Paolo Mereghetti, Corriere della Sera 8/2/2012, 8 febbraio 2012
Il nodo della propria identità sessuale, ma anche il portato della classe (e della povertà) e lo scontro con la morale
Il nodo della propria identità sessuale, ma anche il portato della classe (e della povertà) e lo scontro con la morale. L’interesse di Albert Nobbs non è solo nello scambio di sessi che una donna senza famiglia deve mettere in atto per sopravvivere nella Dublino di fine Ottocento, ma anche nell’insicurezza psicologica che un tale scambio di identità si porta dietro e nel confronto (involontario ma inevitabile) con i rigori di una morale — quella cattolica dell’Irlanda più bigotta e insieme quella borghese, vittoriana, dei «dominatori» inglesi — che mal si adatta agli sforzi di chi deve per prima cosa sopravvivere alla miseria e all’umiliazione. L’idea di fondo del racconto lungo di George Moore (che si poteva leggere in italiano come Morrison’s Hotel, Dublino, pubblicato da Tranchida Editore, ora in ristampa col titolo del film) è semplice ed efficace insieme: figlia illegittima allevata da una povera famiglia perché fosse tenuta lontano dai suoi veri genitori, la protagonista (di cui neppure conosciamo il vero nome) scopre che è più facile trovare lavoro come uomo che come donna. E dall’adolescenza inizia a travestirsi. Quando la incontriamo è Albert Nobbs, riservato e inappuntabile cameriere all’hotel Morrison’s di Dublino. Nessuno mette in dubbio la sua identità, nessuno può rimproverare la minima mancanza professionale, nessuno gli (le) può riconoscere il minimo cedimento sentimentale. Un’invenzione letteraria che sembra fatta apposta per la scena. E infatti nel 1977, Simone Benmussa, già storica collaboratrice della compagnia Barrault-Renaud, ne trae una pièce (La Vie singulière d’Albert Nobbs) che verrà interpretata da Julie Berto e qualche anno più tardi da Aurore Clément a Parigi, da Susanna York a Londra, da Maddalena Crippa a Roma e, nel 1982, da Glenn Close a New York. Un’esperienza folgorante per l’attrice americana (che per questa interpretazione ricevette anche un Obie Awards, il più importante premio per produzioni Off-Broadway) e che da allora ha cercato di portarlo anche al cinema. Mettendosi in gioco come produttrice (con la sua Trillium Production), come sceneggiatrice (insieme a Gabriella Prekop e allo scrittore irlandese John Banville) e naturalmente come attrice. Glenn Close ha impiegato quasi trent’anni a realizzare il suo sogno, dopo una falsa partenza nel 1990 con Istvan Szabo, riuscendoci infine con Rodrigo García, figlio dello scrittore Gabriel García Márquez e regista altalenante. Qui si mette sostanzialmente al servizio della protagonista, a cui l’attesa per portare al cinema il progetto non sembra aver nociuto. Anzi, la «durezza» di lineamenti che l’età può aver accentuato (e che il trucco mette ancor più in evidenza) finiscono per contribuire al fascino ambiguo della prova d’attrice, dove si fa fatica a ritrovare i lineamenti femminili che incastravano Michael Douglas in Attrazione fatale ma anche la simpatia canagliesca di Crudelia De Mon. Quando appare per la prima volta sullo schermo, nei panni formali e professionali di Albert Nobbs un attimo di dubbio attraversa la mente dello spettatore. Solo la profonda bellezza dei suoi occhi azzurri aiutano a ritrovare nel personaggio l’attrice, super-candidata nella corsa per gli Oscar se non fosse per la concorrenza della «signora di ferro» Meryl Streep. I meriti del film, però, non si fermano alla pur straordinaria interpretazione della sua protagonista, perché a complicare la vita del maggiordomo ci si mette prima il caso (la padrona dell’hotel lo obbliga a ospitare in camera per una notte un imbianchino: tra uomini...), poi un ulteriore colpo di scena (l’imbianchino si rivela lei pure una donna «costretta» a cambiare sesso per trovare lavoro: è Janet McTeer, anche lei nominata ma come non protagonista) e infine l’esplosione di una identità repressa per anni, una specie di bisogno/desiderio di costruirsi una vita propria, capace di andare al di là dei confini della sessualità ma pur sempre rispettosa degli obblighi sociali e del decoro vittoriano. Sì, anche Albert Nobbs vorrebbe «metter su famiglia», magari con la bella cameriera Helen (Mia Wasikowska), il cui amante (Aaron Johnson) vede di buon grado l’occasione di accalappiare un ricco partito... E così lo scontro tra identità sessuali diventa anche scontro con le convenzioni (sociali ma naturalmente anche religiose: in fondo si tratta di due donne...) e poi lotta «darwiniana» con la propria origine di classe (se i ricchi ospiti dell’hotel possono dar sfogo alle proprie pulsioni, i poveri servitori sembrano capaci di perpetuare solo la violenza in cui sono stati cresciuti) in un mondo dove la povertà e la solitudine finiscono per rivelarsi i veri incorruttibili guardiani delle proprie prigioni.