Il Sole 24 Ore 9/2/2012, 9 febbraio 2012
IL TERMOMETRO CHE MISURA LA CRISI NELL’EUROZONA - «O’
sprèad». In quel di Napoli, lo scorso capodanno, hanno battezzato così un fuoco d’artificio. Il mondo dei botti illegali, insomma, che strizza l’occhiolino ai termini finanziari. Ma non c’è da stupirsi. Lo spread, nella sua accezione di differenza tra il rendimento di due titoli governativi, è stato uno dei vocaboli del 2011. È entrato nel lessico quotidiano. Dal signor Rossi al sofisticato investitore fino al gestore di fondi: tutti sono stati costretti a conoscerlo e a convivere con i suoi umori.
A ben vedere, nella prima parte dello scorso anno, lo spread non era ancora una star. Il motivo? È presto detto. Fino al 30 giugno il differenziale del BTp italiano decennale rispetto al Bund tedesco, parametro di riferimento, ha danzato su livelli bassi: il 12 aprile era sui minimi del 2011 a 122 punti base. In altre parole, il mercato chiedeva un rendimento superiore dell’1,22% rispetto alla Germania per acquistare i nostri bond. Un premio non elevato: in quel periodo, evidentemente, si pensava (o forse si sperava) che il maxi-debito pubblico italiano fosse al sicuro. Lontano dal contagio della Grecia.
Il balzo dello spread
La situazione, tuttavia, è cambiata con l’inizio dell’estate. Prima i campanelli d’allarme degli economisti. «Attenzione - era il leit motiv - l’Italia rischia un rallentamento economico che può compromettere la tenuta dei conti pubblici». Poi, la presentazione di una maxi-manovra che, rinviando le misure più incisive al 2013 e 2014 e senza riforme strutturali sullo sviluppo, presta il fianco alla speculazione contro i BTp. Così, tra uno shopping dei nostri governativi da parte della Bce, lettere (il 5 agosto) della stessa Banca centrale al premier Silvio Berlusconi e crolli in Borsa, lo spread schizza verso l’alto. Su su, fino a raggiungere il record di 575 punti base il 9 novembre scorso.
Banche, Borse e Bce
Un problema per tutti. Tra questi anche le banche italiane. Le azioni degli istituti di credito, imbottiti di titoli di Stato, vengono vendute a piene mani per un mix di motivi: da un lato si temono le minusvalenze sui bond in portafoglio; dall’altro, c’è preoccupazione per la scarsa profittabilità legata alla nostra bassa crescita economica. Infine, pesano la ricapitalizzazioni chieste dall’autorità di controllo europea (Eba). Non rileva che le banche siano comunque solide e vengano scambiate fortemente a sconto: in media, 0,4 volte il patrimonio netto. Gli investitori, comunque, temono il rischio-Italia. Certo, alcuni esperti sottolineano l’occasione offerta da titoli così sottovalutati. E qualche risparmiatore è tentato dall’acquisto. Il problema, però, è la «trappola del valore»: se il mercato continua vendere, pensare ai fondamentali o ai multipli di Borsa ha poco senso.
Così, sull’intero anno l’indice di settore Ftse italian bank perde oltre il 45%, mentre in Europa il comparto cede il 32 per cento. Solamente dopo l’arrivo del nuovo Governo Monti e del maxi-prestito (489 miliardi a tre anni al tasso dell’1%) offerto nel dicembre scorso dalla Bce al sistema finanziario la pressione inizia ad allentarsi. La mossa di Mario Draghi, da poco alla guida dell’istituto di Francoforte, produce in particolare un duplice effetto.
In primis, grazie anche alla possibilità per le banche di usare come collaterale nella maxi-asta i nuovi nuovi bond garantiti dal Governo, si riduce il costo della raccolta fondi, almeno nel breve periodo.
Inoltre, la liquidità così acquisita permette agli istituti di fare «carry trade» sui titoli di Stato: il denaro preso in prestito all’1% è usato per comprare titoli (BTp a 2, 3 ma anche 10 anni) e lucrare la differenza tra il loro maggiore rendimento e il costo del prestito. Una «speculazione» che, alla fine, ha contribuito a far scendere lo spread: da quota 491 del 21 dicembre 2011, quando c’è stata la maxi-asta, il differenziale BTp-Bund è calato ai 360 punti base di ieri. Una riduzione che si è fatta sentire anche sui listini azionari: Piazza Affari, per esempio, da inizio anno è salita di circa l’11% mentre il Ftse Italia bank ha recuperato oltre il 20 per cento.
