Walter Molino, il Fatto Quotidiano 9/2/2012, 9 febbraio 2012
“MARTELLI RESPINSE 5 MILA 41 BIS E MANCINO COMMISSARIÒ CONSO”
Il 30 luglio 1992 chiesi al ministro della Giustizia Claudio Martelli di mettere al carcere duro più di 5 mila detenuti per reati associativi (mafie, terrorismo e droga). Gli mandai perfino uno schema di decreto, ma la mia proposta rimase nel limbo dell’indifferenza”. Niccolò Amato, direttore del Dipartimento amministrazione penitenziaria (Dap) dal 1983 al 1993, si difende e attacca. Era finito nell’occhio del ciclone per un suo lungo appunto del 6 marzo 1993 indirizzato al neoministro della Giustizia Giovanni Conso, in cui gli suggeriva di non rinnovare i decreti 41-bis ai mafiosi. Sembrava la pistola fumante del mistero più nero della Prima Repubblica, la trattativa tra Stato e mafia. Poi i pm di Palermo e Caltanissetta, che indagano sulle stragi, hanno analizzato a fondo quel documento e sembrano averne ridimensionato il peso. Ora Amato racconta la sua verità e fa riemergere ricordi a lungo sopiti, con documenti destinati a mettere in imbarazzo alcuni protagonisti del tempo, come gli ex ministri Martelli, Conso e Mancino.
In quell’appunto del 6 marzo 1993 lei consigliava a Conso di revocare o fare scadere i
decreti applicativi del 41-bis. Voleva togliere il carcere duro ai mafiosi?
Io non volevo togliere il carcere duro, ma ero convinto che il punto nodale fosse sostituire al decreto del ministro la legge dello Stato. Una legge più dura. In quell’appunto spiegavo che il 41-bis era un colabrodo: i colloqui dei mafiosi, per esempio, erano stati ridotti da quattro a uno al mese, ma non venivano registrati. E poi i detenuti più pericolosi erano sempre in viaggio per partecipare ai processi. Io ho proposto al ministro una legge in cui fosse prevista la registrazione dei colloqui e l’adozione delle videoconferenze per i boss, così da non doverli spostare dal carcere.
E il ministro cosa rispose?
Non rispose. Sul 41-bis io stavo quattro o cinque passi avanti rispetto a Martelli e poi a Conso. Quanti ordini di morte nei confronti di agenti penitenziari, arrivati proprio dal carcere o durante le udienze dei processi, si sarebbero potuti evitare se nel 1993 si fosse fatta la legge che suggerivo? Alla registrazione dei colloqui e alle videoconferenze, il Parlamento è arrivato molti anni dopo.
Nell’appunto lei scriveva che anche il capo della Polizia, Vincenzo Parisi, in un recente Comitato per l’ordine pubblico e la sicurezza, aveva espresso riserve sul 41-bis.
È vero, quella era la posizione di Parisi.
Ma nel verbale della riunione a cui lei fa riferimento non si fa cenno a discussioni sul 41-bis.
Forse non fu verbalizzato. Sarei stato un pazzo a inventarmi una cosa del genere, il ministro mi avrebbe cacciato a pedate! Riferii esattamente il pensiero di Parisi.
Poi accennò a pressioni del
ministero dell’Interno per la revoca del 41-bis a Poggio-reale e Secondigliano.
L’8 febbraio ‘93 uccisero a Napoli un soprintendente della Polizia penitenziaria, Pasquale Campanello. Io chiesi subito al ministro Martelli l’applicazione del 41-bis in quelle due carceri. Martelli firmò il decreto il giorno dopo. Ci furono proteste da parte dei familiari e il 20 febbraio il prefetto di Napoli Improta scrisse un lungo fax al ministero della Giustizia, dove intanto Conso era subentrato a Martelli. Il prefetto chiedeva la revoca del 41-bis. E il giorno dopo, il 21 febbraio, Conso firmò la revoca al provvedimento applicato appena 12 giorni prima, con tanto di comunicato stampa.
Che cosa c’entrava Mancino?
Le dico solo questo: nel 2002, interrogato a Firenze dal pm Gabriele Chelazzi, il mio vecchio collaboratore Paolo Falco riferì di un incontro fra me e Conso a Ciampino. Io lo rimproveravo di aver interpellato Mancino sull’applicazione di alcuni 41-bis che io gli avevo chiesto. “Giovanni – gli dicevo – ma queste cose le dobbiamo decidere noi: perché le dobbiamo chiedere (a Mancino, ndr)?”
Ecco: perché Mancino, ministro dell’Interno, doveva essere coinvolto nelle decisioni sul 41-bis?
E che ne posso sapere io?
Scelte politiche?
Io le dico i fatti. Un episodio come questo apre uno scenario.
È come se Conso, sui 41-bis, fosse commissariato da Mancino?
Scusi, il caso dei 41-bis a Poggio-reale e Secondigliano non è emblematico? Ma come: io il 12 febbraio lo applico e tu il 21 lo revochi?
