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 2012  febbraio 09 Giovedì calendario

Lo strano incontro tra Loden e Canottiera - Canotta contro Loden, fu­mo di sigaro e fumo di Londra, oste­ria e accademia, corna contro hu­mor british, discolo contro sec­chione, scuola Radio Elettra con­tro Bocconi e Columbia Universi­ty, mai visti due opposti più oppo­sti di questi: il Senatùr e il senatore (a vita)

Lo strano incontro tra Loden e Canottiera - Canotta contro Loden, fu­mo di sigaro e fumo di Londra, oste­ria e accademia, corna contro hu­mor british, discolo contro sec­chione, scuola Radio Elettra con­tro Bocconi e Columbia Universi­ty, mai visti due opposti più oppo­sti di questi: il Senatùr e il senatore (a vita). Che mai si saranno detti Bossi e Monti nel faccia a faccia a Palazzo Chigi, ma soprattutto co­me, in che modo, in quale lingua? Il premier ne parla tre o quattro, ma quella del capo leghista no, è materia sconosciuta per il Profes­sore, seppur entrambi vengano da Varese.Al prof.Mario Monti, sceso dalle facoltà economiche e dai bo­ard di Goldman Sachs nell’osteria della politica italiana, è toccato an­che questo, avere a che fare con tipi per lui alieni come Umberto Bossi da Cassano Magnago. Un incontro ravvicinato del terzo tipo che sareb­be stato bello filmare, per poi farlo analizzare dagli studiosi di qual­che ateneo. A fare da mediatori culturali o in­terpreti c’erano Luca Zaia e Piero Gnudi,per la mezz’ora che è dura­to­questo esperimento di antropo­logia politica. La classe dei super tecnici, coi figli laureati a Boston e già banchieri, parla coi Bossi, quel­li delle Trote bocciate tre volte alla maturità e del dito medio stampa­to sulla t-shirt. Per Monti equivale ad un incontro diplomatico con un capo straniero, una delegazio­ne venuta dal Nord del pianeta che parla un idioma strano e fa richie­ste bizzarre (l’indipendenza della Padania). Ma il compito non è meno duro per Umberto Bossi, l’eterno fuori corso che mai finì Medicina anche se talvolta indossava il camice bianco per rassicurare la famiglia, che ora deve fare i conti con un si­gnore che appartiene ad una fami­glia umana del tutto differente: l’upper class dalle buone maniere e dagli studi brillanti, che non dice mai (e nemmeno pensa) parolac­ce, al peggio «accipicchia», e che come sogno proibito ha una sedu­ta straordinaria della Commissio­ne Ue. Se Monti replica alle doman­de sgradite con un raffinato «ha vi­sto che bella giornata? », Bossi si re­gola altrimenti: un dito medio o il gesto dell’ombrello sono la prassi per i cronisti che lo seguono. L’au­sterity, per il segretario federale, va intesa in diverso modo rispetto al bocconiano. Non solo nel vestia­rio, che non prevede il grigio acca­demico di Monti ma piuttosto un verde flanellato o qualche fantasia in lana di montagna,d’estate la ca­notta, ma persino in campo ali­mentare. Se la dieta del premier si affida alle salumerie chic del cen­tro storico di Roma o Milano, Bossi va avanti a grissini pucciati nella Coca-cola (sua orrenda abitudine da sempre), bistecche e polenta, scatolame di sardine, prodotti da supermercato. E tanti insani sigari (fumati tranquillamente al chiuso anche con presenti non fumatori), mai neppure contemplati nella giornata robotica di Monti, che co­me licenza può spingersi al massi­mo al bicchiere di ginger o crodi­no. Già uno come Tremonti fa uno strano effetto ai raduni leghisti, il tributarista con occhialini e l’erre moscia mescolato alla tribù dei barbari (sognanti) con la griglia delle salamelle sempre fumante, ma il professor Monti a Pontida o in qualche valle con Bossi, Caldero­li e Borghezio, è un’immagine im­possibile. Gli incontri ravvicinati possono solo essere sporadici e ra­pidi, mediati da altri. Preceduti da un insulto? Capita, con Bossi, che nel comizio di Milano l’ha definito capo di un governo «infame», un’offesa a cui Monti ha reagito muovendo di mezzo millimetro un sopracciglio. Due abitanti di ga­la­ssie lontane che provano a comu­nicare, anche se non è da esclude­re una remota simpatia tra i due, specie di Monti verso Bossi. I sec­chioni, dentro di loro, ammirano sempre il Franti della situazione, quello che in classe risponde male al prof che loro invece temono, e co­sì anche il preside del Consiglio po­trebbe nutrire una qualche pro­pensione verso Bossi. Più difficile il contrario, visto che la cosa più ca­rina che gli ha detto finora è stata «a casa, fuori dal cazzo», consideran­dolo un fighetta, per quanto non «terùn» come Napolitano. «È anda­ta bene » dice Bossi uscito da Palaz­zo Chigi. Ma chissà poi come com­menta veramente quando torna nella sua tribù.