia verso i sacrifici necessari ed è un leader europeo con il quale discutere la comune ricetta di Usa-Ue per superare la crisi finanziaria. A testimoniarlo è che Monti nell’intervista alla tv «Pbs» aveva auspicato martedì maggiori firewall finanziari per l’Eurozona «perché mettendone di più grandi si riduce la possibilità di doverli usare» e Obama ora risponde «sono d’accordo», lasciando intendere la necessità di un maggior impegno della Germania. Il presidente descrive America e Europa alleate per battere la crisi finanziaria, aiutare le svolte democratiche in Medio Oriente e Nord Africa, costruire la difesa missilistica Nato e sostenere la transizione afghana. L’interesse americano per il risanamento italiano si deve alla convinzione che sia un passaggio cruciale per ridare stabilità all’Eurozona, scongiurando una nuova recessione negli Stati Uniti. A conferma dell’attenzione nei confronti dell’ospite, Pennsylvania Avenue lo accoglie con un cerimoniale che prevede dopo l’incontro nello Studio Ovale che Monti parli alla stampa al Pebble Beach, davanti all’entrata della West Wing. L’intervista che segue è un ulteriore gesto di attenzione nei confronti del nostro Paese perché finora Obama non ne aveva mai concesse in occasione della visita di un premier italiano a Washington.
Partiamo dalla crisi dell’Eurozona. In più occasioni lei ha espresso la necessità di un’espansione dei «firewall finanziari per l’Europa». Ritiene che l’attuale cooperazione fra i governi di Germania, Francia e Italia vada nella direzione giusta?
«La situazione finanziaria in Europa sarà al centro dell’agenda con il primo ministro Monti nell’Ufficio Ovale. Come ho detto durante la crisi, credo che l’Europa abbia la capacità economica e finanziaria per superare questa sfida. Durante gli ultimi due anni, l’Europa ha compiuto un certo numero di passi difficili e cruciali per affrontare la crisi che cresceva. In Italia e in Europa i cittadini stanno compiendo sacrifici dolorosi. Sotto la leadership del primo ministro Monti, l’Italia sta ora adottando passi impressionanti per modernizzare la sua economia, ridurre il proprio deficit attraverso una combinazione di misure su entrate e spese, riposizionando la nazione sul cammino verso la crescita. Più in generale i governi europei si sono uniti nel riformare l’architettura dell’Unione europea. Una delle lezioni che gli Stati Uniti hanno appreso durante la nostra recente crisi finanziaria è stata l’importanza di dimostrare ai nostri cittadini, alle nostre imprese, e ai mercati finanziari che eravamo impegnati a fare ciò che serviva per risolverla. Questo è il motivo perché abbiamo chiesto con urgenza ai nostri partner europei di erigere abbastanza firewall finanziari per evitare che la crisi si diffondesse. Sono d’accordo con quanto il primo ministro Monti ha detto: se l’Europa mette in atto firewall sufficientemente grandi si riduce la possibilità di doverli usare. Ciò che serve adesso è che tutti i governi europei dimostrino il loro impegno totale per il futuro dell’integrazione economica in Europa».
Perché la soluzione della crisi del debito nell’Eurozona è così importante per gli Stati Uniti?
«È così importante perché le nostre fortune economiche sono intrinsecamente legate e le relazioni con l’Europa sono una parte importante dei nostri sforzi per creare posti di lavoro e prosperità negli Stati Uniti. L’Unione europea è il singolo più grande partner economico dell’America, e il commercio e gli investimenti fra noi sostengono milioni di posti di lavoro su entrambi i lati dell’Atlantico. Le nostre banche e i nostri mercati finanziari sono profondamente connessi. Quando l’Europa va bene questo è positivo per i posti di lavoro e le aziende in America. Quando la crescita in Europa rallenta o i vostri mercati finanziari sono instabili, noi ne sentiamo le conseguenze, così come voi avete sentito l’impatto della crisi finanziaria americana quattro anni fa. Più semplicemente, gli Stati Uniti hanno un enorme interesse nella crescita dell’Europa e nel successo dell’area dell’euro. Questo è perché mi sono consultato strettamente e ripetutamente con le mie controparti europee durante la crisi. Ho condiviso con loro le lezioni rilevanti della nostra crisi recente mentre erano impegnate a fronteggiare questa sfida. Il mio incontro con il primo ministro Monti è l’ultimo passo di una cooperazione che continua. Ho intenzione di riaffermare al primo ministro il messaggio che ho portato ai miei partner europei in precedenza, nel caso più recente a Cannes durante il summit del G20: gli Stati Uniti continueranno a fare la loro parte per sostenere gli amici europei nel loro impegno per risolvere la crisi. Voglio solo aggiungere che si tratta di qualcosa che va oltre l’economia. Americani ed europei hanno un profondo legame di amicizia, forgiato in guerra e rafforzato in pace. Vogliamo davvero che l’Europa si riprenda e prosperi. Inoltre, l’Italia è uno dei nostri più importanti alleati e operiamo assieme all’Europa in qualsiasi cosa che facciamo nel mondo. Quando l’Europa è forte, prospera e sicura noi assieme siamo più efficaci, e il mondo è più prospero e pacifico».
In maggio nella sua Chicago ospiterà il summit della Nato. Uno dei temi sarà la transizione in Afghanistan. Qual è il ruolo che l’Italia può avere nello scenario del dopo-guerra?
«L’Italia ha avuto un ruolo cruciale e centrale nella Forza di assistenza e sicurezza internazionale della Nato in Afghanistan, uomini e donne delle vostre forze armate hanno servito con coraggio e altruismo, così come hanno fatto i vostri diplomatici e esperti di sviluppo. Assieme con i nostri partner afghani e la nostra coalizione di 50 nazioni, abbiamo compiuto progressi reali nel raggiungere gli obiettivi condivisi di sconfiggere Al Qaeda, spezzare l’avanzata dei taleban e addestrare le forze di sicurezza nazionali afghane affinché l’Afghanistan possa assumere la guida della sua sicurezza. Italiani coraggiosi hanno dato le loro vite per ottenere tali progressi e noi siamo grati del sostegno del popolo italiano a questa missione vitale. Apprezziamo l’impegno dell’Italia a rispettare gli accordi raggiunti al summit di Lisbona del 2010 per sostenere un processo di transizione guidato dagli afghani che è iniziato lo scorso anno, che consentirà loro di avere la responsabilità della sicurezza entro la fine del 2014. Aspetto di dare il benvenuto al primo ministro Monti e ai nostri colleghi capi di governo nella mia Chicago per il summit della Nato. Sarà un’opportunità per delineare la prossima fase della transizione in Afghanistan. La partnership strategica di lungo termine che l’Italia recentemente ha firmato con l’Afghanistan è un’affermazione forte e benvenuta sull’estensione dell’impegno dell’Italia oltre il 2014, proprio come gli Stati Uniti stanno costruendo una partnership duratura con il popolo afghano. Al tempo stesso, l’Italia e gli Stati Uniti si sono uniti al resto della comunità internazionale nell’offrire sostegno politico ad un processo di riconciliazione guidato dagli afghani che può contribuire a porre fine ad un’insurrezione che ha minacciato il popolo afghano e il resto del mondo per già troppo tempo.
