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 2012  febbraio 07 Martedì calendario

RISCHIAMO IL GELO PER COLPA DEGLI AMBIENTALISTI


L’Italia più che affrontare un picco negativo delle temperature, sembra letteralmente subire una crisi energetica. Accettando il rischio concreto che alcune aziende restino senza luce. Unico fatto positivo: i casi estremi portano sempre a galla le falle e qualche volta suggeriscono le soluzioni . Non critichiamo l’interventismo di chi in questi giorni sta cercando di scovare energia con procedure d’emergenza, più gas dall’Algeria per bilanciare i tagli dalla Russia. Ma ciò non impedisce di marcare, oltre che il difetto di programmazione, la vulnerabilità energetica della nazione. E l’inefficienza, quantificata con il 30% in più del costo rispetto ai concorrenti europei. La soluzione dei due problemi è la stessa: maggiore varietà di fonti con più sfruttamento di quelle nazionali.
Sul piano del rifornimento del gas il gap di vulnerabilità è dovuto alla scarsità di impianti di rigasificazione che possono immettere in rete gas liquido trasportato via mare. Se le fonti e le reti ordinarie hanno un qualche problema, infatti, lo si può bilanciare con importazioni di contingenza. In questi giorni l’impianto di Rovigo, al largo, è inagibile per le condizioni meteo che impediscono gli attracchi. E ciò segnala che, oltre all’opportunità di costruire almeno 5 di questi impianti invece che averne solo 2, sarebbe necessario renderli praticabili in tutte le condizioni. Ma il problema principale è la dipendenza eccessiva da una sola fonte, sempre di più il gas. Pensate, abbiamo la fortuna di avere nelle Alpi una capacità immensa di produzione idroelettrica e l’Italia ne sfrutta solo una minima parte. La catastrofe del Vajont ha bloccato la costruzione di grandi dighe. Comprensibile. Ma dighe più piccole e sicure sono possibili. Come sono fattibili minidighe. Perché non si fanno? Per assurdi divieti motivati da ragioni ambientaliste e simili. Li ritengo assurdi perché, grazie alle nuove tecnologie, le condotte forzate di una diga medio-piccola possono essere nascoste nel terreno, la stazione principale e il salto d’acqua ben armonizzate con l’ambiente, la vita fluviale non compromessa. I sistemi idroelettrici richiedono portate d’acqua costanti, sempre sopra certi minimi, e la messa in sicurezza contro picchi alluvionali. Sono cioè sistemi complessi, piccoli o medi che siano, non costruibili dappertutto. Ma lo spazio per metterli nelle aree montane rispettando tutti i requisiti funzionali e ambientali è talmente ampio da poter coprire almeno metà, forse più, del fabbisogno nazionale di elettricità. In termini potenziali, tutto l’alto Adriatico è un giacimento enorme di gas, alla foce del Po gli agricoltori infilano un tubo nel terreno e ne ricavano gas per il loro consumo. Lo sfruttamento sistemico di questa risorsa è stato sospeso per evitare l’abbassamento del livello del terreno e le piattaforme di estrazione nel mare. Ma le nuove tecnologie e conoscenze permettono sia di compensare con iniezioni d’acqua il gas tolto dal sottosuolo, minimizzando la subsidenza, sia di rendere sicure e a basso impatto visivo le stazioni di estrazione marine. Ma non lo si vuole fare perché manca l’analisi razionale e non ideologica dei problemi e delle soluzioni. Questa, alla fine politica, è la causa dei rischi di scarsità e prezzi elevati - anche per la mancanza di concorrenza - dell’energia. Ciò diviene più grave nel momento in cui emerge la poca affidabilità del principale rifornitore di gas all’Europa: la Russia. La Germania è messa peggio di noi perché dipenderà sempre di più da questa sola fonte? Osservate i dati, anche se sono stati un po’ truccati: Mosca ha tagliato a Berlino meno forniture che all’Italia, segno di un accordo di potere. Motivo in più per accelerare la nostra indipendenza energetica con quello che abbiamo, tanto.

Carlo Pelanda