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 2012  febbraio 08 Mercoledì calendario

Torno al Nord, fare il sindaco al Sud è impossibile - Addio Sicilia. Con rabbia e amarezza. Non scappo

Torno al Nord, fare il sindaco al Sud è impossibile - Addio Sicilia. Con rabbia e amarezza. Non scappo. Entro in trincea. La rivoluzio­ne è cominciata. E sarà nel nome di Cara­vaggio, di Rubens, di Guercino, di Modiglia­ni, di Cezanne, di Picasso. E di chi ne capi­sce la forza eversiva, non di chi cerca di riani­mar­e i fossili della mafia coltivando una sot­tocultura. Dell’ignoranza. È impossibile fare il sindaco in Sicilia, con poteri occulti che ti ostacolano. Poteri occulti che io, in quanto tali, non ho mai vi­­sto, ma che, a giudicare da quello che pro­spettano gli ispettori della Commissione di accesso agli atti del Comune di Salemi- che avrebbe chiesto lo scioglimento del consi­glio per supposti «condizionamenti mafio­si » - ci sono. Proprio per questo mi rendo conto di essere in pericolo e di non volere continuare a operare così. Per questo mi dimetto da sindaco. Sono sollevato e felice di potere tornare al Nord. Constato, con rammarico, il fallimento di chiunque vuole tentare strade diverse. In oltre 3 anni di sindaco non sono mai stato condizionato. Posso solo dire di avere sbagliato a candidarmi, e che l’ho fatto con­vinto dei valori e della civiltà della Sicilia. Ie­ri il sindaco di Gela Rosario Crocetta, euro­parlamentare, mi ha detto: «Ma chi te l’ha fatto fare ?». Ma non posso dimenticare che Agnese Borsellino mi ha definito «missiona­rio ». Ora la capisco e doppiamente la ringra­zio. Sono fiero di quel che ho fatto. Sono fie­ro di essere stato chiamato, in una intera pa­gina di Le Monde , «Le maitre des ruines». Combatto la mafia dove c’è; non la cerco e non la evoco dove non c’è. Si evoca Giammarinaro, ex parlamenta­re della Dc oggi sotto inchiesta per fatti che riguardano la sanità, in anni passati, e non l’attività del Comune durante il mio manda­to. Ma ci si dimentica di dire che Giammari­naro non è indagato per mafia. Un parados­so che solo in Sicilia si può verificare, e cioè subire il «condizionamento mafioso» di un soggetto che non lo è. Le uniche infiltrazioni di cui mi sia mai re­s­o conto sono quelle dell’influenza cultura­le di cui mi sono occupato per la città. Per il resto, ringrazio la Commissione per avermi aperto gli occhi su situazioni che loro avran­no visto. A Salemi ho conosciuto solo perso­ne oneste, laboriose, appassionate e abban­donate, dallo Stato e dalla mafia. Non devo difendermi da nessuna accusa. Sarà oppor­tuno ricordare che nell’indagine «Salus Ini­qua » vengo riconosciuto «parte lesa». Verifico però l’impossibilità, in Sicilia, di fare azioni nuove e diverse. Rilevo inoltre la capacità di valutazione profondamente dif­forme tra chi prospetta scenari di condizio­namento mafioso­ di cui non ho mai avuto percezione - e quello che abbiamo fatto, che è sotto gli occhi di tutti, ammirato dal mondo intero: mostre, festival, nuovi mu­sei, un rinascimento culturale che non ha eguali in Europa nel rapporto tra risorse im­pegnate e riscontro mediatico e attenzione di visitatori di ogni parte del mondo. I commissari hanno visto altro, io invece ho amministrato la città nel segno della cul­tura. Aspetto, comunque, che mi si indichi­no quali siano gli atti della mia amministra­zione «condizionati» dalla mafia. Se, dun­que, questa è la prospettiva che vogliono avallare, non vedo perché io debba metter­mi di traverso. Ma non aspetterò di essere al­lontanato con un atto arbitrario e iniquo. Accetto anche quello che non capisco, ma non mi piego. Il Ministero degli Interni do­vrà documentare le ipotesi degli ispettori. Non mi accontenterò di umori, arie, atmo­sfere, ammiccamenti, insinuazioni. Mercoledì incontrerò il ministro dell’In­terno per manifestarle il mio compiacimen­to. Le dirò che ringrazio gli ispettori prefetti­zi che mi hanno rivelato forze occulte che mi minacciavano. Certo, erano così occul­te che io non le ho riconosciute. Dove c’è povertà, dove c’è disoccupazio­ne, dove l’economia è ferma, quasi ovun­que in Sicilia, con gravi patologie e sistema­tiche mortificazioni dell’agricoltura, la di­sonestà e la propensione al crimine sono inevitabili: e lo Stato combatte contro le pa­tologie che genera. In più, per dare la misu­ra della propria efficienza e severità contro la criminalità organizzata (che si dice orga­nizzata, proprio perché non è organizzato lo Stato a garantire il benessere dei cittadi­ni), si moltiplicano inchieste e operazioni di repressione della polizia, con le più vario­pinte denominazioni: «Salus iniqua» o «Campus belli». Ho più volte denunciato la natura criminale dell’invenzione di reati inesistenti con l’obiettivo di esaltare l’impe­gno, quando non l’eroismo, degli inquiren­ti, e di chi invoca, in situazioni sempre scivo­lose, «tolleranza zero». Sono convinto che per la Sicilia non ci sia speranza: la lotta alla mafia è l’unico ele­mento su cui si muove la dialettica politica, strumentalmente. Per il resto ogni buona azione, ogni slancio, ogni entusiasmo, so­no inutili. Ho cercato di fare l’amministrato­re valorizzando la dignità culturale di Sale­mi, la sua storia. Ma l’unica cosa per cui se ne parla oggi, vigliaccamente, è inestingui­bile evocazione mafiosa. Per converso io, dei supposti mafiosi ho detto che essi esisto­no in quanto fanno, non in quanto sono. Essere mafiosi non è un dato ontologico: se non lo fai, non lo sei. E a Salemi, durante il mio mandato, nessuno lo ha fatto. Nessu­no. Accettare di essere chiamati mafiosi è la vera vittoria della mafia. Che domina an­che dove non c’è. Nella mente di quelli che la vedono. E forse la rimpiangono.