Il summit di Chicago sarà anche un’opportunità per noi di consultarsi su altri temi dell’agenda Nato. La Nato è il pilastro dell’Alleanza transatlantica e della sicurezza europea. Come l’intervento in Libia ha dimostrato, è anche un pilastro della sicurezza globale. Guardando in avanti, abbiamo bisogno di assicurarci che quando la prossima crisi inattesa si manifesterà, saremo pronti a rispondere. Questo è il motivo per cui lo “Strategic Concept” della Nato sta preparando l’alleanza per le missioni e sfide del futuro. Questo è il motivo del perché i ministri della Difesa Nato recentemente hanno deciso di aggiornare le nostre capacità condivise di intelligence, sorveglianza e controllo. E questo spiega perché quando ospiterò il summit in maggio, faremo passi importanti per assicurare che la Nato abbia le capacità necessarie per affrontare le sfide del nostro tempo, inclusi i progressi verso il sistema di difesa missilistica Nato».
La Primavera araba si svolge non lontano dalle coste italiane. Come possono i nostri Paesi essere d’aiuto ai nuovi governi arabi affinché possano costruire società più stabili, libere e prospere?
«È stato un anno straordinario. In Medio Oriente e nel Nord Africa i cittadini si sono sollevati in nome della loro dignità e dei diritti universali. Le transizioni democratiche in Tunisia, Egitto e Libia sono in corso. Assieme alla comunità internazionale abbiamo chiarito che l’orrenda violenza contro il popolo siriano deve finire e che Bashar Assad deve dimettersi così che una transizione democratica possa iniziare immediatamente. Ognuna di queste nazioni affronterà esami politici e economici procedendo sulla strada della democrazia. Gli Stati Uniti e l’Europa condividono un profondo interesse nel successo di queste transizioni. Saranno i popoli della regione a determinare il loro futuro ma gli Stati Uniti e l’Europa possono e devono sostenerli in questo momento cruciale. Per questo ho fatto del sostegno alle riforme politiche ed economiche nella regione una linea d’azione degli Stati Uniti. Continueremo a sostenere le riforme democratiche e puntiamo ad un pacchetto di riforme economiche e di partnership per aiutare queste nazioni ad affrontare le difficoltà economiche che sono anche alla base delle richieste di cambiamento. Il sostegno internazionale può avvenire sotto molte forme, inclusi commercio e investimenti, assistenza tecnica per le elezioni, potenziamento della società civile e il sostegno fondamentale ai diritti universali. Grazie alla sua ricca esperienza storica in transizioni politiche, l’Europa ha un ruolo particolare da giocare. L’Italia è stata una tenace promotrice dei diritti umani, della democrazia e dello Stato di diritto in queste nazioni e noi rendiamo omaggio a tali sforzi per sostenere transizioni che rispettino tali valori. L’Italia ha inoltre dato contributi importanti al successo dei nostri sforzi per salvare vite e sostenere il popolo libico nel porre fine al regime di Gheddafi. Come ho detto in maggio, ci saranno pericoli che accompagneranno momenti promettenti ma sono sicuro che, con il vostro sostegno, vi saranno giorni migliori e di maggiore speranza per i popoli del Medio Oriente e del Nord Africa, che meritano gli stessi diritti e opportunità degli altri popoli del mondo».
Nel discorso che pronunciò a Berlino nel luglio del 2007 disse che “in questo nuovo secolo americani e europei dovranno fare entrambi di più, e non di meno”. Quali sono le nuove sfide comuni che abbiamo davanti?
«Viviamo in un’era nella quale i destini delle nazioni e dei popoli sono connessi come mai avvenuto prima. In un mondo dove le crisi finanziarie possono diffondersi rapidamente dobbiamo coordinare le nostre risposte, come abbiamo fatto al G-20, per assicurarci che la crescita globale sia bilanciata e sostenuta. Le nuove minacce attraversano confini e oceani, dobbiamo smantellare i network terroristici e fermare la diffusione delle armi nucleari, affrontare i cambiamenti climatici, combattere la carestia e le malattie. E poiché i cittadini rischiano le loro vite nelle strade del Medio Oriente e del Nord Africa, il mondo intero è in gioco nelle aspirazioni di una generazione impegnata a determinare il proprio destino. Dobbiamo affrontare assieme queste minacce e sfide. Non c’è maniera migliore di farlo che attraverso la nostra alleanza con l’Europa, che è la più stretta e forte del mondo, radicata in storia e valori comuni. Come ho detto spesso, la relazione dell’America con i nostri alleati e partner europei è il pilastro del nostro impegno nel mondo. Lo abbiamo visto in Afghanistan, dove le nostre forze sono spalla a spalla. Lo abbiamo visto in Libia, dove la Nato ha fronteggiato la necessità assumendosi la responsabilità della protezione civile, dell’embargo di armi e della imposizione della no-fly zone. L’Italia e le sue forze armate hanno avuto un ruolo vitale in queste missioni. La nostra partnership transatlantica è l’alleanza di maggiore successo e il più grande catalizzatore di azione globale. Sono determinato a fare in modo che resti tale».
Lei non ha antenati italiani ma, come ha detto intervenendo al gala della Fondazione italoamericana Niaf a Washington, è circondato da stretti consiglieri che ce l’hanno: da Leon Panetta a Janet Napolitano e il generale Raymond Odierno, dall’ex presidente della Camera Nancy Pelosi a Jim Messina e Alyssa Mastromonaco. Che cosa prova a lavorare circondato da tanti americani di origine italiana?
«Come presidente è un onore lavorare con così tanti colleghi e componenti dello staff con le radici in Italia. Sono gli ultimi di un lungo elenco di italiani-americani che hanno dato contributi durevoli alla prosperità e sicurezza dell’America, e sono orgoglioso di averne così tanti nel mio team. Sono anche orgoglioso di lavorare assieme a così tanti leader politici italiani-americani di talento, come la mia amica Nancy Pelosi che ha fatto la Storia diventando la prima donna a presiedere la Camera dei Rappresentanti. L’Italia può essere fiera del fatto che i suoi figli e le sue figlie continuano a dare contributi inestimabili al successo degli Stati Uniti e alla nostra partnership bilaterale. Ovviamente devo aggiungere che due persone come Danilo Gallinari e Marco Belinelli garantiscono un certo buon nome anche alla Nba».
LA STAMPA GIOVEDì 9 FEBBRAIO
FABIO MARTINI
Soltanto questa mattina, prima di avviarsi verso la Casa Bianca, Mario Monti deciderà se indossare una delle predilette cravatte azzurre, una soluzione cromatica - guarda il caso - gradita anche a Barack Obama, tanto è vero che qualche giorno fa - quando il repubblicano Mitt Romney si è presentato in un dibattito televisivo proprio con una cravatta di quel colore - nello staff del Presidente hanno commentato: «Eccolo là, ha messo pure quella!». Piccoli dettagli, destinati a ingigantirsi durante le campagne presidenziali, ma ovviamente ininfluenti nel determinare, o meno, una chimica positiva tra leader come Obama e Monti, che si incontreranno (e si conosceranno) oggi.
