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 2012  febbraio 11 Sabato calendario

L’ippica riparte ma i problemi restano al palo - La quarantena è finita, l’ippica ricomin­cia a trottare

L’ippica riparte ma i problemi restano al palo - La quarantena è finita, l’ippica ricomin­cia a trottare. Gli ippodromi, chiusi dal primo gennaio, riaprono i cancelli e met­tono fine a quarantuno giorni di serrata che hanno messo in ginocchio un settore già du­ramente provato. È bastato un comunicato del ministro delle Politiche agricole Mario Ca­tania, con l’impegno ad avviare le tanto so­spirate riforme, per convincere gli operatori a tornare in pista. La voglia di riprendere l’atti­vità era tanta ed è bastata la parola del mini­stro per ripartire, anche se la strada sarà lun­ga e tortuosa. Lo sciopero è finito ma i problemi, per ora, re­stano irrisolti, troppi sono i nodi da scioglie­re. Un risultato, comunque, è stato ottenuto: sono emerse le tante problematiche, con­traddizioni e divisioni di chi si guadagna la pagnotta grazie ai caval­li da corsa. Un ginepraio di sigle e interessi si è sol­levato a urlare il proprio dissenso. Allevatori e al­lenatori, gestori di ippo­dromi e padroni di scu­derie, driver e fantini, stallieri e veterinari, tut­ti coalizzati contro la manovra, anche se dietro la facciata “unitaria” emergono dissapori e contrasti. Un popolo, quello dell’ippica, di circa 50.000 persone, ma non tutti sono a tempo pieno, e una “stalla” di 15mila cavalli, che qualcuno, per drammatiz­zare l’allarme, ha gridato essere destinati alla macellazione. «Non succederà mai, almeno per quanto mi riguarda - assicura Patrizia Ro­manelli, una allevatrice marchigiana di trot­tatori, da quasi 30 anni impegnata nel far na­scere e crescere purosangue - . Una parte dei cavalli potrebbe essere riassorbita dai ma­neggi, altri potrebbero essere acquistati dai privati, per le passeggiate. Il problema resta per i tanti posti di lavoro messi a rischio: una lunga filiera che parte dall’agricoltura». Il problema è capire come si è arrivati a que­sto punto, alla pretesa delle sovvenzioni per sopravvivere. Se un’azienda non riesce a re­stare in attivo deve chiudere, è la legge di mer­cato. «L’ippica si è sempre sostenuta da sola, con le scommesse, almeno fino a un certo punto - afferma l’allevatrice - . Fino a quando c’erano solo il Totocalcio e il Totip, con il pre­lievo del 5% da parte dello Stato, era un setto­re in crescita. Poi, la gestione delle scommes­se è passata dall’Unire al Ministero delle Fi­nanze, le forme di gioco si sono moltiplicate e l’ippica ha dovuto rinunciare alla sua mag­giore fonte di guadagno. Inoltre, il prelievo sul­le scommesse ippiche è più alta rispetto agli altri “giochi”, tanto che sono diventate meno appetibili. Da non dimenticare, poi, che le nuove scommesse sono state inserite nella vecchia rete delle agenzie ippiche senza ave­re o pretendere una contropartita. Così, men­tre l’apparato dell’ippica è rimasto pratica­mente lo stesso, c’è sta­ta una caduta degli in­troiti: una diminuzione graduale del montepre­mi del 40%». Scommesse e monte­premi, su questi due perni si regge, dunque, l’universo dell’ippica. Perni che sembrano al­quanto arrugginiti. «L’ippica è stata gestita malissimo - prosegue Romanelli - . Per un ri­torno economico, e per favorire le agenzie di scommesse, si è iniziato a disputare corse a qualsiasi ora». Sul banco degli imputati, dun­que, la base del “sistema corse” mette anche l’Unire. «Che qualcosa non va lo dimostra pu­re il fatto che è stato commissariato dal Mini­stero. L’apparato burocratico resta lo stesso, soprattutto per quanto riguarda i costi, men­tre gli operatori ricevano le briciole e vorreb­bero sapere se c’è un futuro per loro». Ora l’Unire ha cambiato nome e funzione, è diventato Assi, una agenzia. «Ma la suddivi­sione del bilancio è rimasta la stessa. Una par­te, destinata al montepremi, ritorna agli ope­ratori. Una fetta va alle società di corsa, che ge­stiscono gli ippodromi, la cifra ha sempre co­perto buona parte delle spese e, talvolta, non è stata usata per rinnovare le strutture, con il risultato che il pubblico si è allontanato. Men­tre l’ultima parte serve per la gestione dell’U­nire stesso». Una sana forma di protesta presuppone an­che un momento propositivo. Gli allevatori sono pronti con il loro pacchetto. «La riforma delle scommesse. Il prolungamento della sov­venzione, del resto l’importo elargito al Coni è rimasto inalterato. Infine, ripulire il mondo dell’ippica, dall’interno: ci sono operatori che vanno ancora avanti con metodi poco puliti come il lavoro nero». Proposte che, in buona parte, sembrano es­sere state accolte dal ministro Mario Catania, il quale conosce molto bene l’ambiente delle corse avendo lavorato in gioventù all’ippo­dromo delle Capannelle. «Superata l’emergenza, però, bisogna svolge­re un grande lavoro di promozione per rendere attraenti le scommesse sui cavalli, magari con una vincita elevata, tipo lotteria. Per il futuro occorre pensare anche a un ridimensiona­mento: il settore si è dilatato eccessivamente, troppe corse e cavalli». Certo resta da chie­dersi come mai tutto questo non sia stato fat­to fino ad ora. Nemmeno dopo lo sciopero del 2008. «Non c’è un ente che sovrintende, che ha la forza per decidere. Le associazioni sono molte e piccole, è difficile mettere d’accordo tanti soggetti diversi». Nel frattempo molte scuderie hanno già fat­to le valigie. Espatriare è l’unico modo per so­pravvivere. Durante lo sciopero molti hanno preso la strada della Svezia o della Francia e difficilmente torneranno indietro, da noi i montepremi sono rimasti fermi da anni e c’è da vedere se torneranno alla soglia di so­pravvivenza.