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 2012  febbraio 10 Venerdì calendario

THRILLER OLTRETEVERE - ROMEO, DIPLOMAZIA E MANI BUCATE

Palermo
Avverto la fragilità umana e per questo vi chiedo la preghiera per rimuovere tutti i ‘se’ e i ‘ma’ che accompagnano la nostra vita come seppe fare padre Puglisi”, aveva detto nel momento di ricevere la “berretta cardinali-zia”, nel novembre del 2010. Ma la vita pastorale di monsignor Paolo Romeo appare segnata, più che dalle scelte radicali del sacerdote di Brancaccio ucciso dalla mafia, dal linguaggio della diplomazia, coltivato in decenni di vita pastorale in giro per il mondo, da Hai-ti alla Colombia, al Canada, in zone (le prime due) dove la Chiesa ha spesso accompagnato il difficile cammino dei popoli verso una democrazia compiuta. E del resto, la sua carriera ecclesiale si è svolta quasi tutta sotto l’ombrello della diplomazia vaticana, della quale è espressione diretta, dai tempi di Agostino Casaroli, a cui era molto vicino, così come al cardinale Angelo Sodano, suo successore. E anche se oggi, con la guida del cardinale Tarcisio Bertone, il feeling con la Segreteria di Stato si è affievolito, tutti considerano monsignor Romeo assolutamente filo Vaticano, mal sopportato dalle gerarchie della Cei, Camillo Ruini in testa, e persino dal Papa, che non gli perdonò la sua proposta di una consultazione-sondaggio tra i cardinali per individuare il nuovo presidente della Conferenza Episcopale. Nominato arcivescovo di Palermo nel 2006, monsignor Romeo dovette attendere altri quattro anni prima di indossare la berretta cardinalizia: la spiegazione ufficiale fu che a Palermo non si poteva nominare un nuovo cardinale visto che c’era ancora, seppure dimesso, Salvatore De Giorgi, sotto gli 80 anni e quindi ancora eleggibile. Ma in molti lessero in quella decisione una “punizione” di Ratzinger nei confronti di Romeo, visto che la medesima motivazione non era stata adottata al momento della nomina di Carlo Caffarra, successore a Bologna di Giacomo Biffi. Originario di Acireale, in provincia di Catania, vicinissimo al cardinale Salvatore Pappalardo, l’arcivescovo dell’omelia di Sagunto, monsignor Romeo ha abbandonato in questi anni il suo linguaggio diplomatico nei confronti dell’amministrazione comunale di Palermo, denunciando una città abbandonata a se stessa, invitando gli amministratori a non creare più precari, e sollecitando il sindaco a non ricandidarsi. Ma in molti attendono ancora di ascoltare la stessa chiarezza verbale utilizzata da Pappalardo nei confronti dell’influenza mafiosa, che gli costò il clamoroso rifiuto dei detenuti, alla messa annuale celebrata dal presule all’Ucciardone.
PAROLE CHIARE contro l’omosessualità pronunciate da Romeo, invece, un anno fa, a Palermo, quando negò l’autorizzazione della Curia alla veglia contro le vittime dell’omofobia organizzata nella chiesa di Santa Lucia in piazza della Pace. La decisione scatenò qualche polemica, come quelle che accompagnarono la visita del Papa a Palermo, organizzata dal cardinale di Palermo in modo impeccabile, ma ritenuto troppo dispendioso: oltre due milioni e mezzo di euro. “Perché nessuno si chiede quanto costa alla cittadinanza la cena di un magistrato con gli uomini di scorta o quella di un politico?”, replicò il cardinale, attirandosi una serie di critiche in una città che si appresta a celebrare oggi il ventennale del ricordo di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Critiche che Romeo subisce anche dal proprio clero, dal quale appare piuttosto scollegato, a eccezione di alcune sue “passioni”, come l’esperienza solidale della comunità di Biagio Conte e l’incessante attività dei volontari della Caritas. Giuseppe Lo Bianco • LE MISSIONI DI CASTRILLÓN - Definirlo onnipotente, forse è eccessivo. Non foss’altro perché si tratta di un altissimo prelato della Curia vaticana, nelle cui austere stanze l’appellativo viene indicato solo con maiuscola, e si intende riservato a un’entità suprema. Ma non ci sono dubbi che, dopo decenni di inarrestabile ascesa, il cardinale Darío Castrillón Hoyos era diventato uno dei più temuti e rispettati di Santa Romana Chiesa. Al punto che, nei mesi di lenta agonia di Giovanni Paolo II, il nome del colombiano di Medellín emerse con forza tra quelli dei più accreditati papabili. Poi non se ne fece più nulla. Ma tra le file dei conservatori, che alla fine decisero di puntare su Joseph Ratzinger, Castrillón è da almeno 25 anni uno dei prelati più reputati. Soprattutto per le sue straordinarie capacità diplomatiche, delle quali cominciò a dare mostra sin da quando esercitava le funzioni di vescovo nella sua Colombia, prima nella diocesi di Pereira, poi nella sede metropolitana di Bucaramanga.
