Alessandro Carlini, Libero 7/2/2012, 7 febbraio 2012
ELISABETTA FESTEGGIA MA DAL REGNO UNITO VOGLIONO FUGGIRE TUTTI
Dio salvi la Regina, dice l’inno nazionale britannico. Ma a ben vedere è meglio che salvi il Regno. Mentre Elisabetta II celebra i 60 anni sul trono, il cosiddetto Giubileo di Diamante, sembra proprio che si avvicini la crisi di quello che resta di un impero che andava da Londra all’India, a Hong Kong, fino all’America e all’Africa, e che oggi invece è un Paese che stenta a difendere i suoi confini nazionali. Si parla di secessione e dispute territoriali un po’ ovunque: la Scozia cerca l’in - dipendenza tramite un referendum, così come l’Irlanda del Nord parla di secessione, mentre l’Argentina reclama le Falkland/ Malvinas e la Spagna rivendica ancora Gibilterra.
Per non menzionare le ex colonie, come Canada, Giamaica e Australia, che aspirano a liberarsi della monarchia una volta per tutte, scegliendo direttamente il loro capo di Stato, che non sarebbe più una testa coronata di casa Windsor. Sembra proprio che Londra debba pagare un conto aperto con la storia: ogni controversia nazionale o internazionale è frutto infatti di anni o addirittura secoli di guerre e in certi casi di soprusi compiuti dagli inglesi, che si sono fatti molti nemici in tutto il mondo.
A partire dalla Scozia, che ancora celebra Braveheart come eroe popolare. Per fortuna non ci sono più sanguinose battaglie ma la diatriba si è trasferita nei parlamenti e fra non molto nei seggi elettorali. «Siete d’accordo che la Scozia debba essere indipendente dalla Gran Bretagna?», è la domanda che gli elettori «north of the Border» troveranno sulla scheda nell’autunno 2014 se il loro First Minister, Alex Salmond, avrà partita vinta. Data simbolica, perché 700 anni fa in quella stagione gli inglesi e il loro sovrano le presero di santa ragione dagli scozzesi nella battaglia di Bannockburn. Salmond vuole un parlamento di Edimburgo del tutto indipendente ma sa molto bene che non può tagliare completamente i rapporti con Londra, anche perché rischia di dover uscire dalla sterlina ed entrare nell’insidiosa eurozona.
L’effetto scozzese è stato dirompente: anche l’Irlanda del Nord dovrebbe tenere un referendum, in questo caso per unirsi alla (repubblicana) Irlanda, dal 2016 in poi, come ha affermato il vice primo ministro, Martin McGuinness, dello Sinn Fein. Intanto, dall’altra parte dell’Oceano, il governo argentino minaccia una serie di ritorsioni contro i britannici, fra cui il blocco di tutti i collegamenti, se Londra andrà avanti con le sue «provocazioni» nelle isole Falkland/Malvinas. La presidente Cristina Kirchner, oltre a rivendicare l’arcipelago a lungo conteso, non ha gradito l’arrivo del principe William che lavora al soccorso marittimo come elicotterista. «È William il conquistatore», hanno tuonato da Buenos Aires, dove l’odio per i Windsor ha raggiunto i massimi livelli con la guerra delle Falkland, di cui ad aprile ricorrerà il 30° anniversario. Ci si mette poi anche la Spagna, che ha chiesto l’apertura di nuovi negoziati sulla sovranità di Gibilterra.
Il governo di Londra tenta di resistere alle pressioni e celebra la sua Regina, con cerimonie per il Giubileo che saranno sontuose: il Paese si fermerà a giugno per quattro giorni e questo, secondo stime ufficiali, costerà 1,2 miliardi di sterline all’economia britannica. A questi si devono aggiungere i milioni spesi nei festeggiamenti che si terranno a Londra, nelle altre città e nei villaggi. I britannici lo sanno che la festa durerà poco: secondo un sondaggio, per la metà dei cittadini il Regno non resterà intatto a lungo.
Alessandro Carlini