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 2012  febbraio 08 Mercoledì calendario

L’ingenuità di certi slogan, quello sventolio del Libretto rosso di Mao (un’accozzaglia di luoghi comuni; facile dirlo ora!), il terzomondismo, «La lettera a un professoressa» di Don Milani, la lotta contro il «sistema» (una delle parole più parodiate dalla tv d’allora), quel mitico 1968 che costringe fatalmente al reducismo

L’ingenuità di certi slogan, quello sventolio del Libretto rosso di Mao (un’accozzaglia di luoghi comuni; facile dirlo ora!), il terzomondismo, «La lettera a un professoressa» di Don Milani, la lotta contro il «sistema» (una delle parole più parodiate dalla tv d’allora), quel mitico 1968 che costringe fatalmente al reducismo. «Vietato vietare. Il tempo della contestazione» di Francesco Linguiti era il capitolo di «Correva l’anno» dedicato, appunto, all’anno cruciale (Raitre, lunedì, ore 23,30). Che il 1968 sia stato, come ha sostenuto nell’editoriale di chiusura Paolo Mieli, il più grande sommovimento politico, sociale e culturale del dopoguerra non ci sono dubbi. Resta da capire, più sul piano antropologico che su quello squisitamente politico, se il ’68 sia stato l’inevitabile chiusura di un decennio ineguagliabile, straricco di fermenti (il nascente benessere e la segregazione razziale, il sogno americano e «Il giovane Holden» all’indice, il dottor Spock e la gioventù bruciata, il rock e la tv), e quindi un’espressione colorata, fantasiosa, anarchica o il tetro preambolo degli anni di piombo. O tutt’e due le cose insieme. Certo, nel rivedere le immagini di certi leader o leaderini di allora (Mario Capanna, Massimiliano Fuksas, Paolo Liguori) torna in mente, imperiosa, l’affermazione di Eraclito secondo cui il carattere di un uomo è il suo destino. Cambia l’ideologia, ma l’indole rimane la stessa. Nel rivivere certe sensazioni, vengo ogni volta colto dalla «sindrome di Stendhal»: non la vertigine che ti prende di fronte a un accumulo di capolavori ma quel senso di spaesamento provato da Fabrizio Del Dongo ne «La certosa di Parma», quando il marchesino girava intono all’umido campo di battaglia di Waterloo, senza capire bene cosa stesse succedendo intorno. Può succedere di vivere grandi avvenimenti e ripetere all’infinito la domanda che Fabrizio poneva al tenente degli Ussari: «Signore, ma questa è davvero una battaglia?».