Incontro che ha finito per caricarsi di significati che vanno al di là della fisiologia dei summit bilaterali. «L’Italia - ha detto l’ambasciatore americano in Italia David Thorne al “Corriere della Sera” - è diventato l’alleato più affidabile degli Stati Uniti», «anche perché sta cambiando la dinamica dell’Unione». Parole che ben illustrano l’investimento che il presidente americano sta facendo sull’Italia di Mario Monti, visto da Obama come uno degli argini essenziali per scongiurare lo scenario peggiore: un crollo dell’euro alla vigilia delle elezioni presidenziali. A Monti - che domani sarà a Wall Street - tocca il compito di dare immagine e argomenti alla «nuova Italia», così diversa da quella di Berlusconi, che era stato protagonista di esternazioni irrituali nei confronti del presidente Obama e di alleanze «contronatura» agli occhi degli Stati Uniti. Attraverso gli incontri preparatori tra gli sherpa, Monti ha già anticipato le risposte alle due domande contenute nel comunicato col quale la Casa Bianca dava notizia del vertice di oggi. Per quanto riguarda le missioni militari, il governo italiano ha informato gli americani che il recentissimo decreto, oltre a mantenere sostanzialmente inalterato il budget complessivo, ha dato un anno di certezze a militari ed alleati dopo 3 anni di frantumazioni nei finanziamenti.
Monti presenterà a Obama un primo consuntivo sugli interventi già varati, ma è in grado di annunciare come imminente la chiusura di due capitoli, particolarmente graditi alla mentalità americana: la maggiore flessibilità del mercato del lavoro e soprattutto - su questo si erano manifestate soffocate perplessità nell’amministrazione Usa per il boom di tasse - cospicui tagli alla spesa pubblica, che saranno possibili dopo il completamento della spending review in corso. Misure che rendono l’Italia più credibile come interlocutrice nelle richieste che Monti, con il linguaggio della diplomazia, farà a Obama: credere e sostenere l’integrazione europea. Con ciò rafforzando (nella battaglia «contro» la Cancelliera Merkel) chi si batte per un più corposo fondo salva-Stati, l’Esm, che partirà da luglio con una deterrenza (500 miliardi di euro) ritenuta ancora troppo bassa da Sarkozy, Monti e da Bruxelles. Ma se l’euro terrà - ecco l’argomento di Monti alla Casa Bianca - a quel punto potrebbe diventare decisivo un parallelo potenziamento - su iniziativa americana - della dotazione del Fondo monetario internazionale, in modo di creare un muro di 1500-2000 miliardi, capace di demotivare tutti gli incendiari.
LA STAMPA 9 FEBBRAIO 2012
ANTONELLA RAMPINO
Il focus della missione americana di Mario Monti è cercare la collaborazione statunitense nello stabilizzare la finanza europea, in un viaggio che corona la ritrovata credibilità internazionale dell’Italia. Ma l’incontro con Barack Obama ha anche un altro tema in cima all’agenda, tra i molti della politica estera: la sicurezza europea, dato che gli Stati Uniti hanno deciso di sfoltire, e non di poco, la loro presenza sul Vecchio Continente. Serve una vera politica di sicurezza e difesa europea, e che non sia in concorrenza con la Nato, come teme Londra: un messaggio che Monti recapiterà anche per conto di Merkel e Sarkozy.
Il tema gira da tempo negli inner circle. «Il mondo multipolare sta creando cambiamenti significativi nella mappa globale della sicurezza», diceva pochi giorni fa Lord Ian Forbes, l’ammiraglio che è uno dei due comandanti supremi della Nato, in un convegno a porte chiuse, presenti i generali italiani Abrate e Graziano, «e mentre gli Stati Uniti guardano strategicamente a Ovest, l’Europa è l’unico continente che riduce le spese». Avvertendo anche che questi spostamenti dell’attenzione «finiranno col produrre cambiamenti reali nelle partnership di Difesa».
L’incrocio tra crisi dell’Eurozona e riorganizzazione delle spese militari, di cui si è parlato anche ieri al Consiglio Supremo di Difesa al Quirinale, mentre lo sguardo americano si volge verso Oriente e Medio Oriente, ha messo gli europei in allarme. Per questo Angela Merkel ha voluto, la settimana scorsa, una Security Conference al massimo livello, e per questo Monti è volato a Monaco di Baviera «affiancando» il ministro Di Paola. Lì ha avuto una prima bilaterale americana, con Hillary Clinton, propedeutica al tema che sarà toccato anche oggi con Obama: come ridefinire i rapporti transatlantici in chiave finanziaria e di sicurezza. Erano tra l’altro anni e anni che un presidente del Consiglio italiano non partecipava alla Conferenza sulla Sicurezza, e lì Monti ha incrociato Henry Kissinger, l’ex rivale di Obama alla Casa Bianca John McCain, i ministri degli esteri tedesco Westerwelle, lo svedese Bildt, il polacco Sikorsky e il turco Davutoglu. Monti avrebbe cominciato a spiegare a Clinton che per stabilizzare la finanza europea, operazione per la quale occorrerà aumentare la dotazione del nuovo fondo salva-Stati, l’European Stabilty Mechanism, si può far perno proprio sull’Italia. E che per supplire alla minor presenza Usa in Europa, si potrebbe riformare il patto transatlantico in chiave finanziaria e di difesa.
Dunque Monti arriva a Washington con un mandato informale europeo a sondare l’alleato americano su un’ipotesi che serva a far fronte, anche coinvolgendo parzialmente potenze politicamente emergenti e finanziariamente solide come la Cina, in un momento in cui gli Stati Uniti di fatto impongono alle strategie di difesa un’impronta fortemente multilaterale. Alla Casa Bianca e al Pentagono non sfugge che Francia, Inghilterra, Italia e Germania messi assieme spendono per il personale militare il 25 per cento in più degli stessi Stati Uniti. E’ strategico per gli europei coordinare le politiche industriali e della difesa. Il tema è da tempo in agenda: l’« operation centre» di Bruxelles, micronucleo di politica di difesa e sicurezza europea per ora limitato alle operazioni in Corno d’Africa, è stato voluto da Italia e Germania. L’Italia ha già contribuito al superamento delle divisioni tra Francia e Germania da un lato, che già quest’estate erano favorevoli a formati di comando congiunti, e l’Inghilterra, che teme una duplicazione delle strutture Nato. Adesso, ha l’ambizione di farsi protagonista della prossima sfida che si affaccerà appena superata la crisi dell’Euro: l’unificazione della politica di difesa, dopo quella economica
LA STAMPA 9 FEBBRAIO 2012
PAOLO MASTROLILLI
L’ Italia può prendere il posto che aveva la Gran Bretagna nel facilitare i rapporti tra Usa e Ue, ora che Londra si è ritirata dai progetti per il rafforzamento dell’Unione. Roma può usare la sua influenza per spingere la Germania a concentrarsi sulla crescita, oltre che sull’austerità, necessaria per risolvere la crisi del debito».
Questa analisi di Charles Kupchan, studioso del Council on Foreign Relations, è condivisa da molti a Washington. Monti è atteso nella capitale Usa per dare due segnali: il primo sulla serietà delle riforme strutturali, e il secondo sulla capacità di mutare la cultura del paese. In cambio, «gli Usa diranno al mondo che stanno con Monti e faranno tutto il possibile affinché abbia successo», nota Moises Naim, analista del Carnegie Endowment for International Peace. Un’autorevole fonte dell’amministrazione conferma: «Il rapporto con l’Italia è caloroso, e sui temi di politica internazionale c’è una solida convergenza di vedute. Ma ci interessa molto quello che potete fare in Europa, per aiutare a superare la crisi economica».
