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 2012  febbraio 10 Venerdì calendario

PIU’ FLESSIBILITA’ SU ORARI E STIPENDI. VIAGGIO TRA LE AZIENDE CHE RESISTONO —

Non ci sono solo le disposizioni di legge, come il famoso articolo 18 dello Statuto dei lavoratori: a garantire il posto di lavoro di chi ha in mano un contratto a tempo indeterminato possono pensarci, con tanto di impegno firmato e vincolante, anche le aziende. In cambio di concessioni dai lavoratori. Non si tratta di superare o aggirare la legge, naturalmente, ma di integrarla con nuovi fatti, in un momento in cui le parole e le discussioni sull’articolo 18 abbondano e gli scenari dell’evoluzione del diritto sono meno certi di una volta.
Gli esempi aziendali, per ora, sono pochi. Ma, in diversi casi, molto recenti. Tanto che — sostengono alcuni esperti — potremmo essere all’inizio di un nuovo filone, dove la flessibilità sul lavoro non è più solo soprattutto una prerogativa dei lavoratori, ma anche delle imprese.
Iniziamo il nostro viaggio nelle Marche, a Montegranaro in provincia di Fermo. Qui ha sede la Centanni Lavorazione Pellami, una società che si trova di fronte alle «difficoltà in cui versa ormai da anni il comparto calzaturiero, in cui opera la ditta» e alla «mancanza di commesse, in diversi periodi dell’anno»: così si legge nell’accordo firmato il 29 dicembre 2011 tra la società e i rappresentanti di Cgil e Cisl per «mantenere costante l’occupazione dei dipendenti interessati, che non saranno soggetti a periodi di cassa integrazione straordinaria in deroga e/o di sospensione», previsti per le ditte artigiane, nell’arco del 2012.
L’accordo azienda-sindacati di Montegranaro riguarda alcuni dipendenti della società, per i quali i rappresentanti dei lavoratori hanno — come contropartita — accettato un orario di lavoro ridotto in alcuni mesi dell’anno, ma con una paga oraria maggiorata.
Un altro caso arriva da Campodarsego, in provincia di Padova. Qui si trova la sede del gruppo Maschio Gaspardo, azienda di macchine agricole con ricavi in crescita del 30% e 50 assunzioni mandate in porto nel corso del 2011. La società ha appena siglato un accordo sindacale «che garantisce — si legge in una nota — il posto di lavoro per i prossimi tre anni a tutti i dipendenti dei quattro stabilimenti italiani». Quanti? I dipendenti nel nostro Paese sono 600. Che, in cambio, hanno rinunciato a premi e aumenti non ancora pattuiti per quegli anni: risorse che invece di andare nelle tasche dei lavoratori saranno investite nella crescita aziendale.
Le novità, in generale, non riguardano però solo la «porta d’uscita» delle aziende, ma anche quella «in entrata». E’ il caso di Luxottica, il colosso dell’occhialeria made in Italy, che nell’ultimo contratto integrativo ha introdotto il cosiddetto «job sharing». La nuova «opzione» permette a un lavoratore di farsi sostituire temporaneamente da un parente, come il coniuge licenziato da un altra azienda alle prese con la crisi, o il figlio in cerca di esperienze professionali per introdursi nel mondo del lavoro.
C’è poi l’esempio delle banche. Esattamente due anni fa il gruppo Intesa Sanpaolo ha annunciato mille nuove assunzioni nel Sud del Paese, con contratto a tempo indeterminato e uno stipendio ridotto del 20% per i primi quattro anni. Dopo i quali è previsto un livellamento della retribuzione a quella degli altri bancari.
Il concetto è stato poi assimilato anche dal nuovo contratto nazionale dei bancari, appena firmato. E, sempre per tutto il settore, «i bancari hanno istituito un fondo finanziato con una quota della retribuzione degli alti funzionari, con l’obiettivo di sostenere le assunzioni negli istituti di credito di alcune migliaia di giovani con stipendi d’ingresso più contenuti»: lo ricorda Carlo Dell’Aringa, docente di Economia all’Università Cattolica.
Qualcosa sta cambiando anche in uno dei capitoli più gettonati dalle imprese, quello dell’outsourcing, vale a dire la cessione a società esterne di alcune attività di servizio al cliente. Il nuovo contratto nazionale dei bancari, infatti, prevede la possibilità dell’ingresso in banca dei lavoratori delle attività precedentemente affidate in outsourcing. In questo caso, il lavoratore mantiene lo stipendio che prendeva fuori dalla banca, presumibilmente più basso, ma incamera il vantaggio di avere un nuovo datore di lavoro considerato «a prova di bomba» per eccellenza.
Ma, al di là di quello che fanno le imprese, tra gli esperti del mondo del lavoro è soprattutto una la parola che riecheggia da più parti: apprendistato. Secondo uno studio di Adapt — Associazione per gli studi internazionali e comparati — i Paesi con un sistema di apprendistato consolidato hanno un tasso di disoccupazione giovanile inferiore alla media dell’Unione europea: è il caso di Austria, Germania e Olanda, tutte sotto il 9 per cento.
Anche l’Italia, va detto, viaggia sotto il 9%. Ma sopra, molto sopra, quando si parla solo di disoccupazione giovanile. Tanto che — come ha appena sottolineato l’Unione europea — l’Italia è tra gli otto paesi in cui il livello di disoccupazione giovanile è significativamente superiore alla media del Continente, insieme a Spagna, Grecia, Slovacchia, Lituania, Portogallo, Lettonia e Irlanda.
Giovanni Stringa