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 2012  febbraio 07 Martedì calendario

LA GIOVENTÙ POETICA E BRUCIATA DELLO SVEDESE «MALEDETTO»


Con chi ce l’aveva lo scrittore svedese Stig Dagerman? Con chi ce l’aveva per decidere di togliersi la vita, asfissiato in garage dal gas di scarico dell’auto, il 5 novembre 1954? Con il mondo? Con se stesso? Con tutti e due?
Trentun anni (anzi, per essere esatti, trentun anni e un mese), un indiscutibile talento e una certa aria da maledetto lo rendevano affascinante. Ed era stato già baciato dal successo. Tanti i lettori dei suoi reportage, dei suoi racconti, dei suoi drammi. Il favore della critica che cominciava a paragonarlo a Faulkner, Kafka, Camus.
Allora, perché ammazzarsi? Probabilmente perché si portava dentro un esercito di dèmoni. Ossessioni da cui non riusciva a liberarsi. Allucinazioni ed incubi che gli scavavano la mente e il cuore. L’ala nera della follia che gli pesava addosso.
Basta leggere l’inedito I vagoni rossi, or ora pubblicato dalla pistoiese Via del Vento (a cura di Marco Alessandrini, pp. 32, euro 4), per rendersene conto. Qui l’emblema di una angosciante attitudine visionaria che, crescendo, diventa, per il protagonista, insostenibile orrore, è un treno. Altrove (si veda L’uomo di Milesia, un altro inedito sempre col sigillo di Via del Vento) può essere il quartiere di una città.

Un senso alla vita

Evidentemente l’immaginazione si scatena: la realtà è deformata, l’orrido si sposa al grottesco, il caricaturale al surreale, l’onirico al simbolico, mentre cresce nel lettore la percezione che non c’è salvezza, che si può uscire dal groviglio di mostri che ci imprigiona. E che ovviamente ha sempre qualcosa di familiare: l’assedio che viene dal perturbante è lungamente covato dall’assurdo della quotidianità e dall’impossibilità di trovare un senso alla vita.
La fascinazione esercitata da Dagerman nasce dal fatto che le sue deliranti parabole sono figlie di eterne inquietudini e di altri eterni interrogativi sull’esistenza, sul nostro esserci qui e adesso e sul nostro destino strozzato dalla finitezza ma di altro voglioso. E quando non ce la fai più a volere (o a far finta di...) perché non credi e non speri, ecco allora che puoi convincerti non di guarire dal male oscuro ma di farci i conti, scegliendo il gesto estremo.
Un intellettuale che si suicida semina di indizi opere e giorni per giustificare la sua decisione: basti pensare, tanto per fare qualche nome, a Michelstaedter e a Majakovskij, a Benjamin e a Pavese, ad Hemingway e a Mishima.
Così ha fatto anche Stig Dagerman. E un monologo come «Il nostro bisogno di consolazione », scritto un paio di anni prima della scelta fatale – e pubblicato nel 1991 da Iperborea, la casa editrice specializzata in letteratura scandinava che ha fatto conoscere Dagerman al pubblico italiano: si vedano Il viaggiatore, 1991, Bambino bruciato, 1994, I giochi della notte, 1996 – offre ben più che un segnale.
Leggiamo: «Mi manca la fede e non potrò mai, quindi, essere un uomo felice, perché un uomo felice non può avere il timore che la sua vita sia solo un vagare insensato verso una morte certa. Non ho ereditato né un dio né un punto fermo sulla terra da cui poter attirare l’attenzione di un dio. Non ho ereditato nemmeno il ben celato furore dello scettico, il gusto del deserto del razionalista o l’ardente innocenza dell’ateo. Non oso dunque gettare pietre sulla donna che crede in cose di cui dubito o sull’uomo che venera il suo dubbio come se non fosse anch’esso circondato dalle tenebre. Queste pietre colpirebbero me stesso, perché di una cosa sono convinto: che il bisogno di consolazione che ha l’uo - mo non può essere soddisfatto».

La consolazione

Certamente non fu soddisfatto il «bisogno di consolazione» di Stig, abbandonato dalla madre due mesi dopo la nascita e con un padre che faceva il minatore e non poteva provvedere a lui. Ci pensano i nonni: loro sì che gli vogliono bene. Ma poi il nonno è ucciso da un pazzo, la nonna muore per una emorragia cerebrale, e lui comincia a vedere il buio intorno a sé. Può essere una consolazione la milizia politica? Per l’adolescente Stig, già tentato dalla morte, è per qualche tempo una terapia.
Ha raggiunto il padre a Stoccolma e con lui si impegna nella battaglia anarcosindacalista, cominciando a collaborare a fogli pugnaci come Storm (La tempesta) ed Arbetaren (L’operaio). Umori libertari e passione ideologica si saldano nell’amore: a vent’anni Stig sposa Annemarie Götz, esule anarchica tedesca.
Tutto all’insegna della precocità, visto che, nel 1945, a ventidue anni pubblica il suo primo libro, il romanzo Ormen (Il serpente). È nata una stella? Sì, ma siamo di fronte a un ossimoro: la luce che spande il giovane Stig è buia, tetra, tenebrosa. Notti d’orrore, sensi di colpa, frustrazioni: una fantasia fervida e livida che potrebbe far pensare anche al romanticismo tedesco, ad un autore come Ernst Theodor Hoffmann.
In ogni caso il successo non scioglie l’intrico delle angosce. Non dà consolazione. Stig lascia la moglie. Si sposa con una attrice. Scrive, scrive e poi si ammazza.

Mario Bernardi Guardi