Kupchan traduce così questo pensiero: «Obama ha ricevuto notizie incoraggianti, sul piano dell’occupazione e della ripresa americana, che lo aiutano in vista delle elezioni. Se però la Grecia fallisce, oppure si salva ma la crescita stagna in Europa, c’è il rischio che gli Usa tornino a frenare. Quindi l’amministrazione ha tutto l’interesse che gli europei combattano il debito senza paralizzare la loro economia, ma non può fare troppe pressioni per evitare l’accusa di ingerenza nelle questioni interne del continente. Monti ha dimostrato di condividere questo approccio, e Washington intende sostenerlo affinché usi la sua influenza per spingere la Merkel nella stessa direzione». È un’occasione unica per Roma, che Kupchan riassume così: «L’Italia è tornata nel grande gioco». «Un tempo questo ruolo lo avrebbe interpretato la Gran Bretagna, ma ora che Cameron si è ritirato dalla partita per la riforma dell’Unione, gli Usa hanno bisogno di una nuova sponda».
Naim condivide: «Italia e Usa erano alleati anche quando c’era Berlusconi, ma i suoi scandali hanno dato l’impressione che con lui non si potessero affrontare alla radice i temi fondamentali. Ora Monti deve convincere che non solo possiede gli strumenti tecnici per affrontare la crisi, ma ha pure l’abilità politica per guidare questa delicata trasformazione».
LA STAMPA VENERDì 10 FEBBRAIO 2012
FRANCESCO GUERRERA
n America, lo chiamano «the perfect storm», l’uragano perfetto che sta inondando gli Usa con posti di lavoro e crescita. Una confluenza di fattori inaspettata – salari bassi, imprese con molti soldi e consumatori pronti di nuovo a spendere – ha fatto ripartire l’economia più grande del pianeta, dato respiro ai mercati e aumentato le chance che Barack Obama non debba traslocare dalla Casa Bianca a novembre.
Senza l’Europa, però, l’uragano non sarà perfetto. L’America ed il suo Presidente devono sperare che il vagone più importante trainato dalla locomotiva Usa non venga deragliato da crisi rovinose e beghe politiche. Le parole calorose di Obama nei confronti della leadership politica europea – compresa la professione di gran stima nei confronti di Mario Monti in questo giornale – non sono del tutto disinteressate.
Nel mondo della globalizzazione, nessun Paese è un’isola e gli Usa e l’Europa sono legati da relazioni commerciali che ne fanno compagni di viaggio inseparabili. Anche se le traiettorie economiche sono divergenti: l’America è in ripresa mentre l’Europa soffre la recessione.
L’ America guarda avanti, con i suoi Facebook, Google e Apple, mentre il vecchio continente si lecca le ferite e contempla senza gioia anni ed anni di austerità per rimettere in sesto i conti.
Ma la relazione è simbiotica. Per Obama e l’America, la ripresa si trasformerà in vera crescita solo e se l’Europa starà fuori dai guai e ricomincia a comprare i prodotti e servizi made in Usa.
I numeri provenienti dagli Stati Uniti non sono affatto male. La crescita è ai livelli più alti in un anno e mezzo – il Pil statunitense è salito del 2.8% negli ultimi tre mesi del 2011. Timothy Geithner, il ministro delle Finanze, ha detto di recente che nel 2012, l’economia potrebbe crescere del 3%. Non è la Cina o l’India, ma nemmeno l’Italia o la Grecia.
Il dato più importante per la Casa Bianca non è però il Pil ma il tasso di disoccupazione – il tallone d’Achille dell’economia Usa e l’area in cui Obama è più vulnerabile dagli attacchi dei candidati Repubblicani, soprattutto un ex finanziere come Mitt Romney.
Anche su questo fronte, però, ci sono state buone notizie. A gennaio, il tasso di disoccupazione è calato all’8.3%, il livello più basso nell’arco dell’amministrazione Obama. Il trend è ancora più gratificante per gli uomini del Presidente: sono ormai cinque mesi di fila che la disoccupazione cala e gli esperti pensano che la tendenza continuerà nei prossimi mesi. Un bell’assist per un Presidente che dovrà andare a vincere voti nel Midwest – il cuore recondito e destrorso degli Stati Uniti dove l’industria manifatturiera regna sovrana. O nel Sud, dove la povertà abbonda e i posti di lavoro sono spariti come neve al sole nel corso degli ultimo decenni.
E’ per questo che, in visita ad una stazione dei pompieri in Virginia di recente, Obama ha preso la palla al balzo e ricordato a tutti che «la ripresa sta accelerando», prima di ammonire che «non si può ritornare alle politiche economiche che hanno causato la recessione».
Belle parole, espresse con il solito piglio oratorio di Obama, vero erede di Demostene, ma che serviranno a poco se la ripresa si ingolfa o smette di tirare.
Ed è qui che l’Europa conta. Analizzando i dati della crescita Usa è ovvio che gran parte delle buone nuove sono concentrate sul fronte interno. Fino ad ora, le imprese che hanno assunto più lavoratori sono prettamente domestiche, settori come i ristoranti, la sanità (che in America è quasi tutta privata) e i servizi professionali (gli avvocati, i notai e le segretarie).
L’industria manifatturiera – uno dei motori dell’economia Usa – non ha partecipato alla festa. Le imprese che producono beni, invece di servizi, hanno recuperato solo 400.000 dei 2 milioni e mezzo di posti di lavoro che hanno perso dall’inizio della crisi Usa.
Ed all’interno del settore, le società che vanno bene sono quelle che si affacciano sul mercato interno, come le «tre grandi di Detroit» – le case automobilistiche, compresa la «nostra» Chrysler – che tutti avevano dato per morte nel 2007-2008.
Non c’è simbolo più concreto della rinascita di Detroit dello spot lanciato dalla Chrysler la settimana scorsa a metà del Super Bowl – la finale del torneo di football Americano che è lo spettacolo più visto negli Stati Uniti. La voce rauca di Clint Eastwood che annuncia: «Siamo all’intervallo America. Rinasceremo nel secondo tempo».
Ma il risultato non dipenderà solo dall’America. Per continuare a trainare – e a ridurre la disoccupazione – gli Usa hanno bisogno di esportare e di esportare in Europa, visto che l’Asia compra poco dall’Occidente.
Al momento, i consumatori italiani, spagnoli e persino francesi e tedeschi non ne vogliono sapere. La crisi economica li sta costringendo a tirare la cinghia e a risparmiare i loro euro.
E’ una dicotomia che racchiude il dilemma economico transatlantico. Il «feelgood factor» - la spinta ai consumi del sentirsi bene – che sta aiutando l’economia Usa è assente dalla depressa, preoccupatissima Europa.
L’uragano perfetto non ha ancora attraversato l’Atlantico.
LA STAMPA VENERDì 10 FEBBRAIO 2012
FABIO MARTINI
Nella Sala Ovale, a fianco del celeberrimo caminetto della Casa Bianca, Mario Monti è come se fosse più in soggezione del solito, davanti alle telecamere racconta in modo asettico il suo incontro con Barack Obama finito pochi minuti prima e invece, lì a fianco, il presidente degli Stati Uniti guarda compiaciuto il premier italiano. Annuendo. Ostentando un calore che replicherà nei saluti finali, «soffocando» la mano destra di Monti nelle sue. Tanto è vero che, qualche minuto più tardi, rimasto solo e forse intuendo di doversi «lasciare andare» almeno un po’, Monti ha detto ai giornalisti italiani: «Il rapporto umano con Obama riesce così semplice...»
