Gian Maria Gros-Pietro, Il Sole 24 Ore 7/2/2012, 7 febbraio 2012
POLITICA ENERGETICA IN CERCA D’AUTORE
Il mercato globale dell’energia è un gioco da duri. Perché quando essa serve veramente, come in questi giorni di gelo, ci si accorge che le fantasie, pur virtuose, sui futuri possibili non impediscono ai tubi dell’acqua di gelare né producono l’elettricità indispensabile alla vita civile. E allora da un lato Putin ci informa che il gas russo, giustamente, deve innanzitutto soddisfare i russi, in particolare sotto elezioni. Dall’altro, nei Paesi importatori si ritorna a fare il conto dei MW di potenza di picco disponibili e dei milioni di metri cubi di gas giornalieri che si possono immettere nella rete dei metanodotti. Cioè si riconsiderano i fondamentali dell’equilibrio tra domanda e offerta di energia. Nel compiere questo esercizio l’Italia può contare su alcune circostanze facilitanti. La prima è la crisi economica, il basso livello di attività dell’industria che comprime la domanda sia di gas che di corrente. La seconda è l’aver realizzato un nuovo rigassificatore in mare di fronte a Rovigo, che offre un potenziale afflusso aggiuntivo di 8 miliardi di metri cubi all’anno, circa un decimo del fabbisogno nazionale, consegnato via nave, cioè non dipendente da un fornitore obbligato. La terza è la ripresa, recentissima, della produzione di gas libico da parte dell’Eni e della funzionalità del gasdotto che approda a Gela. Sono circostanze casualmente concomitanti, le seconde strutturali, la prima congiunturale e negativa, ma senza di esse la situazione sarebbe sicuramente più allarmante. Ciò che rende il gioco particolarmente duro è che l’energia è un’industria dai tempi molto lunghi: un decennio è un arco di tempo normale per lo sviluppo di un campo di idrocarburi di medie dimensioni, dall’esplorazione alla reale disponibilità del prodotto sul mercato, mentre per giacimenti grandi e difficili, come quelli operati dall’Eni nel Caspio, i tempi possono talvolta raddoppiare. Non va meglio per le tecnologie alternative: se si aprono le riviste di economia delle fonti di energia di trent’anni fa, le si trova ricche di articoli sui promettenti sviluppi delle fuel cells e del fotovoltaico, che a tutt’oggi danno un apporto irrisorio al bilancio energetico mondiale. Per contro, i mutamenti dei fondamentali economici sono repentini: alla fine del secolo scorso il prezzo del petrolio era caduto sotto i dieci dollari al barile, a metà del 2008 era salito intorno a 150, un anno dopo si era dimezzato. L’asimmetria tra i tempi dei movimenti della domanda e dei prezzi e l’isteresi dell’offerta è un fondamentale dell’industria del l’energia, ed è un tratto caratteristico dei mercati nei quali difficilmente può operare un efficace processo concorrenziale; soprattutto quando le principali fonti primarie, i giacimenti, sono in mano a Paesi che non hanno nessuna intenzione di sottomettersi a tale processo. Ecco perché è un’arena per duri. Ma il mercato ha dalla sua la forza della convenienza. Gli alti prezzi spingono a investire in innovazioni tecnologiche che, una volta sviluppate, cambiano irreversibilmente gli equilibri. È il caso dello shale gas, ottenuto frantumando in profondità con pressione e temperatura rocce altrimenti non coltivabili: una tecnica costosa, sviluppata solo grazie agli alti prezzi del gas all’inizio degli anni 2000, quando negli Usa il gas mancava. Grazie a essa oggi gli Usa sono esportatori netti e il gas è diventato sovrabbondante sul mercato spot. Siccome per servirsi del gas occorrono infrastrutture che richiedono tempi di realizzazione lunghi, come le reti di metanodotti, gli idrocarburi liquidi, più facilmente consumabili dai Paesi in rapida crescita, riscuotono oggi un premio di prezzo rispetto al gas. È una circostanza eccezionalmente favorevole per l’Italia, che ha costruito la sua industria di generazione elettrica principalmente sul gas. Una scelta giudiziosa, considerato che il ciclo combinato basato sul turbogas consente il più alto sfruttamento dell’energia chimica contenuta nel combustibile e insieme l’impiego della meno inquinante delle energie fossili, in attesa di un maggiore contributo delle rinnovabili. Finora questa scelta era stata penalizzata dall’alto prezzo del gas, ma oggi la situazione è cambiata. Occorre operare per stabilizzare questo cambiamento, moltiplicando le fonti di approvvigionamento del gas. La durezza dei duri alla Putin può trovare utile accordarsi con gli operatori avvezzi al mercato. A novembre del 2000 il presidente russo offrì una cena al Cremlino a quello italiano, Ciampi in visita a Mosca; fra i commensali, i vertici di Eni e Gazprom suggellavano l’avvio di Blue Stream, il primo grande gasdotto sotto il Mar Nero capace di avviare il gas russo verso la Turchia e l’Europa aggirando l’Ucraina. Una sfida non soltanto tecnologica, all’epoca, che senza le competenze di Saipem e la credibilità di Eni sui mercati finanziari non si sarebbe potuta vincere. Anche oggi l’Italia ha tecnologie e competenze da offrire, insieme con un parco turbogas ragguardevole e una posizione geografica che ne fanno il potenziale operatore privilegiato nel transito del gas nel Mediterraneo. È un’occasione da non perdere, per gli operatori e per il Governo, ma anzi da inserire in una prospettiva di politica energetica in cui anche le fonti alternative e rinnovabili diventino, insieme, presidio di minore dipendenza dall’importazione e fonte di sviluppi tecnologici pensati e fabbricati nel Paese.