Il risparmiatore e il rischio
Non è però, ovviamente, solo una questione di banche e azioni. Il signor Rossi, da sempre, è abituato a depositare i risparmi di una vita in titoli di Stato italiani. Una prassi consolidata che però, dal luglio in poi, deve fare i conti con variabili sconosciute. Fin quando lo spread rimaneva contenuto e il rendimento del bond decennale stava al 4,73% (risultato dell’asta del Tesoro a fine gennaio 2011), la navigazione era piuttosto semplice: si acquistava, si incassavano le cedole e si portava, di solito, l’investimento alla scadenza. Con il rock and roll del differenziale la musica è cambiata. Ora non basta più guardare al costo del denaro, all’inflazione o all’andamento del Pil. I prezzi dei bond oscillano come un pendolo: su e giù. La volatilità è molto forte. Così la parola d’ordine, tra i consulenti, diventa sempre di più una sola: diversificare il rischio. Guardare ai titoli di altri Stati, magari fuori da Eurolandia, per allontanarsi dal Cigno nero dell’implosione della moneta unica. Che detto così sembra facile. Nella realtà è ben più difficile. Un esempio? Basta pensare al rischio cambio. Se infatti l’euro, tra il momento dell’acquisto di asset denominati in valuta estera e la loro vendita, scende l’investitore automaticamente ci guadagna. Al contrario, si rischia di incespicare nella minusvalenza. Attualmente, passata la crisi acuta dello spread, la voglia di fuga da Eurolandia è diminuita. Gli esperti consigliano di inserire in portafoglio emissioni italiane. Con l’accortezza, però, di sovrappesare le scadenze più brevi rispetto a quelle lunghe.
Famiglie e imprese
Fin qui BoT e BTp. La vita tutti i giorni delle famiglie, però, non è fatta solo di crediti: ci sono, purtroppo, anche i debiti. E sotto l’aspetto di mutui e prestiti la questione dello spread e della crisi del debito europeo ha cambiato in modo significativo le carte in tavola negli ultimi mesi. Chi aveva un finanziamento casa a tasso variabile non può certo lamentarsi: il brusco dietrofront della Bce (che ha dovuto abbassare di nuovo il costo del denaro all’1% per fronteggiare la bufera del credito) ha nuovamente frenato i tassi Euribor ai quali sono ancorati i mutui variabili. Per loro le rate hanno subito una riduzione e rimarranno presumibilmente leggere a lungo.
Chi invece rischia di subire un contraccolpo significativo sono le persone che invece un mutuo non ce l’hanno e devono stipularlo proprio adesso. La sorpresa anche in questo caso è legata a uno spread: quello applicato dalle banche come ricarico sui tassi Euribor e Irs è triplicato (da poco più dell’1% a oltre il 3% in media) dallo scorso giugno mettendo i clienti di fronte ai prodotti più cari e molto meno competitivi. Il problema, in questo caso, è però più generale e unisce i privati alle imprese: le banche italiane, in difficoltà, sono state costrette a stringere i cordoni della borsa e si sono fatte più caute a concedere prestiti alla clientela.