È stata un’accoglienza davvero importante, quella che il presidente degli Stati Uniti ha voluto riservare al capo del governo italiano: prima l’intervista a «La Stampa» («L’Italia sta facendo passi avanti impressionanti») e poi quelle parole di Obama a fine incontro: «I rapporti tra Stati Uniti e Italia non sono mai stati così forti», «ho piena fiducia nella leadership di Monti», «lo ringrazio perché sono fiducioso che sarà in grado di portare l’Italia fuori dalla tempesta». Per non parlare del ringraziamento per l’impegno in Libia, gratificazione che era stata «negata» a Silvio Berlusconi. Anche se l’evento di politica globale più significativo è stato lo schierarsi di Obama «contro» la Germania e a fianco di chi in Europa (Roma, Parigi, Bruxelles) spinge per un più corposo Fondo Salva-Stati.
Obama si è detto favorevole a un «forte firewell» europeo, che sia in grado di spegnere le velleità di tutti gli incendiari della speculazione. E l’enfasi del presidente americano sul tema della crescita è stato sottolineato dal premier italiano: «Siamo d’accordo, è un imperativo».
Dunque, un’accoglienza importante, che si aggiunge a un altro aspetto significativo: Monti è stato ricevuto alla Casa Bianca in tempi record, ad appena 83 giorni dal suo insediamento a palazzo Chigi. Un segno di fiducia, ma anche la prova di un interessato, esibito investimento sul capo del governo italiano. Nel giro di dieci settimane, Monti non solo ha dimostrato di essere già diventato un leader europeo, ma soprattutto ha contribuito ad allontanare lo scenario più temuto da Barack Obama: una contagiosa crisi dell’euro a ridosso delle elezioni presidenziali. Anche un altro capo di governo italiano era riuscito a essere ricevuto alla Casa Bianca in tempi accelerati: capitò, 65 anni fa, ad Alcide De Gasperi, in quella che storicamente resta la più importante missione di un capo di governo italiano negli Stati Uniti. Nel gennaio 1947, De Gasperi rappresentava un Paese sconfitto, mentre oggi, sebbene in crisi, l’Italia è nel G8 e proprio il suo «peso specifico» la rende così meritevole di attenzione da parte della leadership statunitense.
C’è un filo che tiene unito passato e presente: allora come oggi a guidare l’Italia è un personaggio lontano dallo stereotipo dell’italiano medio, allora un trentino che era stato deputato dell’Impero austroungarico, oggi un austero professore che fino a 68 anni non era mai entrato in Parlamento. Prima della Casa Bianca, Monti aveva fatto visita al Congresso per incontrare lo speaker della House of Representatives. Incontro significativo: John Boehner, 62 anni, dal 1981 deputato dell’Ohio, repubblicano, è la terza carica dello Stato. Monti, riuscendo a incontrare anche l’opposizione, ha conferito alla sua visita una caratura bipartisan, tanto più che i repubblicani sono da sempre ipercritici con l’Europa.
Significativo anche il passaggio al Peterson Institute, uno dei «think-thank» più prestigiosi della capitale, dove Monti ha tenuto una relazione davanti a una platea di analisti. Dopo l’incontro con Obama, nella conferenza stampa Monti ha rivelato di aver «consegnato» due messaggi di Angela Merkel a Obama che a sua volta gli ha chiesto una valutazione personale «su come interagire con la Germania».
LA STAMPA VENERDì 10 FEBBRAIO 2012
FRANCESCO CAROTTI
Gallinari, il presidente Obama ha detto: «Gallinari e Belinelli garantiscono all’Italia un buon nome anche nella Nba». Si aspettava un complimento del genere?
«Assolutamente no, è davvero un onore. Da tutti mi sarei potuto attendere una cosa simile tranne che dall’uomo più importante del mondo. Non nascondo che mi fa davvero molto piacere. È una persona che stimo moltissimo. È uno sportivo, uno che ha giocato a basket, forse per questo gli sto simpatico...».
Ma vi siete mai incontrati?
«PUrtroppo ancora no. A Washington ho giocato, ma non sono mai riuscito a visitare la Casa Bianca. Mi piacerebbe moltissimo».
Come giudica il mandato di Obama e il suo modo di fare politica?
«Quel che da fuori mi colpisce di lui è la sua umanità. È un presidente giovanile, uno che ha saputo far presa anche usando i social network. Insomma è sceso fra la gente e le ha dato un ideale da seguire. Quel “yes we can” del 2008 nessuno lo scorderà mai».
Insomma, se fosse americano lo rivoterebbe?
«Assolutamente sì. Ha gestito l’America in un momento di crisi economica senza precedenti. Forse quasi peggio di quella del ‘29. Non mi dimentico che questa estate si è quasi rischiato il default e invece ora l’America si è ripresa e sta facendo di nuovo passi avanti. Ha gestito una patata bollente non da poco e questo è un punto a suo vantaggio».
Anche Monti ha ricevuto parole di elogio dal presidente Obama. Lei come vede la situazione politica in Italia?
«Stiamo ricevendo elogi da tutti i capi di Stato stranieri, da Merkel a Sarkozy e in ultimo dal numero uno degli Stati Uniti. Credo che siamo sulla strada giusta per uscire da un momento molto delicato e questa positività non può che aiutarci».
E lei fra rinnovo contrattuale da 42 milioni e il suo status ormai da stella Nba darà un bel contributo all’America, non crede?
«Ovvio, pagherò tante tasse - sorride -. Ma quale stella, ne ho ancora tanta di strada da fare...».
Per l’infortunio alla caviglia dovrà dire addio all’All Star Game, proprio quest’anno che sembrava un obbiettivo raggiungibile?
«È stata la prima cosa che ho pensato, mi spiace moltissimo. Anche perché parlando con i vari coach avevo avuto il sentore che potesse essere la volta buona. Peccato, occasioni del genere non capitano sempre».
LA STAMPA 10 FEBBRAIO 2012
M.MOL.
Welcome Super Mario». Quando Fred Bergsten, fondatore e presidente del Peterson Institute, dà il benvenuto al presidente del Consiglio italiano, il parterre di analisti ed economisti scatta in piedi per una «standing ovation» che tradisce conoscenza e apprezzamento per le misure di risanamento in corso nel nostro Paese.
Siamo al 1750 di Massachusetts Avenue, nel centro studi più impegnato sui temi economici e al tempo stesso più vicino all’Amministrazione Obama. È da questi ricercatori su temi come libero commercio e riforma fiscale che la Casa Bianca attinge idee e progetti per definire le proprie politiche. Ed è parlando per loro che Bergsten descrive Monti come «un leader che sosteniamo nella realizzazione di un compito difficile», perché «la sorte della Eurozona dipende oggi in gran parte dall’Italia».
L’ospite italiano inizia con un approccio segnato dall’«understatement» anglosassone: «Tento solo di dare un contributo al superamento della crisi». Ma il religioso silenzio con cui la platea lo ascolta testimonia il valore che viene dato a ogni sua singola parola. Bergsten lo incalza chiedendogli di spiegare nei dettagli il programma di riforme intrapreso in Italia, la curiosità è palese, e la risposta è dettagliata: su parità di bilancio, liberalizzazioni e riforme strutturali.
Nel botta e risposta che segue con il pubblico gli viene chiesto di andare oltre. Uri Dadush della Fondazione Carnegie e Nancy Jacklin della Johns Hopkins University gli chiedono più dettagli sulla tenuta delle banche, la competitività dei titoli del Tesoro e più in generale sull’idea di Europa che ha in mente. È una raffica di quesiti che Monti ascolta prendendo appunti con premura, l’intenzione è rispondere a tutti.
Poiché siamo in una delle roccaforti democratiche dove serpeggiano molti dubbi sulle decisioni economiche prese dalla Germania di Angela Merkel, Monti affronta il tema da più angolazioni.