Nel 1984 sfuggì a una pioggia di proiettili quando il presidente Belisario Betancur lo incaricò di guidare una commissione di pace per tentare un accordo con i gruppi della guerriglia. Poi fu mediatore nella liberazione di un ex candidato presidenziale sequestrato dal movimento M19, e si incontrò con il capo del cartello di Medellín, Pablo Escobar, all’epoca il criminale più ricercato del mondo. Come delegato pontificio, andò alla Casa Bianca per convincere George Bush senior a desistere dall’idea di invadere il Nicaragua e rovesciare il governo sandinista. Molto più recenti, di appena due anni fa, sono i suoi sforzi per normalizzare i rapporti tra la Cina e il Vaticano, con una visita seguita con grande interesse dalle autorità di Pechino.
Poliglotta (parla otto lingue), definito come “l’orecchio del Papa” soprattutto ai tempi di Wojtyla, Castrillón ha collezionato un curriculum che ha pochi eguali Oltretevere. Dal Consiglio per il dialogo con i non credenti alla Commissione Iustitia et Pax, dalla Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli a quella per l’educazione cattolica. Ma l’incarico di maggio prestigio è quello che Giovanni Paolo II gli affidò nel 1996, nominandolo prefetto della Sacra Congregazione per il clero. Che è come dire la massima autorità che controlla 400mila sacerdoti in tutto il mondo. Negli ultimi anni, ha guidato la Pontificia commissione Ecclesia Dei, fino a quando, nel luglio 2009 – ormai ottantenne – è stato rimosso dall’incarico come prevedono le norme ecclesiastiche di papa Ratzinger, che ha deciso di accorpare la commissione alla Congregazione per la dottrina della fede, l’ex Sant’Uffizio del quale l’attuale pontefice era stato a lungo il presidente. Appunto per ragioni d’età, è diventato ormai un “cardinale non elettore”, e sarà quindi escluso dal prossimo Conclave.
