Marco Gorra, Libero 7/2/2012, 7 febbraio 2012
LE TASSE DEL PROFESSORE LASCIANO A TERRA PURE L’AVIAZIONE
Quello dell’aviazione civile era uno dei pochi comparti di cui mancavano notizie quanto a danni fatti dal governo Monti. La lacuna è stata colmata dal mensile Volare diretto da Giuseppe Braga (il numero di febbraio è appena uscito in edicola), che ha scovato nelle pieghe del decreto Salva-Italia un provvedimento (articolo 16, commi 11 e seguenti) che assesterà un durissimo colpo al settore. Dall’Enac già riferiscono, nel mese seguito al varo della manovra, di diciassette cancellazioni (il doppio della media) e di una sessantina di richieste di informazioni sulla procedura di cancellazione.
Al solito, c’entrano le tasse. Tasse un tanto al chilo, nel vero senso della parola: la manovra introduce un balzello calcolato sul peso dell’aereo (1,50 euro al chilo fino a mille chili e 7,55 euro al chilo per chi eccedesse la tonnellata). E ad essere colpiti non sono solo gli aerei italiani: i velivoli stranieri che sosteranno per più di 48 ore sul nostro territorio saranno soggetti alla stessa imposta.
Esaminando le disposizioni nel dettaglio, le controversie saltano all’occhio. A partire dalla platea dei soggetti interessati. Esentati i velivoli di Stato, quelli per il trasporto e lavoro, le scuole di volo, l’elisoccorso e l’aviosoccorso, di aerei tassabili ne restano pochi. Non i bireattori intercontinentali di magnati e grandi società (di cui risultano proprietarie società ad hoc che godono di esenzione), ma i biposto di amatori ed aviatori per hobby: tradotto, l’areo di Berlusconi non paga, l’aliante del geometra Rossi sì. Un totale di circa duemila aerei privati dai quali il governo si propone di spremere 84 milioni di gettito: obiettivo impossibile, dato che ogni velivolo dovrebbe versare imposte per 40 mila euro.
Né appare realistico pensare di fare cassa con gli aerei immatricolati all’estero. La norma che estende il balzello ai velivoli stranieri (contenuta in un emendamento del finiano Francesco Proietti Cosimi) è da giorni al centro di un tam tam tra aero-club nazionali ed aviatori: «State lontani dall’Italia». Fatti due calcoli, non si può dare torto a quanti vogliano cambiare destinazione: per un viaggio di quattro giorni, quattro persone spendono in media 5.120 euro tra vitto, alloggio, spese varie, carburante e tasse aeroportuali. Con la nuova legge, la voce “tasse” segna un aggravio-monstre: da 200 (50 euro al giorno per i quattro in esame) a 1.750 euro (437 euro al giorno). Come di consueto, a fare ulteriori danni ci penserà poi l’effetto domino del lucro cessante: albergatori che perdono prenotazioni, club che perdono soci, costruttori che perdono ordini (con relativa contrazione di giro d’affari per l’indotto), esibizioni e campionati che perdono partecipanti stranieri e pubblico indigeno.
A fare infuriare il comparto, anche la circostanza che la mazzata su automobili ed imbarcazioni (contenuta nel medesimo articolo del decreto) sia stata preventivamente ammorbidita, mentre lo stesso riguardo non è stato riservato all’aviazione. Prova ne è il diverso trattamento dei mezzi d’epoca: auto e navi vetuste sono state risparmiate, gli aerei no. Tutti considerati «di lusso» (e pertanto, nella visione avio-pauperista del governo, da tassare senza pietà) al pari dei velivoli di costruzione amatoriale. Gli aerei fai-da-te rappresentano i due terzi di tutte le immatricolazioni effettuate dal 2006 ad oggi, e di sostenere sulle proprie spalle il peso di questa nuova tassa hanno poca voglia. E così si vola via, verso l’estero. Molti degli aerei che, nelle ultime settimane si sono cancellati dall’Enac, sono stati reimmatricolati in Gran Bretagna, Germania e altri Paesi europei. Paesi dove aviazione non fa rima con evasione, e il governo non ti taglia le ali.
Marco Gorra