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 2012  febbraio 06 Lunedì calendario

OCCHIO AI CONSIGLI DEL CONSULENTE

In periodi di grande turbolenza, quali quelli che stiamo attraversando, vi è un’enorme domanda di informazione finanziaria. I risparmiatori sono assillati da due dubbi: quello di sbagliare se non fanno niente e lasciano invariata l’allocazione dei loro risparmi (in media cambiano una volta all’anno); quello di cambiare ma cambiare in peggio. Entrambe le alternative offrono il destro alla possibilità di doversi pentire ex post per quello che hanno fatto (e avrebbero potuto evitare di fare) o non hanno fatto (e magari lo avessero fatto). In fondo, nei mesi trascorsi ne hanno viste di tutti i tipi: dall’altalena continua del mercato azionario, al dimezzamento di valore di titoli tradizionalmente solidi, dall’aumento al crollo del prezzo dell’oro fino all’emergere di un significativo rischio di default sul debito sovrano che aveva costituito il punto di riferimento per l’investitore più cauto. In situazioni così mutevoli il valore dell’informazione aumenta e le persone ne domandano di più. Un riflesso di questa domanda di informazione è lo spazio più che generoso concesso dai giornali all’investimento personale. Si può dire che non passi giorno senza che spunti un nuovo strumento da raccomandare ai disorientati investitori, come se allo spaccio degli investimenti ogni giorno ci sia un boccone prelibato da gustare.
Ma c’è un altro modo di ottenere informazione finanziaria e, soprattutto, consigli sul da farsi: rivolgersi all’esperto, al consulente finanziario. Ma come con tutte le consulenze ci sono due problemi. Il primo è se vale la pena spendere tempo e forse denaro raccogliendo i consigli dell’esperto. È veramente meglio informato di noi e in grado di offrire i consigli di cui abbiamo bisogno, che per molti, al giorno d’oggi, consistono nell’individuare un (metodo di) investimento che dia un rendimento decente e consenta di dormire sonni tranquilli? Il secondo è se possiamo fidarci che passi l’informazione correttamente, cioè che la sua consulenza non sia distorta a suo vantaggio, suggerendo di investire in uno strumento che non è tanto quello più adatto alle esigenze del risparmiatore quanto alle sue (ad esempio perché genera più commissioni). In aggiunta vi è da chiedersi se questo incentivo a consigliare a proprio vantaggio piuttosto che nell’interesse del risparmiatore non sia per caso più accentuato in fasi di turbolenza finanziaria come questa.
La risposta al primo punto è che dipende da cosa ci si aspetta dall’esperto. Se ci si aspetta che ci riveli un modo sicuro per fare soldi senza rischio o ci suggerisca una strategia di investimento che sicuramente domini le alternative allora si andrà incontro a una delusione certa. Chiunque oggi, anche gli esperti, affrontano lo stesso problema dell’investitore inesperto: sviluppare una strategia di investimento che resista alla estrema volatilità dei mercati e all’emergere continuo di nuovi rischi. Il meglio che l’esperto possa fare è dare una opinione ragionata sugli scenari futuri (sui quali è ben informato) e raccomandare una strategia di investimento prudente adatta alle caratteristiche dell’investitore.
Ma ha interesse a dare questa raccomandazione in modo spassionato? Rispondere a questa domanda è difficile per almeno due ragioni: primo perché mentre osserviamo le scelte di investimento fatte non osserviamo i consigli che ci stanno dietro (verba volant). Secondo perché se anche osservassimo i consigli, è difficile dire che cosa è meglio per gli investitori, salvo casi palesi (ma importanti perché stabiliscono un precedente) come quello sanzionato recentemente dall’Fsa inglese che ha multato Hsbc per 10,5 milioni di sterline per aver raccomandato e venduto a vecchietti ultraottantenni malati (e quindi con orizzonte di investimento breve e necessità di liquidità) obbligazioni a lunga scadenza.
Sendhil Mullainathan, professore ad Harvard e oggi capo economista del Consumer Financial Protection Bureau – l’authority creata da Obama – ha cercato di superare queste difficoltà con un esperimento. Le persone appartenenti a un campione di adulti, appositamente addestrate, si sono presentate ciascuna a un diverso consulente finanziario fingendosi clienti e chiedendo consiglio su come investire i propri risparmi. Questi finti clienti, prima mostravano al consulente come avevano già investito i loro soldi e si trattava sempre di allocazioni squilibrate, come ad esempio, l’80% nelle azioni del l’azienda dove lavoravano come impiegati, in modo che fosse chiaro come valutare il consiglio ottenuto. Poi registravano le raccomandazioni ricevute seguendo uno specifico protocollo. Ebbene, sebbene talvolta i consigli fossero adatti alle caratteristiche demografiche dei clienti (ad esempio evitavano raccomandazioni tipo quelle date da Hsbc), Mullainathan trova che il consulente nella maggioranza dei casi esagera il difetto iniziale dell’investimento, assecondando così le incompetenze dell’investitore. Lo fa però in modo da massimizzare le commissioni. Ovvero il perseguimento del proprio interesse distorce la qualità della consulenza. È più probabile che questo accada in tempi di crisi quali quelli che attraversiamo? Direi di sì: per un intermediario trovare fonti di reddito a scapito dei clienti è certamente più prezioso in tempi magri come questi che quando comunque si fanno profitti. Occhio quindi perché la consulenza è più distorta, e quindi più potenzialmente pericolosa, proprio quando di essa c’è maggior bisogno e si è quindi più propensi non solo a chiederla ma anche a seguirla.