Marco Bellinazzo, Marco Mobili, Il Sole 24 Ore 9/2/2012, 9 febbraio 2012
CONTI ESTERI SENZA SEGRETI
La tax compliance e la lotta all’evasione lasciano Cortina e varcano l’oceano.
Almeno ci provano e compiono un primo passo importante, fino a pochi mesi fa ritenuto impensabile: la normativa Foreign account tax compliance act (Fatca), studiata dagli Stati Uniti per contrastare l’evasione fiscale internazionale e in particolare quella offshore messa in atto da cittadini o residenti statunitensi, presto parlerà almeno sei lingue, compreso l’italiano.
Con una nota ufficiale diramata ieri contemporaneamente sui siti istituzionali di cinque Stati, i ministri finanziari di Italia, Francia, Germania, Spagna e Regno Unito, hanno annunciato di voler intensificare con gli Stati Uniti la cooperazione nella lotta all’evasione internazionale. I cinque Paesi, infatti, hanno dichiarato di volere esplorare quelle disposizioni che gli States hanno approvato nel 2010 e che sono pronti ad applicare da giugno 2013 a tutti gli intermediari finanziari che gestiscono per conto terzi i proventi di qualsiasi provenienza dei cittadini a stelle e strisce.
E mentre in Europa i siti lanciavano via internet l’intesa comune raggiunta, oltreoceano l’amministrazione statunitense aggiornava le istruzioni applicative delle norme Facta recependo di fatto l’intento delle amministrazioni europee di volersi impegnare ad individuare gli strumenti internazionali e nazionali più idonei a realizzare uno efficace scambio in automatico delle informazioni. Scambio tra amministrazioni che dovrà consentire agli intermediari interessati dalle norme Usa di evitare il ricorso ad accordi individuali di tipo contrattuale con l’amministrazione americana.
Il tutto con un duplice obiettivo. Uno di politica fiscale che è quello da anni dichiarato di non dare tregua all’evasione di stampo internazionale; uno di politica economica, ovvero quello di arrivare a determinare condizioni di applicazioni della normativa Fatca tali da poter ridurre quanto più possibile i costi burocratici che dovranno sostenere gli intermediari (banche, assicurazioni, broker, trust, hedgefunds, società di private banking, fondi, compagnie assicurative e asset manager).
I Governi puntano, dunque, a rafforzare la collaborazione finalizzata a raggiungere nel tempo, con il pieno appoggio di istituzioni internazionali come l’Ocse e l’Unione europea, standard comuni in materia di obblighi dichiarativi e di due diligence. L’approccio intergovernativo che ieri ha mosso i primi passi, spiega ancora la nota del Tesoro, pone al centro il principio di reciprocità e consente lo scambio automatico di informazioni in due direzioni (da e verso gli Stati Uniti). La conclusione di accordi bilaterali dovrebbe quindi favorire la compliance internazionale e facilitare l’applicazione della legislazione fiscale a beneficio di tutte le parti.
Dal canto loro gli Stati Uniti sarebbero pronti ad alcune aperture verso i "partner Fatca". Tra queste l’eliminazione dell’obbligo per gli intermediari esteri stabiliti in uno dei cinque Stati di concludere un separato accordo generale con l’Irs (Internal revenue service), a condizione che la siano già registrati presso l’Irs o siano esonerati dalla registrazione in base all’accordo o delle istruzioni fornite dall’amministrazione fiscale americana. Gli Usa potrebbero anche eliminare la ritenuta prevista dal Fatca sui pagamenti ai soggetti esteri che operano in uno dei cinque Stati pronti a recepire le regole del Foreign account tax compliance act. Inoltre, nei confronti degli stessi intermediari finanziari non verrebbe richiesta sia la chiusura del conto dei titolari di rapporti definiti «recalcitranti», sia l’applicazione della ritenuta sui pagamenti cosiddetti passthru effettuati a titolari «ricalcitranti», così come quelli corrisposti ad altri intermediari finanziari situati anche in un’altra giurisdizione con la quale gli Usa hanno accordi di attuazione della normativa Fatca. Un passaggio importante, in definitiva, quello compiuto ieri che mira a potenziare la misure di contrasto all’evasione internazionale relative alla Svizzera. Marco Bellinazzo, Marco Mobili • IL VERO OBIETTIVO RESTANO I FORZIERI DELLA SVIZZERA - La Svizzera resta il bersaglio numero uno dell’amministrazione finanziaria Usa e di quelle dei paesi europei. Visto che i treni verso la Confederazione elvetica, soprattutto nei periodi di crisi, si riempiono inesorabilmente di pendolari dell’esportazione di capitali e alle frontiere i presidi dei "fiscovelox" non bastano più come deterrente, i governi, su entrambe le sponde del l’Atlantico, si stanno attrezzando per stringere il cerchio intorno a Berna.
