Federio Fubini, Corriere della Sera 9/2/2012, 9 febbraio 2012
A Davos quest’anno Mario Draghi è stato presentato da Klaus Schwab. Il grande regista del World Economic Forum che si tiene ogni fine di gennaio nella cittadina svizzera, lui stesso economista laureato a Friburgo, gli ha dedicato una breve prolusione: «L’Italia è famosa per la cucina e per la moda, non per i suoi banchieri centrali
A Davos quest’anno Mario Draghi è stato presentato da Klaus Schwab. Il grande regista del World Economic Forum che si tiene ogni fine di gennaio nella cittadina svizzera, lui stesso economista laureato a Friburgo, gli ha dedicato una breve prolusione: «L’Italia è famosa per la cucina e per la moda, non per i suoi banchieri centrali...» ha esordito Schwab. Sul volto di Draghi non si è mosso un solo muscolo. Il fondatore tedesco del Forum è andato avanti e lo ha riempito di elogi fino al parossismo («I cinesi dicono che questo è l’anno del Drago, ma questo è l’anno di Draghi»). Il banchiere centrale, sempre con il suo timbro atono, lo ha ringraziato «per le gentili parole» e se potesse esistere un istante che riassume i suoi primi cento giorni alla guida della Banca centrale europea, probabilmente sarebbe questo. Vista dall’altra parte delle Alpi, l’Italia continua a essere un Paese al quale non ci si rivolge d’istinto per un ruolo di leadership globale. Draghi è arrivato a Francoforte mentre il Paese che l’ha espresso, a torto o a ragione, veniva visto come la principale minaccia per l’euro e la prosperità globale. I tedeschi, azionisti di maggioranza della moneta, avrebbero preferito al suo posto il presidente della Bundesbank ma quel giorno a Davos il dimissionario Axel Weber sedeva in silenzio da qualche parte in platea. Sul palco c’era Draghi e, apparentemente senza sforzo, sembrava sapere perfettamente come si trasformano i pregiudizi in elogi. Dopo cento giorni, per molti Draghi è l’uomo che incarna il salvataggio dell’euro dal presunto rischio di disintegrazione. Jean-Claude Trichet, il suo predecessore francese, era apprezzato per il puntiglio e la foga instancabile. Ma Draghi, si direbbe, è stato adottato da (quasi) ciascuno dei gruppi di potere del sistema come fosse uno dei loro. Lo è per i francesi, a giudicare dal profilo («Operazione riuscita» il titolo) che ieri gli ha dedicato Le Monde. Non lo è per i tedeschi, dato che ieri Handelsblatt si chiedeva dove l’italiano «sta conducendo la Bce» e se per caso non la porti troppo vicino a un ruolo di supplenza alle politiche di bilancio dei governi; eppure anche il quotidiano finanziario di Düsseldorf cita vari analisti tedeschi che riconoscono all’Eurotower di Draghi il merito di aver preso le decisioni giuste finora: i due tagli per portare il tasso di base all’1% e soprattutto le aste illimitate di liquidità a tre anni per le banche europee (la prima ha già distribuito a 489 miliardi a 523 istituti), una mossa per la verità già preparata nell’ultima fase della presidenza di Trichet. Decisamente uno dei loro Draghi lo è poi anche per gli osservatori anglosassoni, e non lo si capisce solo dal ritratto che ieri gli ha dedicato il Financial Times. La familiarità verso Draghi nei centri decisionali di lingua inglese viene da lontano: l’italiano negli anni 70 al Mit di Boston ha condiviso le stesse aule universitarie con Ben Bernanke, Mervyn King e Stanley Fischer, oggi suoi pari grado rispettivamente alla Federal Reserve americana, alla Bank of England e alla Banca d’Israele. «Fra loro è facile farsi una telefonata e intendersi al volo» osserva il Premio Nobel Peter Diamond, che al Mit ha fatto lezione sia a Draghi che a Bernanke. E naturalmente uno dei loro oggi Draghi è anche per i grandi investitori, a giudicare dall’accoglienza che gli hanno riservato a Davos: del presidente della Bce loro apprezzano non tanto i quattro anni passati a Goldman Sachs, quanto piuttosto il rimbalzo dei mercati favorito dalla Bce. Era dai tempi di Alan Greenspan che un banchiere centrale non raccoglieva un consenso del genere. Ma proprio la parabola dell’ex leader della Fed rende Draghi consapevole che essere tutto per tutti alla lunga non è possibile, né consigliabile. Le eventuali perdite della Bce sulla Grecia e la direzione da dare ai tassi saranno i suoi prossimi banchi di prova. Nel frattempo il suo stile sintetico e la sua propensione a lasciare i dettagli all’intendenza hanno accorciato molte riunioni della Bce da quattro-cinque ore di durata a una sola. E il numero uno dell’Eurotower, al solito senza muovere un solo muscolo del viso, può registrare i suoi due veri capolavori recenti. Il primo è stato l’aver spinto il governo di Silvio Berlusconi a passare una nuova manovra nella speranza di interventi della Bce (benché Draghi stesso non amasse gli acquisti di bond sovrani); il secondo, più grande, è stato aver spinto in modo vellutato i tedeschi ad accettare che la Bce inondi il sistema finanziario di liquidità, perché le banche aiutassero i governi, nell’idea di poter ridurre così gli acquisti di Btp a Francoforte. Ma questo è istinto politico allo stato puro, roba che forse s’insegna da duemila anni in riva al Tevere. Non certo al Mit di Boston. Federico Fubini