Leonardo Maisano, Il Sole 24 Ore 10/2/2012, 10 febbraio 2012
NUOVA INIEZIONI DI LIQUIDITÀ A LONDRA
Il Comitato di politica monetaria, consesso di saggi che pilota le scelte della Banca d’Inghilterra, s’è diviso secondo le voci della City, ma il nuovo round di allentamento quantitativo è stato varato.
La Bank of England acquisterà bond per 50 miliardi di sterline (59 miliardi di euro circa) secondo una pratica che ha effetto analogo a stampare moneta. Con questa decisione salgono a 325 i miliardi immessi nel sistema da Londra per far fronte al credit crunch prima e ai segnali di recessione. E probabilmente non finirà qui. Capital Economics, quotato think tank londinese, prevede 25 miliardi a maggio e altri 50 in estate, lungo una dinamica che potrebbe portare Londra alla soglia dei 500 miliardi di quantitative easing. Ipotesi non peregrina che sbatte, però, con l’atteggiamento tenuto dai membri del Comitato. Le minute della riunione di ieri con le posizioni dei singoli partecipanti saranno diffuse la prossima settimana, ma appare scontato che Adam Posen, super colomba dell’allentamento monetario, abbia cercato di alzare fin d’ora a 75 miliardi la quota del nuovo round. Così come, sul fronte opposto, il chief economist della BoE, Spencer Dale, avrebbe voluto tenere la barra ferma a quota 275 miliardi senza cioè aggiungere un solo pound. Motivo? L’inflazione. Calata dal 5,2% al 4,2 è destinata a crollare rapidamente al target del 2% secondo la maggior parte degli economisti. Opinione non unanime, visto che a dar retta alla scuola di pensiero a cui si iscrive Dale si noterebbero già resistenze al raffreddamento dei prezzi.
Posizioni estreme a parte, la netta maggioranza dei membri del Comitato ha optato per una misura attesa, prevista com’era stata già in novembre, un mese dopo la decisione della BoE di acquistare titoli per 75 miliardi. Nella seduta di ieri è stato inoltre confermato, come appariva scontato, il matenimento dei tassi allo 0,5 per cento.
Il dibattito sull’allentamento quantitativo incrocia, evidentemente, quello della crescita economica. Londra secondo l’Ocse ha una dinamica lentissima, seconda sola, fra i membri del G-7, a quella italiana. Nel trimestre da ottobre a dicembre il Pil britannico si è contratto dello 0,2%, ma secondo una stima del National institute of economic and social research (Niesr) diffusa ieri anche il mese di gennaio sarebbe in linea con il trend recessivo.
«Non si può parlare tecnicamente di recessione - ha spiegato Simon Kirby autore della ricerca - perché sono necessari due trimestri negativi e consecutivi, ma da quattro mesi l’economia britannica arretra».
Non è detto che continui. Ci sono molti segnali che indicano il contrario. È di ieri, infatti, il dato sulla produzione industriale (+0,5%) e in particolare del settore manifatturiero (+1%) da leggere insieme alla contrazione del deficit commerciale (1,1 miliardi in dicembre) che appare ai minimi dal 2003. Resta da vedere, lo si capirà nelle prossime settimane, se si tratta di passaggi temporanei, ricadute occasionali di un rimbalzo stagionale. È il caso ad esempio del forte boom che si era registrato nelle vendite al dettaglio. Fenomeno natalizio che si è rapidamente ridimensionato con le famiglie pronte a richiudere i portafogli, gesto preoccupante in un Paese che è tradizionalmente sostenuto dai consumi interni.
Così quattro anni dopo la più profonda recessione dal Doguerra ad oggi l’economia inglese rimane di almeno quattro punti inferiore ai livelli pre-crisi. Mentre la disoccupazione cresce oltre le previsioni non essendo il settore privato in grado di compensare i tagli - almeno mezzo milione di posti - del pubblico impiego. Il quantitative easing basterà a fermare tutto ciò e ad accelerare la ripresa? Non ci sono prove empiriche, nel caso inglese, di ricadute dirette ed immediate. Ma a questo punto a Mervyn King, governatore della Bank of England, non resta che provare.