Anzitutto fa presente che «procedure europee» sono in atto non solo nei confronti di Atene ma anche di Berlino, poi ricorda che furono Germania e Francia nel 2004 a violare per prime le regole sul patto di crescita e stabilità e termina spiegando che «in fin dei conti i tedeschi dovrebbero essere contenti che l’euro, il loro più importante risultato,abbia obbligato anche una nazione come la Grecia a rispettare precisi vincoli di bilancio».
L’intento è far capire che Monti è in grado di parlare dell’Europa a testa alta anche con la nazione più potente della moneta unica, facendo leva sui principi di integrazione che sorreggono l’Unione. L’affondo finale è sull’integrazione del mercato interno: «Ironia vuole che le nazioni che non hanno l’euro, come Gran Bretagna, Danimarca e Polonia, siano più avanti su questo terreno rispetto a Francia Germania».
Bergsten sorride, la platea applaude e quando Monti saluta per andare alla poco distante Casa Bianca è Sergio Marchionne a rendergli omaggio. Il ceo di Chrysler-Fiat da queste parti è di casa perché per ben due volte negli ultimi anni ha scelto la platea del Peterson per illustrare la ristrutturazione dell’auto. Parlando a nome di molti dei presenti, avvicina Monti e lo ringrazia perché «è grazie alla tua azione che l’Italia sta riacquistando credibilità».
Pochi minuti dopo, davanti ai reporter, aggiunge: «Mario Monti è la persona giusta, il fatto che ci sia lui è un passo enorme per l’Italia, dobbiamo appoggiarlo in tutte le maniere altrimenti si torna all’era delle caverne».
LA STAMPA 10 FEBBRAIO 2012
ALESSANDRO ALVIANI
«Può quest’uomo salvare l’Europa?». No, o meglio: non da solo e non senza la Germania di Angela Merkel, è la risposta di Berlino alla domanda sollevata sulla copertina dell’ultimo numero del settimanale statunitense «Time». Sarà anche vero che, se potessero scegliere il «salvatore dell’euro» che va loro più a genio, i tedeschi darebbero al premier italiano la medaglia d’argento: il 60% lo considera simpatico, dietro il presidente dell’Eurogruppo Jean-Claude Juncker (76%), ma davanti al presidente della Commissione Ue José Manuel Barroso (56%) e al presidente francese Nicolas Sarkozy (46%), ha rivelato un sondaggio del settimanale «Stern». A titolo di paragone: nella stessa indagine gli ultimi posti sono occupati dal premier inglese David Cameron (38%) e dal premier greco Lucas Papademos (37%).
La stampa federale non nasconde una certa simpatia per quell’uomo che promette di voler rimettere in carreggiata la «Bella Italia»: a inizio settimana un commento che era stato pubblicato sul quotidiano «Die Welt» col titolo «La meritocrazia di Monti» è uscito sul sito dello stesso giornale con un nuovo titolo che la dice lunga: «Il governo Monti è un modello per l’intero Occidente». Eppure «senza la Germania, senza Angela Merkel, Monti non può salvare l’Europa», ci spiega il professore Gerd Langguth, biografo della cancelliera. «Monti gode di un’ottima reputazione» e non c’è dubbio che sia la persona giusta per aiutare l’Italia a uscire dalla crisi, argomenta. Tuttavia senza Berlino non può andare molto avanti: «Non lo dico per ragioni di nazionalismo: la Germania è la più grande economia europea, è una potenza centrale per l’Unione», ricorda Langguth. Un’analisi condivisa dal politologo della Freie Universität Gero Neugebauer. L’Italia ha di sicuro un ruolo particolare all’interno della costruzione europea, basta pensare alla firma dei Trattati di Roma, nota Neugebauer. Però, se partiamo dal presupposto che l’Europa non sia semplicemente un progetto economico e fiscale, allora bisogna ammettere che un politico, da solo, non può salvarla: si tratta, semmai, di un’«opera collettiva», spiega: «Monti ha bisogno dell’Europa per salvare l’Italia, così come l’Europa ha bisogno di Monti per essere salvata. Ma non solo di lui».
Il premier insomma non può rinunciare a Frau Merkel, così come Frau Merkel non può rinunciare a lui, per quanto l’ingresso della cancelliera nella campagna elettorale per le presidenziali francesi a sostegno di Sarkozy dia un’impressione differente, aggiunge Neugebauer. Al quale non è sfuggito il fine ultimo della particolare accoglienza riservata dal presidente degli Stati Uniti Barack Obama al premier italiano a Washington: puntare sul premier come partner per giungere a un ammorbidimento della posizione tedesca in Europa, vista come troppo schiacciata sul rispetto della disciplina di bilancio e troppo lontana dalla necessità di rilanciare la crescita.
Tuttavia, nota Neugebauer, per quanto tali manovre non la entusiasmeranno e per quanto non abbia alcun interesse a isolare la Germania o a far sì che si crei un fronte anti-tedesco, la cancelliera non mostrerà di certo in pubblico la sua irritazione. In fondo, Angela Merkel ha interiorizzato e pratica ancora oggi un principio in cui era già maestro il suo padre politico Helmut Kohl: i cani abbaiano, ma la carovana passa.
LA STAMPA 10 FEBBRAIO
PAOLO MASTROLILLI
Intervista Piena fiducia nella capacità dell’Italia di superare la crisi economica, e soprattutto di spingere l’Europa a porre l’accento sulla crescita e l’occupazione. Appoggio per l’idea di Roma di lanciare una Conferenza per la cooperazione con i Paesi del Mediterraneo, e convergenza sulle linee da adottare verso Siria, Afghanistan e Iran. Sono i punti fondamentali affrontati durante l’incontro di ieri al Dipartimento di Stato tra Hillary Clinton e Giulio Terzi, di cui il ministro degli Esteri italiano ci parla appena uscito dallo studio del segretario americano.
La Clinton ha espresso «fiducia nel governo e nel popolo italiano», per i sacrifici che sta affrontando allo scopo di uscire dalla crisi. Cosa ci chiede di fare?
«Il segretario ha espresso apprezzamento per il grandissimo lavoro che il governo italiano sta facendo per riportare stabilità nell’eurozona e inserire nelle misure gli obiettivi di crescita e occupazione, che qui vengono seguiti con molta attenzione».
Alcuni analisti dicono che l’Italia può svolgere un ruolo chiave di facilitatore nei rapporti tra Usa e Unione Europea, proprio allo scopo di convincere tutti i Paesi della Ue a fare il massimo sforzo possibile per rilanciare l’euro. Ne avete discusso?
«In questo momento c’è un’altissima credibilità del nostro Paese nel mondo americano. Si ritiene che l’Italia abbia un ruolo di grande peso e significato per favorire una forte dinamica di integrazione tra il mercato europeo e americano, ad esempio attraverso gli approfondimenti in corso a Bruxelles per realizzare un “single market” euroamericano, con la riduzione delle barriere tariffarie e il lavoro sugli standard. Sono misure che faciliterebbero molto la crescita e l’occupazione. In questo l’Italia ha un ruolo chiave nei rapporti transatlantici».
Roma intende lanciare una Conferenza per la cooperazione con i Paesi del Mediterraneo, che potrebbe diventare uno strumento permanente per favorire il rilancio dei Paesi cambiati dalla primavera araba. Washington è favorevole?
