Claudio Tucci, Il Sole 24 Ore 8/2/2012, 8 febbraio 2012
CALANO GLI APPRENDISTI MA IL POSTO È PIÙ STABILE
Sottoinquadramento fino a due livelli e sgravi contributivi prolungati di un anno in caso di stabilizzazione. Un basso turn over degli apprendisti «molto apprezzato dalle piccole imprese». E soprattutto la possibilità per le aziende di formare «sul campo» le proprie risorse.
È il mix di "ingredienti" che fanno dell’apprendistato (rispetto agli altri contratti non standard) «il rapporto di lavoro che offre più chance di guadagnare il posto fisso», ha sottolineato il direttore generale dell’Isfol, Aviana Bulgarelli, commentando i dati del «XII Monitoraggio sull’apprendistato, anni 2009 e 2010», pubblicato ieri assieme a Inps e ministero del Welfare.
Certo la crisi ha determinato una contrazione del numero complessivo di contratti d’apprendistato (-17% rispetto al 2008, pari a circa 100mila rapporti in meno, e con punte più alte per il segmento minorenni specie se occupati nelle imprese artigiane). Ma nel 2010 sono stati trasformati da apprendisti in operai e impiegati a tempo indeterminato 176.966 unità, il 12,3% in più rispetto ai 157.578 del 2009. E l’aumento ha interessato praticamente tutt’Italia: dal +19,6% del Centro al +5,4% del Sud. In calo anche il numero di cessazioni, passate dai circa 248mila rapporti non confermati del 2009 al poco più di 227mila del 2010.
Mentre a livello settoriale, e allargando lo sguardo al triennio 2008-2010, spicca la performance positiva del comparto delle «Attività finanziare» che nel periodo considerato ha visto quasi raddoppiare i contratti di apprendisti "stabilizzati". Numeri positivi si sono registrati anche nei settori «Metalmeccanico» (+8,1%) e «Alimentari» (+6% nel triennio). In controtendenza invece le «Costruzioni» dove la variazione 2008-2010 di contratti d’apprendistato trasformati è stata negativa (-6,2 per cento).
Confronto Governo-Regioni
Il 2010, ha ricordato Bulgarelli, si è chiuso con 541.874 rapporti dichiarati all’Inps che «coprono l’occupazione del 15% dei giovani tra i 15 e i 29 anni». E nel 2010 sono stati avviati 289mila nuovi contratti d’apprendistato, il 2% in più rispetto all’anno precedente. Di qui - si spiegano - le intenzioni del ministro del Welfare, Elsa Fornero, di potenziare, nell’ambito della riforma del lavoro, l’apprendistato (nella nuova versione del Testo unico Sacconi entrato in vigore lo scorso 25 ottobre). Una volontà che raccoglie più consensi che distinguo tra imprese e sindacati. Ma che per passare da «annunci» a «fatti concreti» necessita ancora dell’emanazione (c’è tempo fino al 24 aprile) dei provvedimenti attuativi. Dalla regolamentazione dei profili formativi, alla definizione degli standard professionali per la verifica dei percorsi in apprendistato, ai contratti nazionali e accordi interconfederali per definire la disciplina comune a tutte e tre le tipologie d’apprendistato (vale a dire: diritto-dovere, professionalizzante, di alta formazione e ricerca). Una partita che si gioca anche con le Regioni: «A oggi non siamo ancora stati convocati dal ministro Fornero», ha detto Gianfranco Simoncini, assessore al lavoro della Regione Toscana e coordinatore degli assessori regionali al lavoro. Che ha aggiunto: «Ieri il presidente delle Regioni, Vasco Errani, ha inviato un nuovo sollecito a Via Veneto. Sul tavolo c’è il nodo della disciplina da applicare al nuovo apprendistato professionalizzante. Ma anche le linee guida sull’apprendistato di primo livello. E i tempi stringono».
Nodi da sciogliere
Secondo i dati del Monitoraggio 2009-2010 l’apprendistato professionalizzante è il contratto più diffuso. I minori in apprendistato (professionalizzante) sono in netto calo e nel 2010 sono conteggiati in 7.700 unità. L’apprendistato per il diritto-dovere (riforma Biagi) non è mai partito. Mentre gli apprendisti in alto apprendistato sono solo qualche centinaio. Ecco quindi l’urgenza di far decollare anche queste due tipologie di apprendistato, ridisegnate nel nuovo Testo unico Sacconi. «Per esempio quello per il diritto-dovere - ha evidenziato Bulgarelli - potrebbe essere una risposta alla dispersione scolastica dopo la licenza media che oggi interessa il 19% di ragazzi».
Dai dati diffusi ieri emerge anche come nel 2008 siano stati spesi per l’apprendistato 2,3 miliardi di euro, di cui il 93,7% per la copertura delle sottocontribuzioni di imprese e apprendisti. E la restante parte per il finanziamento delle attività formative. Praticamente, questi costi costituiscono il 42,8% del totale speso per gli incentivi sull’occupazione (comprensivi della spesa per la formazione) e rappresentano (anche) quasi il 39% della spesa totale per le politiche attive. L’apporto delle Regioni è invece di circa 168 milioni di euro. Bassa però è la presenza di giovani apprendisti alle attività di formazione pubblica: sono iscritti appena il 25%. Ma con forti divari territoriali. Si va dai picchi di Trento, Bolzano, Friuli Venezia Giulia ed Emilia Romagna (con percentuali tra il 66% e l’84%). Ai minini di Campania e Sardegna, che segnano quote sotto il 5%.