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 2012  febbraio 09 Giovedì calendario

HA EVITATO IL DISASTRO

Il giudizio sull’operato di Draghi va inserito – mi si perdoni l’espressione da sociologia sessantottina – in un contesto più vasto. Sulla scia della personalizzazione di ruoli e politiche operata dai media, molti credono che il Presidente della Bce goda dei poteri vasti, pervasivi e diretti, che ne farebbero un potenziale Deus ex machina nella tragedia di Eurolandia. In realtà più che un decision maker la sua vera funzione è quella, incommensurabilmente più ardua, di decision broker. In sostanza, i Trattati e lo Statuto della Bce fanno del suo Presidente un mediatore che passa molto del suo tempo a sondare pareri, catturare umori e smussare idiosincrasie piuttosto che ad analizzare e comandare come un vero leader.
La sua influenza deriva quindi non tanto dall’assetto istituzionale, che ne fa un primum inter pares, quanto dalla capacità di influenza e persuasione sui vari scacchieri dove si gioca la partita della sopravvivenza dell’euro e sui cerchi concentrici decisionali (bance centrali nazionali, governi, Commissione Europea, G20) in cui si dipana l’azione della banca centrale. Insomma per usare il gergo à la page il ruolo di presidente della Bce difetta di hard power ed è intriso al massimo di soft power.
COME SE NON bastasse tra il crepuscolo di Jean-Claude Trichet e l’alba di Draghi si è definitivamente sconquassato l’assetto istituzionale concepito nel Trattato di Maastricht e poi cementato nel Patto di Stabilita’. Il rigore fiscale che ne costituiva l’architrave fu prima indebolito dalle troppe eccezioni sul livello del debito pubblico (Italia in primis) nella fase dell’accessione e poi definitivamente sabotato dalle decisioni di Chirac e Schroeder di transigere anche sullo sforamento dei deficit pubblici per mediocri calcoli di politica interna. Quando si inizia ad annacquare le regole si finsce sempre con la casa inondata.
Ora il fantasma maledetto ed inquieto di quelle regole vaga senza pace nelle cancellerie e nei vertici inconcludenti: si fa pubblica virtù di un Trattato ormai sepolto dalle ortiche senza aver deciso minimamente con cosa sostituirlo, a parte un fiscal compact che sembra un Patto di Stabilita’ con sterodi ma che di fatto ne eredita tutte le debolezze e le contraddizioni.
Insomma Draghi si è trovato a fronteggiare ancor prima di insediarsi nell’Eurotower non solo una crisi fiscale e finanziaria senza precedenti, con l’Italia già in terapia intensiva e di fatto senza governo, ma soprattutto una crisi istituzionale della Bce dopo il crollo dell’assetto per il quale era stata pensata e nel mezzo di una battaglia politica durissima per deciderne il futuro.
Di fatto l’era Draghi inizia anche prima del suo arrivo a Francoforte con la ormai famosa (e dimenticata) lettera a Berlusconi e Tremonti per tamponare una bancarotta dell’Italia che avrebbe fatto implodere l’euro e con esso l’intera finanza mondiale.
Una volta nella pienezza dei poteri Draghi ha spinto per una timida riduzione del tasso di interesse (ma il consenso nel Consiglio Direttivo non permetteva di spingersi oltre) che tuttavia ha dato un segnale di speranza ai mercati rinforzato con il secondo taglio a dicembre. Ma in fondo questi sono dettagli perché ormai la politica monetaria convenzionale ha perso trazione. Il meccanismo di trasmissione dei tassi dalla Bce all’economia reale giaceva a pezzi insieme ai resti del sistema bancario (in bilico tra illiquidita’ ed insolvenza). In questo quadro è stata concepita la vera, inaspettata e decisiva mossa, vale a dire l’operazione di rifinanziamento senza condizioni a tre anni di tutte le banche dell’ eurozona per quasi mezzo trilione di euro.
La Madre delle Operazioni di Liquidità, che verra’ replicata a fine mese per chi ancora non fosse sazio, ha tamponato la spirale di sfiducia che stava di nuovo portando al collasso del mercato interbancario. É questo il motivo principale della riduzione degli spread sui Bund che ha dato fiato ai mercati.
L’ULTIMA TEGOLA in ordine di tempo a cadere nel bel mezzo della sala del Consiglio Direttivo al 33mo piano dell’Eurotower è la partecipazione alle perdite sulla bancarotta della Grecia. La Bce e’ il maggior creditore del governo greco, ruolo che ha assunto suo malgrado per tenere insieme le assi sconnesse della baracca levantina. Indiscrezioni dicono che Draghi ancora non abbia preso una posizione in quest’altra alternativa del diavolo. É probabile che in queste ore sia impegnato nel giro di telefonate e nelle mediaizoni che il suo ruolo impongono. In definitiva, date le circostanze Draghi e la Bce hanno fatto il possibile finora per evitare il peggio. Ma la soluzione della crisi non può venire dall’Eurotower. Eurolandia ha perso competititvità, dinamismo, capacità tecnologica, ed e’ solo agendo su queste variabili che si potrà, con tempi lunghi, venir fuori dalle secche (o dagli scogli). La Bce sta per esaurire le munizioni. E nei miracoli è meglio non sperare. Fabio Scacciavillani *capo economista del Fondo sovrano dell’Oman - ESULTANO SOLO LE BANCHE - Non si può nominare presidente del Consiglio un vile affarista che è stato socio della Goldman Sachs”. Le parole che Francesco Cossiga pronunciò nel 2008 non hanno impedito a Mario Draghi, già vicepresidente della banca americana, di diventare presidente della Banca centrale europea.