«C’è molto apprezzamento per l’enfasi che l’Italia sta dando al rapporto con i Paesi del Mediterraneo, per favorire il rafforzamento della democrazia. Processi come la primavera araba attraversano sempre tempeste e temporali. A Washington però c’è un senso di fiducia ed incoraggiamento per il ruolo costruttivo che possiamo avere sul piano bilaterale, e per riequilibrare le politiche europee di vicinato con il Mediterraneo, a partire dal prossimo periodo di prospettive finanziarie».
Come pensate di fermare la repressione in Siria?
«Abbiamo discusso dell’impegno a favorire una soluzione politica, e del fortissimo disappunto per la mancata approvazione della risoluzione Onu, che avrebbe dato ad Assad un segnale preciso, per uscire di scena o porre termine alle violenze. Condividiamoil lavoro della Lega Araba e l’intenzione di inviare una nuova missione di osservatori più incisiva e numerosa, per verificare le responsabilità ed esporre il regime. Questa missione potrebbe essere sostenuta da un gruppo di Amici del popolo siriano o della democrazia in Siria, composto dalla Lega Araba, il Consiglio di Cooperazione del Golfo e l’Unione europea, affinché presenti un fronte più ampio capace di cambiare radicalmente gli equilibri politici in modo rispettoso della volontà democratica del Paese».
Avete considerato l’opzione militare?
«Non ne ho avuto alcuna conferma. Sarebbe ardito pensare ad azioni umanitarie sostenute dalla forza, senza un passaggio al Consiglio di Sicurezza dell’Onu o l’appoggio della Lega Araba. Non è questa l’intenzione degli americani o degli europei».
Sull’Afghanistan, in vista del vertice Nato di Chicago, resta confermato il 2014 per il ritiro? E l’Italia che sostegno darà dopo quella data?
«Il percorso delineato a Lisbona verrà confermato a Chicago. Ci potrà essere un’accelerazione nel 2013, ma resterà una presenza fino al 2014. C’è grandissimo apprezzamento del lavoro eccellente compiuto dai soldati italiani per la sicurezza, l’addestramento delle forze locali e lo sviluppo della società civile».
Le sanzioni appena approvate contro l’Iran basteranno a risolvere la crisi, o bisogna considerare l’ipotesi militare?
«Abbiamo parlato di attuazione delle sanzioni. C’è consapevolezza che l’Italia sopporta dei costi, ma partecipa ad una linea a doppio binario: riportare l’Iran al tavolo della trattativa per evitare la militarizzazione del programma nucleare, e sostenere il sistema sanzionatorio. Sui temi strategici generali, poi, ci siamo accordati per tenere consultazioni più frequenti».
LA STAMPA 10 FEBBRAIO 2012
ANTONELLA RAMPINO
Mario Monti è ormai considerato «proactive» tra Europa e America. Per i rapporti transatlantici, per la politica di difesa e sicurezza. E anche per la politica energetica. Gli Stati Uniti, primo produttore e primo consumatore al mondo di energia, secondo alcune stime presentate al Congresso entro il 2025 potrebbero dover importare il 70 per cento del proprio fabbisogno, e in gran parte dal Medio Oriente. Si stanno attrezzando, certo: l’altroieri, per la prima volta dopo 30 anni ovvero dall’incidente di Three Miles Island, c’è stato il via libera per due nuove centrali nucleari in Georgia. Ma ovviamente non basterà. La collaborazione con gli europei, che importano la metà del proprio fabbisogno, un terzo del quale è di provenienza esclusivamente petrolifera, nei prossimi anni sarà fondamentale.
Per gli americani molto più che per gli europei il concetto di «sicurezza energetica» è strategico per la «sicurezza nazionale». L’Europa di Monti, si potrebbe dire fissando all’enfasi l’immagine che la politica e i media americani hanno trasmesso della due giorni italiana tra Washington e New York, dovrà affrontare i problemi geo-energetici che presenta la Russia di Putin, e risolvere con l’alleato americano l’instabilità politica dei produttori mediorientali che, con l’uso politico delle esportazioni, è l’altro grande motivo di insicurezza energetica dell’Occidente.
L’approccio multilaterale dell’Amministrazione Obama fa sì che gli Stati Uniti, che secondo l’ultimo outlook energetico della Barclays distanzieranno presto l’Europa come produttore di energia solare, diventando dunque un polo attrattivo per gli investimenti e giocandosi la leadership con la Cina (che pure spinge l’acceleratore per le energie verdi), collaborino con l’Europa su alcuni fronti: la liberalizzazione del mercato in Ucraina, dove transita l’80 per cento del gas russo da cui dipendono le forniture ai paesi Ue (a cominciare dalla Germania, oltre che dall’Italia). E poi c’è il dossier Iran. Le sanzioni, che «stanno funzionando», come dicono i diplomatici, non hanno toccato un particolare interesse dell’Eni, il colosso energetico italiano. L’azienda guidata da Paolo Scaroni ha abbandonato, proprio su richiesta statunitense, i pozzi in Iran (concentrandosi sull’Iraq del dopoguerra) ma mantiene un contratto di buy back: possono estrarre petrolio per recuperare i 2 miliardi di investimenti a suo tempo effettuati.
Agli americani l’Eni ha garantito la massima velocità, e nel suo viaggio americano Scaroni ha fatto il punto sulla situazione. Ma è un via libera, quello ottenuto dall’Eni, di non poco conto, quasi un mezzo privilegio, dal punto di vista politico. E guardando al coordinamento Usa-Ue nella geopolitica energetica ci sono anche Medio Oriente e sponda Sud del Mediterraneo, a cominciare dalla Libia. Paesi dei quali non l’Europa, ma l’Italia è tornata a essere un interlocutore strategico. A volte, anche per conto di Merkozy.
LA STAMPA SABATO 11 FEBBRAIO
LUCIA ANNUNZIATA
Il viaggio di Mario Monti in Usa è andato bene. Forse troppo bene.
C’è stato infatti un innegabile elemento di esagerazione nell’accoglienza americana al premier italiano, e se alcune reticenze nel discorso pubblico e una serie di sorrisi di imbarazzo valgono una dichiarazione, lo stesso premier sembra essersene accorto.
Mario Monti guida il governo da soli tre mesi, ha fatto un forte intervento sulla strada verso il pareggio del bilancio accompagnato dalla riforma delle pensioni («e solo con tre ore di sciopero» ha raccontato di aver detto ai suoi interlocutori alla Casa Bianca, ascoltato «con grande meraviglia»).
Per quanto riguarda le altre riforme, che sia quella del mercato del lavoro (tema molto comprensibile agli americani) o quella (molto più sottile per questo pubblico) della modifica dei rapporti fra Merkel e l’Italia, sono ancora tutte da provare.
La domanda da porsi è dunque cosa stiano cercando di dirci gli americani con questo inedito sfoggio di entusiasmo.
La più maliziosa interpretazione è che il nuovo clima ha a che fare con il passaggio di governo in Italia - e non c’è dubbio che la differenza fra le impacciate relazioni di Washington con Silvio Berlusconi negli ultimi anni, e quelle di oggi con Mario Monti, è inenarrabile. In effetti ha dell’incredibile che il passato governo non sia mai stato citato in questi incontri, e che l’unico a pronunciare il nome di Silvio Berlusconi (come al solito per dirne bene, nella ormai assodata routine istituzionale della continuità formale fra esecutivi) sia stato proprio Monti. Tuttavia l’America, presa da tali e tanti problemi complessi, non avrebbe sprecato molta energia in questo momento solo per sottolineare diversi toni diplomatici.
