Pierangelo Sapegno, Oggi, n. 7, 15/02/2012, pp. 34-36, 15 febbraio 2012
COME SI VIVE A – 50
Era dal 1985 che non faceva così freddo. Quell’anno per salvare Milano dalla neve mandarono addirittura l’esercito, e vennero i bersaglieri con i carri armati. Anche allora Roma si fermò. Era il giorno dell’Epifania. Ma questa volta le temperature sono scese molto più in basso: meno 10 a Torino e meno 20 a Villanova Solaro, provincia di Cuneo, un paesino ai piedi delle montagne. Otto morti per il gelo in un giorno solo, sabato 4 febbraio.
In tutta Europa è stata quasi una strage, 30 sotto zero e freddo killer: 122 vittime fino a domenica in Ucraina, quasi tutte morte assiderate, 53 in Polonia, 70 mila persone isolate in Serbia.
L’inverno si sparge come una cappa di terrore sopra di noi, la stessa coltre opaca di certi villaggi della Siberia, eppure c’è chi riesce a convivere benissimo con temperature ancora più rigide di quelle che ci stanno spaventando. Prendete Oymyakon, in Yakuzia (Russia): qui, dove il 26 gennaio 1926 lo scienziato Sergej Obrucev registrò la temperatura record di meno 71,2 gradi centigradi, vive la gente più longeva del mondo.
Sono appena 800 gli abitanti che popolano da una vita questo villaggio sul fiume Indighirka, a 700 metri di quota. Si nutrono quasi esclusivamente di carne di cavallo, «perché è quella che li aiuta di più a combattere le intemperie del freddo». Anche qui i loro antenati erano venuti per cercare l’oro, come in Alaska. E in paese c’è ancora una cooperativa per l’estrazione dell’oro, oltre a un mucchio di fattorie che allevano cavalli, un panificio e un salumificio, che ha anche il latte in polvere per neonati. Poche bottiglie: le bibite fanno in fretta a congelarsi a quelle temperature, e così l’acqua si può espandere e spaccare il contenitore.
Nei villaggi vicini al Polo Nord ci si muove quasi solo con slitte e motoslitte, come nelle isole Svalbard, nel mar Glaciale Artico a nord della Norvegia. A Longyearbyen, la città più popolata, le case sono costruite sui pali per non far sciogliere il terreno e il maestro delle elementari deve sempre tenere vicino alla cattedra una carabina, in modo da poter difendere i bambini dagli orsi che potrebbero entrare affamati nelle aule dopo aver spaccato i vetri. Ma qui, a Oymyakon, è pieno anche di camioncini e trattori. I motori vengono accesi ogni giorno e più di una volta, ed è obbligatorio l’uso di dispositivi scaldacandele e carburanti speciali.
Il problema è quello delle scorte, come spiega Ann Strongheart che vive nel villaggio di Nunam Irua, sopra il Canada: «Il negozio più vicino è a più di un’ora di distanza e ci sono giorni che proprio non ci si può muovere. Nel periodo più freddo facciamo un viaggio alla settimana e solo su motoslitta. Non si deve mai comprare frutta e verdura perché a queste temperature non resistono». Certo, lì la spesa più grande è quella per il riscaldamento: 1.300 euro a bolletta.
Pensate: la temperatura di un congelatore è meno 20. Qui, invece, sono stabilmente sui meno 40. Shaun Walker, un giornalista inglese che è andato fino a Jakutsk (Siberia), la città più fredda del mondo, per vedere come si vive, racconta che «a meno 20 si comincia a soffrire. E a meno 35, la pelle lasciata scoperta inizia a sgretolarsi...». Però, l’uomo abituato a quel freddo sembra sia diventato più forte, come se fosse educato a una vita diversa. È una legge della natura. Le temperature, salendo, cambiano i sensi, la percezione delle cose, e non è solo un’impressione. A meno 60 , persino i suoni cambiano: l’uomo non riconosce più la sua voce, i rumori hanno strani riverberi, l’aria pare indurirsi come cristallo.
Chi s’è abituato a questi climi, a modo suo ha già vinto una battaglia e ha trasformato se stesso. Shaun Walker ha raccontato di aver resistito solo 13 minuti e 43 secondi tutto imbacuccato nella piazza grande di Jakutsk. Poi è strisciato verso l’albergo perché si stava congelando. Precauzioni: acqua tiepida ogni volta più calda per riabituare il corpo. Ci ha messo mezz’ora, con crampi dolorosissimi che indurivano i muscoli. L’esperimento l’aveva fatto quando c’erano meno 43 gradi. Ma attorno a lui i ragazzi giocavano per le strade e gli adulti erano andati a lavorare. Lì stanno a casa solo quando le temperature superano i meno 50, anche i bambini delle elementari. Le uniche precauzioni, hanno raccontato i camionisti in viaggio da quelle parti, «sono che le donne si mettono delle pellicce lunghe fino ai piedi e i piccoli tre guanti sulle mani per proteggerle meglio». Shaun Walker ha raccontato di aver resistito 5 minuti abbastanza bene. Poi ha cominciato a sentir pizzicare la pelle e dopo un po’ è arrivato il dolore: si era intorpidita e in certi punti non la sentiva più. Il freddo era entrato nei guanti e aveva ghermito le dita delle mani e quelle dei piedi. Se uno di noi sta fuori più di 10 minuti, tutto coperto a quelle temperature, la pelle diventa tutta rossa come un peperone. Ma Jakutsk non è un villaggio sperduto: ha 240 mila abitanti, che sono i più ricchi della Russia (8 volte il reddito medio nazionale), e una sola strada bianca per arrivarci, chiamata la «via delle ossa».
A qualche ora di viaggio c’è Tomtor, un’altra capitale del gelo, piccolo villaggio con case di legno e allevamenti di pony. Per nutrirsi d’inverno fanno come nei paesi dell’Alaska: mettono le reti sotto il ghiaccio per pescare il pesce. Le infilano da due fori distanti 15 metri e ogni giorno le raccolgono, spaccando la lastra che ha già ricoperto i buchi. Vivono così. Non sempre va bene nei paradisi del freddo. A Nome (Alaska) nello stretto di Bering, sono rimasti senza scorte di gasolio per il riscaldamento. È partita una petroliera russa per portarglielo, il 17 dicembre, da Vladivostok. Un mese dopo era ancora a 150 chilometri: c’era un mare di ghiaccio da rompere davanti a loro.