Stefania Fiorucci, Novella 2000, n. 7, 16/02/2012, p. 12, 16 febbraio 2012
Tamara Ecclestone: «Sono molto triste per le cose cattive che sono state dette e scritte su di me. Sono dispiaciuta soprattutto perché non sono vere
Tamara Ecclestone: «Sono molto triste per le cose cattive che sono state dette e scritte su di me. Sono dispiaciuta soprattutto perché non sono vere. Dicono che avrei fatto richieste oltraggiose alla produzione del Festival. Che sarei viziata e capricciosa. Sono tutte cose inventate di sana pianta. Non abitando in Italia, l’unica cosa che avevo chiesto era il volo, la macchina per gli spostamenti dall’aeroporto e la camera d’albergo, come si fa regolarmente con gli artisti che non vivono in questo Paese. Forse volevano tagliare le spese e non sapevano come venirne fuori elegantemente. […] Non ho fatto la prima donna. Le persone che abitualmente lavorano con me sanno quanto sia importante il lavoro e quanto ci tenga a essere professionale. Se sei una ereditiera devi fare il doppio dello sforzo per essere presa sul serio. […] Ero entusiasta del mio ruolo di presentatrice, non vedevo l’ora di lavorare con persone di talento. Avevo ricominciato a esercitarmi con l’italiano per fare bella figura. Gli organizzatori di Sanremo non hanno mai ufficialmente chiamato per darmi chiarimenti. Nessuno mi ha mai detto al telefono o in faccia "Cara Signorina lei fa troppi capricci e quindi non la vogliamo più". Lo hanno solo riferito ai giornali. Non si fa così. La verità è che avevamo confermato tutto, e il contratto era firmato. Ero pronta a volare in Italia per il primo servizio fotografico quando il mio manager ha ricevuto una email all’ultimo minuto, in cui c’era scritto che avevano bisogno di una maggiore disponibilità rispetto al pattuito di dieci giorni circa. […] Il mio programma di lavoro non mi consentiva di rendermi disponibile con un così breve preavviso. Contrariamente a quello che la gente può pensare, […] la mia agenda è sempre piena di impegni […]. I miei genitori mi hanno insegnato il valore del lavoro. Se poi, come me, non lavori per mangiare, devi farlo più che bene, sennò tanto meglio stare a casa!».