MA LA STELLA di Castrillón aveva comunque cominciato a tramontare negli ultimi anni. Per almeno due motivi. Uno risale al dicembre 2008, quando dopo sei anni di intenso negoziato il cardinale comunicò a Benedetto XVI di aver ottenuto che i vescovi scomunicati del movimento di Levebvre si sottomettessero di nuovo al magistero della Chiesa cattolica, a cambio dell’annullamento della scomunica che era stata loro imposta nel 1988. In apparenza un’eccellente notizia, se non fosse che, subito dopo, scoppiò lo scandalo del vescovo Richard Williamson, in un’intervista alla televisione svedese negò la gravità dell’Olocausto e l’esistenza delle camere a gas nei campi di concentramento. E poi, ultima gaffe, nell’aprile di due anni fa, con una lettera di elogi a un vescovo francese per non aver denunciato in tribunale il caso di un prete pedofilo. Alessandro Oppes • SCOLA IL PUPILLO DI DON GIUSSANI PER LA RESTAURAZIONE DI MILANO - AMilano è arrivato a settembre del 2011. Angelo Scola, già patriarca di Venezia, ha scelto la retrocessione: torna alle origini, a fare l’arcivescovo. E così, il pupillo di don Giussani, l’erede di Comunione e Liberazione, si è insediato sotto alla Madonnina per chiudere il capitolo della rivoluzione ambrosiana di cui Dionigi Tettamanzi, suo predecessore, era stato l’ultimo interprete autentico. Addio al cardinale che sgridava i potenti, che non prestava il fianco alla Lega, che in ogni omelia bacchettava gli untori della “peste” immorale che ammala l’Italia. Da “contraltare” della Curia Romana, quella che si permetteva critiche e aperture sui diritti civili, così, la Milano di Scola torna ad essere in fedele continuità con le idee di Joseph Ratzinger. Scola lo conosce da quarant’anni, è suo amico personale. È stato il Papa a volerlo a Milano e non sono in pochi a sostenere che sarà lui, un domani, a seguirlo sul soglio pontificio. E sì che Scola ha rischiato di non diventare nemmeno prete. Gli abiti sacerdotali li ha scelti da adulto, solo dopo aver incontrato don Giussani. In seminario, a Venegono, non piaceva molto l’atteggiamento di questi studiosi di teologia che sembravano quasi affiliati a una chiesa “parallela”. Così il seminarista Angelo Scola, insieme ad altri, venne espulso per “settarismo”. Lo ha ricostruito sul Fatto Gianni Barbacetto e il racconto sul “giovane” arcivescovo di Milano è stato ripreso da Wikipedia. Fino all’intervento della Sala Stampa Vaticana, che ha preferito correggere la biografia su internet: invece che di espulsione bisogna chiamarla “decisione dei suoi superiori di attendere 18 mesi di fermo militare prima della sua ordinazione”. Lui preferì non aspettare e scelse di andare a farsi ordinare a Teramo. Ma anche per questa “pausa” forzata, Scola diventerà sacerdote solo a 29 anni. Poi, una carriera rapidissima. Ancora da finire. • BERTONE IL SEGRETARIO DI STATO CHE PREFERISCE LE FERRARI - Un cablogramma di Wikileaks lo definisce “il più potente segretario di Stato nella storia recente della Chiesa”. Il cardinale Tarcisio Bertone sulla poltrona di “primo ministro” dello Stato Vaticano siede dal 2006. Lo ha voluto Joseph Ratzinger, che lo aveva già conosciuto ai tempi della Congregazione per la dottrina della fede. Ma pare che i rapporti tra i due si siano decisamente raffreddati e l’ultimo scandalo – quello delle lettere-denuncia di monsignor Viganò – potrebbe essere fatale per la carriera di Bertone. Ha accusato di pedofilia gli omosessuali, mentre accusano lui di aver “coperto” i veri abusi sui minori della Chiesa. Gli attribuiscono una serie di errori diplomatici (da Israele a Cipro, dalla Cina alla primavera araba), si sono “insinuate sue responsabilità” perfino a proposito del caso Boffo, che lo costrinsero a smentire le ricostruzioni che lo vedevano tra gli ispiratori della campagna del Giornale contro l’ex direttore dell’Avvenire. Ha perso la partita del San Raffaele: lui lo vedeva un buon affare per lo Ior, invece l’ospedale del defunto Don Verzè è finito nelle mani del gruppo Rotelli. E adesso ci mancavano pure le accuse di corruzione negli appalti e nella gestione della Santa Sede dell’ex segretario generale Viganò, che il cardinale ha provvidenzialmente spedito come nunzio a Washington quattro mesi fa.
Bertone non si scompone. Anzi, sembra abbastanza sicuro di sé, tanto da permettersi, mentre era in viaggio di lavoro, una sosta a Maranello per una visita privata a Luca Cordero di Montezemolo che gli ha mostrato in anteprima la nuova Ferrari. Per lui, partito da Romano Canavese, vicino a Torino, e prossimo agli ottant’anni, non è ancora arrivato il momento di mettersi in garage.