Nei mesi scorsi Washington ha accusato 11 banche svizzere, inclusa la Wegelin, la più antica del paese, di aver aiutato contribuenti americani ad evadere il fisco e ha preteso la consegna dei dati della clientela di cittadinanza Usa. Dati che sono stati recapitati, in effetti, ma in forma "criptata". La chiave per decifrarli, hanno fatto sapere dalla Svizzera, sarà fornita agli Usa solo attraverso procedure di assistenza oppure dopo la firma di un accordo fiscale complessivo.
La trattativa per ammorbidire il segreto bancario è in atto, ma l’esito è tutt’altro che scontato. In ballo c’è un tesoro che fa gola all’amministrazione Obama alle prese con le ristrettezze del bilancio federale. L’agenzia fiscale Usa Irs stima, infatti, che l’evasione fiscale dei cittadini americani con conti bancari offshore ammonterebbe a circa 100 miliardi all’anno. La maggior parte dei quali sarebbe depositato, appunto, nei forzieri rossocrociati.
Per Washington la chiave di volta sarebbe proprio l’applicazione "bilaterale" del Foreign Account Tax Compliance Act con la Svizzera. Con il Fatca, che dovrebbe entrare in vigore dal 2013, gli Stati Uniti renderanno obbligatorio per le banche e le istituzioni finanziarie insediate in territorio americano la stipula di un’intesa con il fisco, con la quale s’impegnino a dare informazioni sui clienti Usa. Un’estensione del Fatca alla Svizzera comporterebbe, di fatto, uno scambio automatico di dati anagrafici e contabili tra i due Stati.
Berna però preferirebbe "schivare" questo modello potenziato di cooperazione e vorrebbe seguire, anche con gli Usa, lo schema "Rubik" alla base degli accordi già raggiunti con Germania e Regno Unito. Quest’ultimo, prevede, in pratica, una sorta di euroritenuta rafforzata per i capitali depositati illegalmente in Svizzera, rivolta a sanare il pregresso mantenendo sostanzialmente inalterata l’attuale conformazione del segreto bancario elvetico. Niente più liste di nomi di clienti Usa "girati" al fisco Usa, insomma. Al massimo si potranno fornire, a richiesta e a certe condizioni, i dati su un numero prestabilito di conti correnti e depositi.
E l’Italia? Considerato che la Francia ha deciso di non siglare con Berna nessun tipo di accordo, il governo Monti sta verificando se ci sono le condizioni per portare avanti le trattative avviate dall’ex ministro dell’Economia, Giulio Tremonti. Inizialmente il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Piero Giarda, alla Camera, è sembrato chiudere il discorso sottolineando gli aspetti critici degli accordi tedeschi e inglesi che sarebbero a rischio di una procedura d’infrazione comunitaria. Rischio confermato dal commissario alla fiscalità, Algirdas Gediminas Semeta, nel corso di un’interrogazione al Parlamento comunitario. Più di recente, invece, altri esponenti dell’Esecutivo hanno aperto qualche spiraglio. Roma, in definitiva, sembra contare di più sull’approvazione della direttiva risparmio che già prevede un prelievo da parte Svizzera sui depositi dei "non residenti", concordato su base comunitaria e apparentemente più in linea con le indicazioni Ocse in materia di trasparenza fiscale e di scambio di informazioni.
M. Bel.
M. Mo.