Giorgio Meletti, il Fatto Quotidiano 9/2/2012, 9 febbraio 2012
DA CALTAGIRONE ALL’ENPAP, CAPUTI E IL MATTONE CREATIVO
Massimo Caputi, ingegnere 59enne di Chieti, è creativo. Siamo travolti da una crisi globale provocata dalla fine della bolla immobiliare americana. Ecco, ci voleva fantasia per pensare proprio adesso di fare soldi col mattone. Caputi l’ha avuta, assieme a una buona dose di amore per il rischio e disinvoltura. Eppure la vicenda del palazzo romano di via della Stamperia – ceduto dal fondo immobiliare Omega di Caputi al senatore Pdl Riccardo Conti e da questo rivenduto in giornata alla cassa previdenziale degli psicologi a prezzo maggiorato di oltre il 60 per cento – potrebbe creare problemi al giocattolo. L’incidente rischia di compromettere i rapporti di Caputi con il gruppo De Agostini, azionista di controllo della Idea Fimit, il nuovo gigante della gestione di fondi immobiliari: Caputi l’anno scorso ha consegnato a De Agostini la sua Fimit per metterla al riparo dai guai, dopo aver cercato invano di darla a Marco Tronchetti Provera in cerca di vie d’uscita per il suo disastro immobiliare , Pirelli RE. Gli altri due ad di Idea Fimit, Massimo Brunelli e Daniel Buaron, non hanno gradito la figuraccia, e hanno visto crescere i loro noti dubbi sullo scoppiettante collega.
DUBBI CHE HA AVUTO, del resto, la stessa Banca d’Italia. Un anno fa, al termine di una ispezione sulla Fimit, ha emesso un verdetto sconfortante. Ufficialmente sono state rilevate “carenze nell’organizzazione e nei controlli interni”, e “violazione della normativa in materia di attività di investimento”. In sostanza gli ispettori hanno raccontato all’allora governatore Mario Draghi che in Fimit Caputi faceva tutto da solo, nella distrazione di tutti, a cominciare dal presidente, Franco Carraro. Risultato: quasi 700 mila euro di multa ai disattenti amministratori, di cui 90 mila a Caputi.
Ma Caputi, uomo di mondo, ha fatto passare la stangata come un amichevole, consiglio. Sempre ottimista, come due anni fa, quando ha maldestramente dimenticato una busta con 45 mila euro in contanti sul comodino di un albergo, e ne è nata un’inchiesta giudiziaria per riciclaggio. E sempre in cerca di amicizie. Ha cominciato a imporsi all’inizio degli anni ’90, affascinando il numero uno delle Fs Lorenzo Necci che prima ha dato molto lavoro alla società di progettazione di Caputi, la Proger, poi gli ha direttamente affidato il business Grandi Stazioni. L’idea era semplice: se la gestione delle Fs fa schifo, perché ostinarsi nel tentativo di risanarla? Molto più facile cercare di rattoppare i conti sempre in rosso con qualche bell’affare immobiliare. E così ecco Roma Termini, progetto pilota, trasformata in un centro commerciale. Dove però, seguendo il mantra della privatizzazione, i soldi li fanno altri: i Benetton, i Caltagirone e gli altri soci blasonati del numero uno Fs Mauro Moretti.
PER CAPUTI è un’equazione perfetta. Apparentemente fa fare i soldi a tutti quelli che lo incontrano, e la sua immagine cresce con la rete di relazioni. Tra le più interessanti quella con il presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, di cui è stato socio fino a poche settimane fa nelle attività turistiche in Sardegna della Mita Resort: anche l’affare dell’ex sede G8 della Maddalena ha visto Caputi al centro della scena. Ma la relazione chiave è quella con il più liquido imprenditore italiano, Francesco Gaetano Caltagirone, che lo manda a rappresentarlo nei consigli dell’Acea e del Monte dei Paschi, fino alla rottura improvvisa e mai spiegata, che forse un giorno gli storici riconosceranno come inizio del declino di Caputi. Incontra Cesare Geronzi di Capitalia, e, dopo una sfortunata parentesi alla testa del carrozzone pubblico Sviluppo Italia (sponsor Silvio Berlusconi), inizia la cavalcata immobiliare. La Fimit, figlia di Capitalia, è specializzata in gestioni immobiliari. Rileva i palazzi dell’Inpdap (ente previdenziale dei dipendenti pubblici) e costituisce il fondo Alfa.
Il meccanismo è banale. Qualcuno vuole “valorizzare”, cioè vendere, il proprio patrimonio immobiliare, Caputi si presenta con l’assegno in mano, rileva i palazzi e poi cerca qualcuno a cui venderli a prezzo maggiorato. In genere l’ente previdenziale pubblico si qualifica come pagatore generoso, chissà perché. Ma Caputi non è un sempliciotto. Gli enti previdenziali vengono coinvolti pienamente nell’affare, cosicché Inarcassa, Inpdap, Enasarco e Enpals sono oggi azionisti forti di Idea Simit, convinti di aver ben investito i soldi delle nostre pensioni. Mattone, no? Se non fosse che comprare una selva di palazzi scommettendo di rivenderli tutti entro 15 anni a prezzo maggiorato sembra più una scommessa che un investimento sul mattone. Ma su questo diranno gli organismi di vigilanza. La situazione a oggi è che Idea Simit ha in pancia 9 miliardi di immobili da vendere entro un certo arco di tempo (i fondi immobiliari hanno durata limitata) e oltre ai tre amministratori delegati di cui sopra un presidente che risponde al nome di Antonio Mastra-pasqua, presidente dell’Inps.
ANCHE LE CASSE previdenziali sono dunque convinte di rimpinguare le pensioni dei loro assistiti grazie alle magie di Caputi, che con la sua arte della “valorizzazione” si è fatto nel tempo molti amici. Solo nel 2010 la sua Fimit ha rilevato immobili per 478 milioni dalla Fonsai di Salvatore Ligresti, che era indebitata con Unicredit (che ha finanziato l’apposito fondo Rho per l’acquisizione); immobili per poco meno di 900 milioni da Banca Intesa Sanpaolo, guidata allora da Corrado Passera, ottimo amico di Caputi, che ha finanziato il fondo Omega per l’acquisizione; un analogo blocco di palazzi da Unicredit, che ha dato credito al fondo Omicron. Solita partita immobiliare: banche e assicurazioni si liberano dei palazzi per aggiustare il bilancio, prestano i soldi a Caputi per fare l’acquisto, quello che manca Caputi lo chiede alle casse di previdenza. Se per caso crollano i prezzi il cerino rimane alle banche e ai pensionati. Se non crollano Caputi è Re Mida.