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 2012  febbraio 08 Mercoledì calendario

Mi chiedo se i trattati internazionali siano sempre stesi con i migliori intenti o se, invece, si approfitti delle lingue non comuni per delle scappatoie

Mi chiedo se i trattati internazionali siano sempre stesi con i migliori intenti o se, invece, si approfitti delle lingue non comuni per delle scappatoie. Si è parlato a lungo dell’articolo 1 della risoluzione 242 del Consiglio di sicurezza dell’Onu del 22 novembre 1967 che richiede il ritiro delle forze armate dai territori conquistati da Israele nel testo francese mentre semplicemente da territori (una parte?) in quella inglese. Il trattato di Küçük Kaynarca tra la Russia e l’Impero Ottomano, redatto in italiano, era diversissimo tra la versione russa e quella turca. E così pure il trattato di amicizia del 1971 tra l’Urss e la Repubblica Araba Unita. È malignità sospettare di malafede? Antonio Fadda antoniofadda2@virgilio.it Caro Fadda, Nei trattati internazionali vi sono spesso formule ambigue, scritte in modo da consentire interpretazioni diverse. I contraenti ne sono consapevoli e le accettano perché pensano che un accordo, anche se imperfetto, sia meglio di un disaccordo. Ma vi sono anche circostanze (quella della risoluzione 242 sui territori palestinesi occupati da Israele) in cui il problema è soprattutto linguistico. Un caso interessante, a cavallo fra le due categorie, è quello del trattato di amicizia italo-abissino firmato nell’accampamento di Uccialli il 2 maggio 1889 da Menelik, re dello Scioà, nella sua nuova veste di negus neghesti, re dei re. Il trattato sembrava essere molto vantaggioso per l’Italia. Le permetteva di allargare i suoi possedimenti sino a includere Asmara e buona parte dell’altopiano tigrino, e l’autorizzava, apparentemente, ad assumere verso l’Abissinia il ruolo dello Stato protettore. L’art. 17 del trattato diceva infatti: «Sua Maestà il re dei re d’Etiopia consente di servirsi del governo di Sua Maestà il re d’Italia per tutte le trattazioni d’affari che avesse con altre Potenze o Governi». Dopo la firma del trattato di Uccialli, l’Italia credette di avere stabilito con l’Abissinia un rapporto simile a quello che la Francia aveva instaurato otto anni prima con la Tunisia. Grande, quindi, fu il disappunto italiano quando Menelik, nell’ottobre del 1890, inviò una lettera a Umberto I per comunicargli che il testo italiano del trattato non corrispondeva a quello amarico. Mentre il primo diceva che l’Abissinia «consente a servirsi dell’Italia», il secondo diceva che l’Abissinia «può» servirsi dell’Italia. Il governo di Francesco Crispi contestò l’interpretazione abissina, ma quel verbo diversamente interpretato divenne materia di interminabili discussioni e una spina nel fianco della politica coloniale italiana. Anche l’Italia, tuttavia, aveva dato prova di una certa ambivalenza. Negli anni precedenti, quando il negus neghesti era Giovanni IV, i diplomatici italiani avevano trescato con il suo maggiore avversario, Menelik, fornendogli armi e denaro. Più tardi, allorché Giovanni IV cadde combattendo contro i dervisci del Sudan e Menelik si proclamò re dei re, il governo italiano si felicitò per il buon esito del suo investimento politico e si presentò all’incasso con la cambiale del trattato di Uccialli. Ma non smise contemporaneamente di continuare a rosicchiare con le sue truppe coloniali altri pezzi di territorio abissino. Menelik, d’altro canto, aveva usato l’Italia per meglio realizzare le sue ambizioni, ma non aveva alcuna intenzione di rinunciare alla propria libertà di manovra. Il dissidio ebbe per effetto una guerra che si concluse sei anni dopo con la tragica sconfitta delle truppe italiane a Adua. La prima vittima politica del trattato di Uccialli fu Francesco Crispi, travolto dalla sconfitta e da dimostrazioni popolari, soprattutto a Milano, che lo costrinsero a dimettersi.