Marco Gorra, Libero 9/2/2012, 9 febbraio 2012
È PROIBITO LICENZIARE I FINTI MALATI
Un giorno la storia si incaricherà di dimostrare che per l’abolizione dell’articolo 18 ha fatto più lui di anni di convegni organizzati da Confindustria a Capri con le slide e il rinfresco. Lui è Damiano Piccione, operaio manutentore torinese, e non esiste spot delle ragioni di quanti vogliono mettere mano allo statuto dei lavoratori più efficace della sua vicenda.
Torino, 8 settembre 2010. Alla festa del Pd c’è il segretario della Cisl Raffaele Bonanni. A un certo punto i contestatori dei centri sociali performano il blitz, interrompendo l’evento e lanciando fumogeni (uno dei quali colpirà al petto il sindacalista, che sarà costretto ad abbandonare frettolosamente il palco che ospita il dibattito). Tra i facinorosi c’è il Piccione. Non che si renda partecipe di alcuna nefandezza in particolare: solo, sta lì. Il problema è che lì non dovrebbe proprio esserci: quel giorno, al lavoro il Piccione risulta in malattia. Accade che l’indomani il capo lo riconosca nei filmati delle telecamere e si faccia legittimamente girare le scatole: per il dipendente che fa i sit-in in malattia scatta il licenziamento.
LA SENTENZA
Ieri, il colpo di scena: il tribunale del lavoro di Torino accoglie il ricorso dell’operaio, ne dichiara illegittimo il licenziamento ed impone all’azienda di riassumerlo. Il tutto, ovviamente, ex articolo 18 dello Statuto dei lavoratori (caso peraltro limite: secondo stime ufficiose solo l’1% delle cause si concludono col reintegro). Palpabile la soddisfazione del Piccione che, conscio della delicatezza del tema nell’attuale quadro politico, si premura di sottolineare che se non ci fosse stato l’articolo 18 «avrei ricevuto solo un indennizzo ma non avrei più avuto un lavoro». Di essere dalla parte del giusto, d’altronde, l’uomo è assai convinto: era in malattia perché la patologia da cui è affetto gli impediva di compiere sforzi ripetuti durante le otto ore di lavoro ma non di svolgere altre normali attività della vita quotidiana. Ivi incluso lo scatenare il quarantotto in giro per feste di partito.
Il caso concreto di cui sopra aiuta a liberare il dibattito sull’articolo 18 dalle tante forzature che, in entrambi i sensi, gli vengono caricate addosso. Chi lo attacca si prende di megafono del padronato, chi lo difende passa per nipotino del sindacalismo rivoluzionario e non si arriva mai a niente. Il fatto nudo e crudo consente invece di guardare in faccia la realtà. E la realtà è che in Italia non si può licenziare chi ha comportamenti che, prima ancora che con l’ordinamento vigente, confliggono col decoro.
E a questo punto iniziano a diventare più comprensibili gli argomenti portati avanti dagli abolizionisti. Come dare torto a chi sostiene che sono anche situazioni come questa a disincentivare le aziende estere a creare posti di lavoro in Italia? Come ribattere a chi afferma che se i contratti a tempo indeterminato sono merce sempre più rara è anche perché il corollario di tutele che questi comportano rischia di diventare una croce per i datori di lavoro? Che argomenti opporre a quanti sottolineano che un sistema simile non ha uguali in Europa (e forse nel mondo) e che a raccontare come funzionano quaggiù le cose a uno svedese c’è buona probabilità di passare per buontemponi?
LA TRATTATIVA
La vicenda in questione, si diceva, arriva nel momento più delicato della trattativa tra governo e parti sociali sulla riforma del mercato del lavoro. Trattativa il cui piatto tanto forte che c’è ritegno persino a nominarlo («No comment» è quanto ieri rispondevano tutti i soggetti interessati) è proprio l’articolo 18, in difesa del quale il duplex sinistra-sindacati sembra avere le carte in regola per imporre all’esecutivo una robusta frenata: «Vedo un bel sentiero largo», ha annunciato ieri una Elsa Fornero insolitamente conciliante, lasciando presagire una soluzione assai compromissoria al braccio di ferro. Sempre che la storia del Piccione non faccia il miracolo.
Marco Gorra