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 2012  febbraio 10 Venerdì calendario

COM´È BELLO FESTEGGIARE LA LIBERALIZZAZIONE DEI CAPOLAVORI DI JOYCE

COM´È BELLO FESTEGGIARE LA LIBERALIZZAZIONE DEI CAPOLAVORI DI JOYCE –

Esistono regole di copyright istituite a difesa del rapporto di possesso tra lo scrittore e la sua opera. Che è proprietà privata e si farà pubblica, se del denaro celebrerà quella, diciamo così, perdita di privacy, di intimità tra il creatore e la sua creatura. Dietro un certo compenso, l´autore affiderà a un editore il ruolo di tutore, e quello che era suo e soltanto suo diventerà tesoro condiviso, ma pur sempre sorvegliato. Dopodiché, passati settant´anni, qui da noi e nel resto d´Europa, quell´opera diventa bene comune, pubblica merce disponibile a tutti. Ora proprio quest´anno accade che le opere di Joyce – morto a Zurigo il 13 gennaio 1941 – si emancipino da ogni tutela, qualunque editore le potrà pubblicare, e senz´altro nuove traduzioni fioriranno. Si attende l´Ulisse di Gianni Celati per Einaudi. Intanto, per Newton Compton taglia il traguardo un nuovo Ulisse che dovrebbe rimpiazzare l´Ulisse di Giulio De Angelis, pubblicato da Mondadori, nell´ottobre del 1960. Uscì nella collezione "Medusa" diretta da Vittorini, con la dicitura: «unica traduzione integrale autorizzata di Giulio De Angelis. Consulenti: Glauco Cambon, Carlo Izzo, Giorgio Melchiori».
La nuova traduzione del capolavoro liberato dalle pastoie dei diritti è opera di "Enrico Terrinoni con Carlo Bigazzi", e in questo caso si chiamano a condividere l´onere e gli onori, oltre Giorgio Melchiori, scomparso, joyciani doc contemporanei, come Franca Ruggieri. La "pazzia e l´imprudenza", di cui ai suoi tempi fu tacciato De Angelis, continua... Certo, qui i traduttori sono in due e si tratta di professionisti, specialisti della lingua inglese e della traduzione, mentre De Angelis non si riteneva un filologo, né un anglista, ma uno specialissimo dilettante... La sfida rimane comunque impervia e ammirevole il coraggio. Le differenze? Infinite. Lessicali, di ritmo, di punteggiatura... Faccio un esempio. Apriamo la prima pagina della più recente versione, che recita: «Statuario, il pingue Buck Mulligan spuntò in cima alle scale...». Adoro quel "pingue"; è molto più giusto di "paffuto". "Solenne e paffuto" della prima traduzione danno un´idea domestica di Buck Mulligan. E, cosa più decisiva, in inglese Joyce stacca i due aggettivi, anzi, mette un avverbio e un aggettivo e li separa con una virgola. L´inglese recita: «Stately, plump Buck Mulligan came...». È il modo in cui incede nella stanza con la sua stazza imponente portando non un "bacile", ma una "ciotola" (nuova versione) di schiuma per farsi la barba, che rende Buck un nuovo Falstaff, faunesco e satirico, pronto a intonare l´Introibo ad altare Dei.
Saltiamo ora all´ultimo episodio, quel culmine di allegrezza della lingua, una lingua che gode di se stessa, che è il monologo di Molly, con quell´interpunzione ritmata di "yes" che dicono sì al mondo, alla vita, alla carne, all´amore, al corpo che gode, sì, sì, in una lingua finalmente libera da ogni punteggiatura, che scorre nel flusso cosiddetto di coscienza, che è piuttosto una veglia onirica, è la lingua che sogna... Qui davvero si capisce la "gioia" di Joyce, che dopotutto ha la "joy" inscritta nel suo nome, e si capisce anche la sua vicinanza a Freud, il quale guarda caso ha anche lui nel nome l´allegrezza, freude. Nella sua versione De Angelis insegue l´inglese con un italiano flessibile, serpentino, ma niente affatto sgrammaticato; nella nuova versione compaiono voluti analfabetismi: "ò" invece di ho, "à" invece di ha, "lò" invece di l´ho, "mà" in vece di m´ha. È chiara l´intenzione iperrealista dei traduttori di riportare la lingua a una dimensione orale, a una specie di livello aurale della sonorità delle parole. È secondo me una forzatura ingenua.. Perché se è Molly a parlare, è pur sempre Joyce a scrivere. Non c´è mito dell´oralità che tenga in casa Joyce. C´è auralità, c´è gioco con la dimensione acustica, uditiva del segno verbale. Che sono un´altra cosa. Quanto al sostrato irlandese della sua lingua, voluto in particolare evidenza dalla attuale traduzione, sì, è giusto. Quell´accento c´è. Joyce è situato da irlandese nella lingua inglese, che parla e scrive. E questa traduzione lo rivaluta. Non certo a sostegno di una ideologia patriottica e campanilista. Joyce è un esule che riconosce il disagio della civiltà irlandese, nel doppio cerchio infernale di una lingua indigena oppressa, che non ha la libertà né di evolvere, né di cambiare.
Cosa fa? si vendica, distrugge l´inglese. Così dirà un suo attento lettore francese, Philippe Sollers: Joyce ci invita a una festa della lingua che è un banchetto decostruzionista, in cui l´inglese si decompone, si fa poroso, s´apre, si fessura, si ferisce, spurga... Ecco perché è difficile leggere Joyce, sia in italiano che in inglese. Perché Joyce ci impone una differente relazione alla lingua tout court. La vera odissea di noi lettori è nell´esposizione a tutto questo; è un´odissea della lingua, l´Ulisse. Per dirla con un poeta come Keats, Joyce «teases us out of thought». E cioè ci fa uscire di testa, ci porta al punto in cui l´intelletto non serve. Perché, per dirla con Eliot, la scrittura «fa il suo lavoro altrove», su altri organi. Sollecita altri neuroni. Legge davvero Joyce chi si abbandoni a tale esperienza – di non capire, capire a metà, fraintendere, ascoltare del linguaggio il brusio incessante, seguirne le movenze, le capriole... Capisco che possa far paura. Io lessi Ulisse nelle aule universitarie all´inizio degli anni ´70. Seduti accanto a me nei banchi ricordo Franco Moretti, Piero Boitani, Benedetta Bini, in cattedra Agostino Lombardo, Giorgio Melchiori e la sua giovane assistente Franca Ruggieri. Se non ci fece paura, se non ci stordì, è perché avevamo guide rassicuranti, che ci mostrarono l´enorme divertimento di quella macchina. Di quel divertimento questa nuova traduzione testimonia, e dunque le auguro ogni bene.