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 2012  febbraio 06 Lunedì calendario

CAMERIERI, SALDATORI E CUOCHI: GLI STRANIERI CONQUISTANO POSTI

Un rapporto di uno a due. Per un italiano che esce, entrano due stranieri tra le compagini di cuochi, camerieri e baristi; saldatori, montatori, lattonieri; addetti non qualificati nell’industria. Nel giro di tre anni, dal 2007 al 2010, sono usciti da queste categorie 30mila connazionali, "rimpiazzati" da circa il doppio di lavoratori immigrati. Si registra invece una sostituzione "perfetta" (-23mila italiani; +22.700 stranieri) nel commercio ambulante e tra pittori, laccatori e parquettisti. L’ingresso di immigrati (+142mila) non riesce però a compensare gli abbandoni degli italiani (-330mila) tra magazzinieri, manovali, cassieri e braccianti agricoli.
Sono questi i risultati più eclatanti di uno studio della Fondazione Leone Moressa per il Sole 24 Ore, che ha messo sotto la lente le prime 25 categorie professionali occupate dagli stranieri, registrando anche che per alcuni segmenti c’è stato nel triennio un incremento sia della manodopera straniera sia di quella italiana. Gli addetti alle pulizie, ad esempio, hanno allargato le fila a 261mila stranieri e a 87mila italiani. Dinamiche simili anche per artigiani meccanici e operai specializzati in agricoltura.
Più immigrati al lavoro, dunque, a dispetto della crisi: dal 2007 al 2010 la presenza straniera è salita da 1,5 a poco più di due milioni, con un peso sull’occupazione totale passato dal 6,5% al 9,1%. «Se gli italiani sono calati del 4,3% - osserva Valeria Benvenuti, ricercatrice della Fondazione Moressa - gli stranieri sono invece aumentati del 38,5 per cento». Non si stupisce dell’effetto sostituzione Emilio Reyneri, docente di sociologia all’Università Bicocca di Milano: «I giovani italiani sono sempre di meno e cresce il loro livello di istruzione: è normale che seguano una strategia di ricerca selettiva del posto di lavoro, con aspettative elevate, scontrandosi però con un mercato dove le poche opportunità d’impiego create in questi anni riguardano posizioni scarsamente qualificate».
«C’è di più - aggiunge Maurizio Ambrosini, sociologo delle migrazioni all’Università Statale di Milano -. I dati Istat non comprendono gli stagionali e i conviventi con i datori di lavoro, due tipici settori di impiego degli immigrati. Né ovviamente i lavoratori privi di permesso di soggiorno. Se venissero inclusi, il dato complessivo dei lavoratori stranieri si aggirerebbe intorno ai tre milioni».
Settori, donne e territorio
Servizi sociali e alla persona, costruzioni e manifattura: sono questi i tre settori a più alta concentrazione di stranieri (si veda la tabella a lato). Nei servizi sociali e alla persona, in particolare, gli extracomunitari rappresentano il 30% dei lavoratori totali. In quasi tutti i comparti, l’inquadramento è da dipendente (per lo più a tempo indeterminato), eccezion fatta per il commercio dove il 43% gestisce un’attività in proprio. «Edilizia e industria hanno perso occupati, i servizi alla persona molto meno – continua Ambrosini –: e qui hanno trovato lavoro in occupazioni che probabilmente senza di loro neppure esisterebbero. Soprattutto qui, il lavoro degli immigrati è una precondizione per l’occupazione degli italiani, anziché un’alternativa».
Le immigrate pesano di più
E se l’Italia risulta fanalino di coda in quanto a occupazione femminile, le donne non sono affatto ai margini se si considera solo la partecipazione degli stranieri: le lavoratrici rappresentano il 42% degli immigrati occupati, arrivando a superare l’80% nei servizi alla persona.
Gli stranieri sono impiegati in primis in lavori dalla media e bassa qualifica: oltre un terzo in posizioni non qualificate, il 28,3% ricopre funzioni da operaio specializzato e il 14,5% è un professionista qualificato. Ed è proprio tra le basse qualifiche che il numero di stranieri è cresciuto di più dal 2007 al 2010, con 356mila occupati in più. «Si sono accentuati i caratteri tipici del modello italiano d’integrazione: concentrazione nelle figure meno qualificate, elevata femminilizzazione, presidio dei mestieri e dei settori “etnicizzati” – spiega Laura Zanfrini dell’università Cattolica e Fondazione Ismu –. Si tratta di una "sostituzione" non legata ai processi di ricambio generazionale o alla ritrosia dei lavoratori nostrani verso i lavori a più basso prestigio sociale. Sempre più si insinua il dubbio che gli immigrati si giovino di una sorta di "vantaggio competitivo – perché si adattano e costano meno – in un mercato del lavoro che registra l’accentuarsi dei suoi tradizionali aspetti di debolezza».