Anche qui, però, torna in ballo lo spread, quello dei titoli italiani, perché all’origine delle politiche degli istituti di credito c’è sì la necessità di cautelarsi dai rischi crescenti di insolvenze in un momento in cui si va verso la recessione, e ci sono pure le richieste di patrimonializzazione dell’Eba. Ma c’è anche quel costo della raccolta lievitato a dismisura fin dai giorni più bui della crisi: lo scarto fra BTp e Bund, indice di sfiducia verso l’Italia, si è trasferito pari pari sul costo del finanziamento all’ingrosso delle banche e da queste è stato poi girato alla clientela. Il protagonista del 2011, insomma, resta sempre lui: lo spread. Maximilian Cellino, Vittorio Carlini • IL PREMIO SUI TASSI CHE MISURA IL DEFICIT DI CULTURA FINANZIARIA - Solo un anno fa sarebbe stato impensabile che estraendo a caso dalla popolazione un nostro concittadino alla domanda: «Mi dice cosa è lo spread? Ne ha mai sentito parlare?» avrebbe risposto «certo, lo so e ne ho sentito parlare diffusamente». Oggi non è più così. Due giorni fa il tassista che mi portava all’aeroporto mi ha chiesto dove mi stessi recando. Saputo che andavo ad Oxford e che mi occupo di economia ne ha approfittato immediatamente per parlare – indovinate di che – di spread e di finanza. Ha rivelato le sue opinioni sulla cattiva finanza internazionale, sui Governi che la regolano poco o non l’hanno regolata abbastanza nel passato, di banchieri rapaci e soprattutto di speculatori che fanno salire lo spread. Si "lo spread" senza ulteriori qualifiche, perché per la gente di spread c’è né uno – il differenziale di rendimento tra il decennale italiano e il popolare (anche in Italia) Bund tedesco. Questo concetto è diventato molto famigliare. Usato come metro giornaliero per orientarsi nel clima di incertezza che ci circonda, come bussola per valutare i governi e le loro politiche, come cartina di tornasole dei sentimenti degli speculatori e come indice per inferire le loro strategie nascoste: sale lo spread – c’è un attacco speculativo e il governo o i governi non sono stati in grado di sedarlo; scende lo spread, le politiche dei governi stanno dando i loro frutti e gli speculatori si stanno indirizzando verso altre spiagge.
È impressionante constatare che persone che spesso non riuscivano a individuare il saldo nell’estratto conto di un conto corrente o che pensavano che investendo 100 euro al 2% dopo 5 anni avrebbero ottenuto meno di 102 euro, mostrino non solo curiosità e interesse verso l’andamento dello spread ma ne parlino con una certa disinvoltura. Hanno anche mutuato il gergo dell’unità di misura: i punti base, 574 punti base, 325 punti base e si saranno chiesti perché riferirsi ad esso così e non, come si fa con i tassi di interesse, in percentuale: 5,5%, 3,2 per cento etc.. Si saranno interrogati del perché tanta precisione, perchè non solo i millesimi di punto ma anche i decimillesimi sono importanti.
In realtà gli italiani una certa famigliarità con lo spread già la avevano. Tutti quelli che si sono informati per ottenere un mutuo e hanno chiesto il tasso a cui veniva erogato, a un certo punto avranno sentito dire dal banchiere che il tasso era l’X % per cento in più dell’Euribor – appunto uno spread. Ma non lo chiamavano così. Con uno spread si sono confrontati nuovamente, e ancor più intensamente, di lì a poco quando il banchiere ha illustrato loro i due tipi di mutuo che potevano richiedere: a tasso fisso e a tasso variabile. Avranno notato che non erano uguali e che, di norma il tasso sul variabile era più basso del fisso; la differenza tra i due è anch’essa uno spread la cui entità riflette il differenziale di rischiosità dei due tipi di mutuo per il suo erogatore – tanto quanto "lo spread" riflette la diversa rischiosità dei titoli del debito pubblico italiano rispetto a quelli tedeschi. Ma anche in questo caso non lo denominavano così. Avevano a che fare con uno spread e la sua entità ha guidato la scelta se finanziare l’acquisto della casa a tasso fisso o a tasso variabile, ma non lo riconoscevano come tale.
Oggi, dopo tanto sentirne, dopo tanto parlarne sembra che i nostri concittadini abbiano maggior consapevolezza di questo concetto. La stampa, la televisione, i blog sulla rete lo hanno "popolarizzato" rimbalzandolo di notizia in notizia: è entrato non solo nei telegiornali e nei talk show ma anche nella satira, ha colpito indistintamente giovani, adulti e anziani e forse anche i bambini alle cui orecchie non può non essere giunta quella parola: «lo spread».
Il vocabolario si è sicuramente arricchito. Sarebbe bello se anche la conoscenza lo sia, se d’ora in poi le persone capiranno che se un prodotto finanziario offre un tasso di interesse più elevato rispetto ad un altro simile – promette cioè uno spread – è perché appeso a quel prodotto c’è un rischio più elevato. Se questa consapevolezza fosse entrata a far parte definitiva del bagaglio dei nostri risparmiatori, questa crisi finanziaria accanto ai costi tremendi avrà arrecato anche qualche beneficio: una lezione su larga scala di educazione finanziaria, impartita inconsapevolmente dai media a milioni di persone. Luigi Guiso