Era dunque così ingeneroso l’ex presidente della Repubblica nei confronti dell’allora governatore della Banca d’Italia? Questo probabilmente lo decideranno i posteri, di certo lo champagne sta scorrendo a fiumi nelle sale cambi delle banche che nei primi 100 giorni di mandato di Ma-rio Draghi alla Bce (si è insediato a inizio novembre) hanno ricevuto più regali che nei 10 anni precedenti.
L’asse con Ignazio Visco (ora governatore della Banca d’Italia) e il premier Mario Monti ha partorito l’articolo 8 del decreto “salva Italia” che consente alle banche di ottenere una fideiussione dallo Stato italiano a un costo risibile per poi poter ottenere finanziamenti dalla Bce, il denaro così veicolato nelle casse dei gruppi bancari consente agli stessi di realizzare delle enormi plusvalenze attraverso il riacquisto di titoli emessi precedentemente sul mercato a tassi superiori, si calcola che il solo Banco Popolare abbia realizzato una plusvalenza di 500 milioni di euro con questa operazione.
La Bce ha obbligato le banche a erogare prestiti a imprese e famiglie? A sostenere l’economia reale? No, i soldi servono solo a creare un circuito di carta e di differenze contabili che generano profitti, lauti compensi e bonus agli amministratori. In parallelo la Bce ha triplicato la dimensione del proprio bilancio nei 100 giorni della nuova gestione arrivando all’astronomica cifra di 2.750 miliardi di euro contro i 2.200 miliardi della Federal Reserve americana. Questo vuol dire che mentre in America la politica monetaria ha tenuto sotto controllo il tasso dei titoli di Stato attraverso l’acquisto degli stessi e le banche per realizzare profitti sono costrette a investire anche nell’economia reale, la politica moneta-ria della Bce è consistita in accettare in garanzia dagli istituti di credito ogni schifezza finanziaria pur di garantire la loro sopravvivenza e la loro profittabilità.
La speranza è che i regali fatti si tramutino successivamente in finanziamento agli investimenti e sostegno ai consumi. Ma di questo secondo passaggio, almeno per ora, non c’è traccia.
Mario Draghi conserva tracce del suo passato nel settore della finanza, a Goldman: l’economia di carta costruita e stimolata dalla famosa banca d’affari ai danni dei cittadini di mezzo mondo non paga dazio con questa nuova gestione dell’autorità monetaria. Anzi ne viene esaltata la filosofia di fondo: le banche non devono mai pagare il conto. La stessa filosofia che secondo l’ex ministro Giulio Tre-monti (lo dice nel suo ultimo libro) è stata usata quando Draghi è stato presidente dell’organismo di coordinamento internazionale Financial Stability Board che “ha funzionato da cavallo di Troia, fabbricato dalla finanza per entrare nella politica e batterla sul suo stesso campo”.
Una disfatta che è costata la caduta dei governi di Grecia, Portogallo, Spagna, Irlanda e Italia. Un’ecatombe che ha lasciato i cittadini orfani della possibilità di scegliere fra politiche economiche e sociali alternative, relegandoli nel ruolo di spettatori passivi alle missive, ai diktat e alle minacce che arrivano da Berlino con l’avallo della Bce.
Lascerà Mario Draghi un’Europa migliore di quella che ha trovato? La sua politica di sovvenzione illimitata agli istituti di credito e le sue ricette di politica economica che implicano flessibilità estrema del lavoro e di taglio della spesa pubblica a tutti i costi funzioneranno? È troppo presto per dirlo, l’onda di liquidità che si è riversata sul sistema finanziario ha anestetizzato gli spread e con essi il dibattito sulle scelte compiute, ma in questa crisi abbiamo imparato che tutti i tentativi fatti di limitare artificialmente la volatilità dei mercati, attraverso l’ingegneria finanziaria, non sono durati a lungo. Poche settimane fa, lo stesso Draghi aveva detto “siamo sulla strada giusta, la Grecia rimarrà un caso unico”, e poco dopo il Portogallo si è affacciato sul baratro della ristrutturazione del debito. Saremo pronti a ricrederci, se la ricetta dell’economista romano si dimostrerà quella giusta. Se così non fosse, però, Draghi difficilmente potrà nascondersi dietro governi fantoccio che eseguono pedissequamente le sue “raccomandazioni”. Il timone dell’economia europea è saldamente in mano a Mario Draghi, a lui i meriti, a lui le colpe. Superbonus