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 2012  febbraio 09 Giovedì calendario

SUL DEBITO LA STRADA È GIUSTA - I

ente, ciò è più dovuto all’eccessivo clima di fiducia che si è creato intorno ai recenti accordi europei e ai modesti progressi compiuti dall’accoppiata Fondo di stabilità/salva-Stati, che non agli sforzi ben più sostanziali impressi dal Governo Monti al risanamento finanziario del nostro Paese. Bene fa, dunque, Il Sole 24 Ore a sottolineare che l’Europa deve fare molto di più per stroncare definitivamente l’attacco all’euro, mentre l’Italia non deve né rilassarsi di fronte ai suoi primi successi sui mercati né riesumare i balletti della vecchia politica, che rischierebbero di ostacolare il prosieguo dell’azione di emergenza dell’esecutivo. Marco Fortis
I dati recentemente pubblicati dall’Eurostat sull’evoluzione del debito pubblico dei Paesi Ue nel terzo trimestre 2011, passati abbastanza inosservati, confermano che l’Italia ha avviato già nei mesi scorsi una seria politica di rigore nei conti pubblici, non ancora pienamente compresa ed apprezzata dai mercati. Infatti, alla fine del terzo trimestre del 2011 il debito pubblico italiano è risultato pari al 119,6% del Pil, in aumento solo di 0,5 punti rispetto al terzo trimestre del 2010. Si tratta di uno degli incrementi più bassi in assoluto registrati nella Ue-27, dove il debito pubblico complessivo è cresciuto di 3,7 punti di Pil, e nell’Eurozona, dove l’aumento corrispondente è stato di 4 punti di Pil. Ci siamo comportati meglio di tutti gli altri grandi Paesi europei: infatti, il debito pubblico francese nello stesso periodo è aumentato di 3,2 punti di Pil, quello inglese di 6,9 punti e quello spagnolo di 7 punti. Nel caso della Germania il confronto tra il terzo trimestre 2011 e il corrispondente trimestre dell’anno precedente (+6,1 punti) rischia di essere fuorviante (esagerando negativamente la performance di Berlino), poiché nel quarto trimestre del 2010 l’Eurostat ha incluso nel debito pubblico tedesco le rilevanti passività di alcune bad bank, generando un anomalo salto statistico. Quindi solo a partire da fine 2011 la comparazione su base tendenziale annua dei dati trimestrali tedeschi tornerà ad essere omogenea. Continuano invece le difficoltà dei Paesi "periferici", a cui l’Italia viene talvolta ingenerosamente accostata dai media stranieri, forse anche perché non conoscono le statistiche. Infatti, tra il terzo trimestre 2010 e il terzo trimestre 2011 il rapporto debito pubblico/PIL dell’Irlanda (secondo alcuni già guarita!) è cresciuto di 16,5 punti, quello del Portogallo di 19 punti e quello della Grecia di 20,3 punti. L’Italia esce vincente anche nel confronto con alcuni Paesi dell’Eurozona sempre in cattedra a dare lezioni di rigore agli altri: ad esempio, il rapporto debito/Pil dell’Olanda è aumentato nel periodo esaminato di 1,6 punti, dunque oltre 3 volte di più del nostro. Ancor più significativo, a nostro avviso, è però il raffronto comparato tra la dinamica dei valori assoluti dei vari debiti pubblici, misurati in euro (o in valute nazionali nel caso dei Paesi Ue non appartenenti all’Eurozona). Vedere se le varie economie riescono a frenare la crescita del livello del proprio debito o a diminuirlo, a prescindere dal rapporto dello stesso con il Pil, dà un’idea più chiara dello sforzo fiscale messo in campo da ciascuno. Infatti, si ha la misura reale di tale sforzo al netto degli inevitabili effetti negativi sul Pil delle politiche di austerità. Sotto questo profilo, come appare dalla tabella, l’Italia nel terzo trimestre 2011 è stata capace di contenere la crescita del suo debito a valori correnti in un modesto +2,2% rispetto allo stesso trimestre dell’anno prima (da 1.842 a 1.884 miliardi di euro). Meglio di noi hanno fatto solo l’Estonia (-0,2%) e il Lussemburgo (+0,6%). Per contro, il debito pubblico francese è aumentato in valore assoluto del 7,5% (da 1.575 a 1.689 miliardi di euro), quello inglese del 12,6% (da 1.132 a 1.278 miliardi di sterline) e quello spagnolo del 14,9% (da 615 a 706 miliardi di euro). Non è possibile fare un analogo confronto omogeneo con la Germania per le ragioni già illustrate in precedenza. Tuttavia, possiamo osservare indicativamente che tra il quarto trimestre 2010 e il terzo del 2011, cioè nei soli ultimi nove mesi aventi dati raffrontabili, il debito pubblico tedesco è aumentato in valore assoluto dell’1,4% (da 2.062 a 2.099 miliardi di euro), cioè appena un po’ meno di quanto sia cresciuto quello italiano sull’arco completo di 12 mesi. Nei Paesi "periferici" la situazione resta assai grave. La Grecia, stretta nella morsa dell’austerità, ha visto innalzarsi ancora il suo debito pubblico del 7,5% in valore assoluto negli ultimi dodici mesi: un risultato tuttavia meno negativo rispetto al peggioramento del suo rapporto debito/Pil, il cui dato è stato penalizzato anche dalla forte flessione del denominatore. Senza attenuanti, invece, l’Irlanda e il Portogallo, i cui debiti sono aumentati a valori correnti rispettivamente del 16,5% e del 21,1%, cioè il primo nella stessa misura e il secondo addirittura di più del rapporto debito/Pil. Infine, i "maestri" del rigore, sempre pronti a bacchettarci, in realtà non stanno facendo grandissimi sacrifici e, pur non pagando interessi elevati, tra il terzo trimestre 2010 e il terzo del 2011 alcuni di essi hanno accresciuto il valore assoluto del proprio debito pubblico in misura non molto inferiore se non simile alla Grecia. Il debito olandese, infatti, è aumentato a valori monetari del 5,9% e quello finlandese addirittura del 7,2%. Questi dati comparati dimostrano che l’Italia è avviata su un sentiero fiscale virtuoso, a cui il Governo Monti sta dando un nuovo ed ancor più forte impulso. A livello statistico vedremo i risultati di tale azione in modo sempre più chiaro nei prossimi mesi. È auspicabile che i mercati riconoscano finalmente tutti i sacrifici che il nostro Paese sta facendo, restituendoci i tassi di interesse che realmente ci meritiamo: tassi che, come minimo, dovrebbero essere inferiori a quelli spagnoli. Ma è ugualmente auspicabile che l’Europa non sia troppo condizionata dall’eccessivo rigore tedesco, che rischia di togliere alla nostra ritrovata virtù finanziaria la forza della crescita economica, che è altrettanto indispensabile per permetterci di raggiungere il pareggio di bilancio.