Alfonso Berardinelli, Corriere della Sera 8/2/2012, 8 febbraio 2012
I versi di Giovanna Bemporad sono uno dei fenomeni più enigmatici della poesia italiana contemporanea
I versi di Giovanna Bemporad sono uno dei fenomeni più enigmatici della poesia italiana contemporanea. Ma in un caso del tutto singolare come il suo, parlare di contemporaneità è già improprio. La «musica distante» di questa poesia (per usare un titolo di Emanuele Trevi, uno dei suoi lettori più attenti) viene da un luogo e da un tempo indefinibili. Con ipnotica monotonia la Bemporad tesse la sua tela con pochi fili, evoca e fissa nel giro di pochi versi situazioni atemporali da cui è lei stessa ipnotizzata. Nella noncuranza per le cose del modo attuale, si potrebbe dire che la sua è la più eroica, o meglio l’unica «poesia pura» che sia stata scritta in Italia dopo l’Ermetismo. Per il suo assoluto monologare è lirica moderna, ridiventata però classica al di là di Valéry, di Ungaretti, di Cardarelli: non solo perché si è formata a ridosso di una ininterrotta attività di traduttrice, ma perché i classici tradotti (Eneide, Odissea, Cantico dei Cantici, Goethe, Novalis, Hofmannsthal) sembrano essersi fusi nella mente della Bemporad fino a costituire un corpo letterario unico, quasi un testo sacro da cui non allontanarsi mai. Nell’incipit e nella clausola del «Preludio» con cui si aprono questi Esercizi vecchi e nuovi (Sossella editore, pp. 120, 12) troviamo formule autoriflessive come «per mille e mille autunni», e «la mia maschera, chiusa in un cristallo». In effetti, la prima e non errata impressione del lettore è che l’identità di questa scrittrice non sia in nessun modo distinguibile da una splendida maschera minerale: grazie alla quale, però, invece di nascondersi, l’autrice si rivela scandalosamente in un disarmato rapporto emotivo con la vita e con se stessa. Quali notizie ci vengono da questa poesia sulle vicende biografiche di chi l’ha scritta? Nessuna o quasi, all’infuori di una dolorosa intensità passionale senza oggetto afferrabile, perché il suo solo oggetto è il tempo della vita, è la vita in se stessa senza contenuto autobiografico, prima e dopo che sia vissuta, quando ci si meraviglia perché c’è e quando ci si meraviglia che sia finita. In un’estasi di angoscia controllata dalla perennità musicale degli endecasillabi, usati con inflessibile naturalezza come sola garanzia d’identità fra poesia e vita, Giovanna Bemporad ci ripete che non c’è esistenza senza forma e che la sua forma può essere una sola e sempre quella. Dunque una ritualità metrica come pratica devozionale e tecnica contemplativa. Il presupposto e perfino il contenuto di queste poesie è in una religio della regola metrica che trasferisce ogni significato in un codice sottratto alla comunicazione profana. Non c’è ombra di ironia modernista né di gioco manieristico, in questo. La ripetizione rituale di un linguaggio poetico presupposto nei classici esclude tuttavia il senso del passato storico, perché all’interno di un tale sistema stilistico per la storia, per la nostalgia e la parodia non c’è posto. Niente di meglio che citare alcuni di questi endecasillabi, inconfondibili e insieme platonicamente impersonali: «O vento che commemori passate / moltitudini e fasti inceneriti, / o tempo contro cui non c’è riparo (…) Forse è quest’ombra tragica sospesa / sul ciglio della notte che fa illusi / gli uomini di conoscersi e di amarsi, / naufraghi nel silenzio dei millenni». Cosa c’è in questi versi che già non sapessimo? Ma tutto viene detto come per la prima volta. L’enigma della Bemporad consiste in una specie di procedimento alchimistico, per cui la rimozione della propria biografia tramuta i dati della vita in una materia verbale che sfida il tempo, che emana luce e calore senza che il lettore possa vedere da quali moventi e vicende personali quel calore e quella luce siano prodotti. Ecco perché gli Esercizi si chiamano così, ecco perché sono sia «vecchi» che «nuovi» e sono l’unico titolo che la Bemporad abbia mai trovato per le sue poesie. Dietro ogni dimensione possibile dell’esperienza ricompare sempre una misura aurea, dietro anni e secoli c’è la perennità della forma, al fondo di ogni movimento emotivo c’è la passione per l’immobilità, e l’immobilità è perfetta. Non si può creare niente di ulteriore e niente di nuovo, ci si può solo esercitare nell’approssimazione a un modello perfetto, religiosamente e senza speranze.