Lei ora si presenta come un fautore del carcere duro. Però Martelli ha detto ai pm che la notte del 20 luglio 1992, subito dopo la strage di via D’Amelio, lei non volle firmare i provvedimenti di trasferimento dei primi 55 mafiosi dall’Ucciardone alle supercarceri di Pianosa e Asinara.
Io devo immaginare che Martelli, non so perché, non ricordi bene. Tutti i decreti di trasferimento dei mafiosi dalle carceri di massima sicurezza come Ascoli Piceno o No-vara sono tutti firmati dal Dap. Quei primi 55 provvedimenti Martelli volle firmarli personalmente per dare un segnale politico.
Martelli sostiene che lei quella notte non era neppure reperibile.
Io non sono mai mancato dal Dap! Martelli lo sa bene. Con lui ci siamo sentiti più volte al telefono, proprio quella notte. Individuammo i nomi dei mafiosi, predisponemmo i decreti e lui li firmò.
Lei era craxiano: com’erano i suoi rapporti con Martelli in quel tempestoso 1992?
Ottimi. Tanto che in settembre mi delegò a firmare proprio i decreti 41-bis.
Però lei li faceva firmare al suo vice, Edoardo Fazioli.
Era una prassi, nulla di strano. Lui era il responsabile dell’ufficio detenuti e firmava, io aggiungevo la mia sigla.
È vero che lei ha consegnato ai pm un documento inedito in cui chiedeva a Martelli di estendere il 41-bis a oltre 5 mila detenuti per mafia?
Sì, poche settimane fa. È un appunto del 30 luglio 1992 in cui gli spiegavo di aver individuato 121 carceri o sezioni particolarmente sicure in cui destinare 5300 detenuti di mafia. Chiedevo un decreto 41-bis, di cui allegavo una bozza, per stabilire il regime del carcere duro per questi 121 penitenziari. Una soluzione efficace: ogni mafioso arrestato l’avrei potuto mandare subito al 41-bis senza aspettare i singoli decreti.
E cosa rispose Martelli?
Non rispose. Stranamente chiese un parere all’ufficio legislativo del ministero e alla Direzione degli Affari penali, dove Liliana Ferraro aveva preso il posto di Falcone. Ma il 41-bis è una questione di competenza esclusiva del Dap, cosa c’entravano gli Affari penali? E infatti espressero riserve sulla mia proposta. A quel punto, il 24 agosto, scrissi a Martelli una nota abbastanza dura, chiedendogli di assumersi le sue responsabilità. Non ebbi risposta. E la mia proposta di 41-bis, generalizzato per tutti i detenuti di mafia, cadde nel limbo dell’indifferenza.
Ai primi di giugno del 1993, dopo 11 anni, lei fu improvvisamente sostituito al vertice del Dap.
La vicenda comincia nel febbraio di quell’anno, quando un gruppo anonimo di mafiosi invia al presidente della Repubblica una lettera, di cui ho avuto conoscenza solo pochissimo tempo fa. Si scrive, in questa lettera, in stampatello: “Togliere dall’ambiente del carcere il dittatore Amato e i suoi squadristi”. La mafia chiede ufficialmente la mia destituzione perché mi identifica con il carcere duro. Il 4 giugno 1993 il Consiglio dei ministri si riunisce e senza alcuna motivazione decide di sostituirmi con Adalberto Capriotti.
Chiese spiegazioni a qualcuno, nel governo?
Come no! Chiesi spiegazioni a Conso, a Ciampi, anche a Gifuni, segretario generale della Presidenza della Repubblica. Ma non ottenni risposta. Qualche giorno prima della mia cacciata il compianto presidente Scalfaro chiamò al Quirinale l’ispettore dei cappellani don Curioni e il suo segretario don Fabio e disse loro: “Basta con Amato”. Il 26 giugno la nuova direzione del Dap – Capriotti e il suo vice Francesco Di Maggio – propose a Conso l’assoluto ribaltamento della mia politica penitenziaria. In pochi mesi i detenuti di mafia al 41-bis, da 1300, si sono ridotti a circa 536.
Quando lei lasciò il Dap, iniziò a fare l’avvocato. Come le venne in mente di difendere personaggi mafiosi del calibro di Vito Ciancimino e Giuseppe Madonia?
Chiesi al ministro Mancino di darmi un posto da Prefetto, ma lui disse che non ce n’erano di vacanti. E allora, non potendo più fare il magistrato, decisi di fare l’avvocato. Ho difeso tante persone, non solo mafiosi. Ho difeso anche Craxi, che certo mafioso non era. La nomina del signor Ciancimino nei miei confronti è del 1994, quando ormai il problema delle stragi e della trattativa era completamente superato sul piano cronologico e storico. L’ho assistito per qualche tempo, dopodiché ho lasciato l’incarico per una semplice ragione: non mi pagava.
Ma in quegli anni, nelle carceri italiane che dirigeva, lei sentì puzza di possibili trattative?
Fino a quando sono stato lì? Trattativa? No.
*L’intervista video è on line sui siti del Fatto Quotidiano e di Servizio Pubblico