La chiave di volta della sua ospitalità è iscritta in realtà nelle novità segnalate dalla agenda del premier in questi giorni. A differenza di quanto sempre avvenuto con altri premier in passato, Monti in effetti ha speso molto meno tempo con le istituzioni politiche – Congresso, governo, Onu –, per investire la maggior parte delle energie nel comunicare direttamente con altri luoghi del potere, think tank come il Peterson, i maggiori media, come la Cnbc di Maria Bartiromo, il Time, il New York Times, e gli investitori di Wall Street, che hanno la capacità di influenzare direttamente le opinioni più vaste del mercato. Non è un caso che il più lungo incontro «politico» sia stato delegato al ministro degli Esteri Terzi che ha trascorso con Hillary Clinton più tempo di quanto Monti con Obama. Così come non un caso è che per ricevere il professore italiano a New York siano scesi in campo i big della finanza, da Bloomberg a Soros.
La vera missione di Mario Monti in America, detta in maniera un po’ poco caritatevole, è stata fin dall’inizio dunque quella di «venditore», di un uomo che alla fin fine era lì per convincere della nostra affidabilità quegli stessi mercati che ci avevano condannato.
Si spiega così anche l’entusiasmo profuso nel far sì che la missione riuscisse: un po’ di esagerazione ci voleva per far ben capire a tutti che i vari punti di influenza del potere americano, media, politica e investitori, ci hanno riaccettato. Quell’«Italy is back», in questo senso è risuonato in effetti nelle orecchie tanto entusiasta quanto accondiscendente nei nostri confronti. Ma è stata anche l’eco di una sorta di autocritica del Paese più arrogante del mondo.
«L’Europa è un terreno scivoloso per gli americani, specie in questa campagna elettorale. Se non si fosse visto un miglioramento, non credo che Obama si sarebbe tanto impegnato», diceva alcune sere fa un insider di Washington, un avvocato che lavora per le industrie della difesa. Con tipico spirito pragmatico, i mercati e la politica Usa hanno fatto negli ultimi tempi una rapida marcia indietro, dopo aver capito che per l’America dei prossimi anni l’Europa è ancora più un beneficio che una palla al piede, come la si descriveva nei momenti peggiori della crisi.
Non solo, come viene ripetuto, la miniripresa americana potrebbe essere affossata da qualunque peggioramento dell’economia della Eu. L’Europa si rivela molto importante in prospettiva anche nell’intreccio fra costi e sicurezza dell’Impero.
La crisi economica sta portando gli Usa a una rimodulazione delle spese militari. I (meno) soldi saranno sempre più impegnati da Washington nei teatri asiatici, per tenere d’occhio i contendenti di domani, Cina soprattutto.
La conseguenza è che il peso della sorveglianza sulla Russia (testate nucleari incluse) e la gestione del Medioriente ricadrà sempre più sull’Europa: il modello Libia - quello in cui la Nato opera e gli Stati Uniti appoggiano - è il modello che gli Usa oggi vedrebbero esteso a tutta la zona di influenza europea. Per questo molto si è parlato fra Monti e Obama della conferenza sulla nuova Nato che si terrà a maggio a Chicago. Molto ne hanno parlato, e poco ce ne è stato riferito. Il terreno è infatti scottante per le opinioni pubbliche europee.
La lezione che si trae da tutto questo, è che l’entusiasmo Usa è come un venticello – capace di cambiare rapidamente direzione a seconda delle necessità (o utilità?) del Paese. Ha soffiato molto bene, sulla visita di Monti ma non dovremmo farci molto affidamento. Anche perché, come dimostra il dossier Nato, porta sicuramente con sé un cartellino con il solito salato prezzo.
LA STAMPA SABATO 11 FEBBRAIO 2012
FABIO MARTINI
Ma comprare il debito italiano può davvero tornare ad essere un business? È questa la complicata mission alla quale si è dedicato Mario Monti nella seconda giornata della sua visita negli Stati Uniti e alla fine è spuntata la sorpresa. Al termine di un incontro a porte chiuse nella sede di Bloomberg con il gotha della finanza newyorkese, compresi alcuni «pescecani» che nei mesi scorsi avevano scommesso sul default italiano, Monti si è «lasciato andare» come mai gli era capitato negli ottantatré giorni precedenti. Gli chiedono se sia riuscito a convincere chi lo ascoltava e il presidente del Consiglio ha risposto: «Penso di sì». E poi, sorridendo (anche questo non è tanto frequente), ha spiegato: «Ma non lo dicono seduta stante... C’è molto interesse per l’Italia e per il mercato italiano, una volta che l’economia si consoliderà nel suo miglioramento. Ma già oggi c’è questo interessamento», «a giudicare dall’andamento del mercato, qualcuno deve aver già investito...». Mentre Monti parlava, hanno lasciato la sede di Bloomberg, i partecipanti all’incontro di poco prima, come Henry Kravis, del grande fondo di investimento Kkr e George Soros, che si è limitato a scandire il suo «no comment», nello stile di un uomo che ha costruito la sua fortuna sulle speculazioni di successo.
Il passaggio da Bloomberg, colosso finanziario-massmediatico, è uno dei momenti clou della giornata di Monti a New York, vissuta a tambur battente e dedicata a una originale forma di «marketing globale», politicoeconomico-finanziario-informativo. E finalizzato alla «vendita» del prodotto «Nuova Italia». Provando a convincere sulla stabilità dell’Italia tutti coloro che qui, finora, hanno scommesso sul crac italiano. Un marketing scandito da una serie di incontri informali. Alle 10,30 del mattino il premier è arrivato nella sede del New York Times , dove si è incontrato coi vertici del giornale. Quindi l’incontro con gli operatori finanziari: prima da Bloomberg e poi a Wall Street, il tempio della finanza mondiale.
E qui, la bandiera italiana è stata issata sull’edificio del New York Stock Exchange. Tra un incontro e l’altro Monti ha fatto visita anche all’emittente televisiva Nbc e qui ha risposto alle domande di una giornalista di punta, Maria Bartiromo, avvenente quarantaquattrenne di origine italiana che conduce una trasmissione di punta dell’informazione finanziaria. Nelle esternazioni di giornata, Monti ha insistito su alcuni punti, tenendo il più possibile su l’immagine della «nuova Italia»: «I mercati ci chiedono di continuare quello che abbiamo cominciato e che viene molto, molto apprezzato, anche se non lo facciamo per loro, ma per gli italiani». La finanza Usa tornerà a investire sui titoli italiani? «Sta già accadendo e penso che l’opinione che governi e mercati si stanno formando della serietà con cui l’Italia sta affrontando i suoi problemi, non possono che far aumentare l’atteggiamento positivo verso tutto ciò che è italiano, compresi i titoli di Stato». I firewall invocati anche da Obama? «L’Italia non ne ha bisogno, ma più alti sono, meglio è perché si «impressionano» i mercati». Il pareggio di bilancio? Monti conferma che l’Italia lo raggiungerà nel 2013 «nonostante le previsioni pessimistiche su tassi e crescita». Gli istituti di credito sono a rischio? «Le banche nei Paesi che sono altamente indebitati sono più vulnerabili, ma le banche italiane sono state meno colpite di altre» dagli effetti della crisi. La riforma del mercato del lavoro? «Spero entro marzo avremo un mercato più flessibile e moderano». La Grecia? «Anche col default, non lascerà l’euro». In serata, conclusi gli incontri con la comunità finanziaria, era in programma un incontro alle Nazioni Unite con il segretario generale Ban Ki Moon.