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 2012  febbraio 07 Martedì calendario

«SCONTRO DI CIVILTA’ E STEREOTIPI RAZZIALI». IL LIBRO IN DIFESA DELLE TATE —

Caroline Ibos otto anni fa frequentò a lungo, convalescente, il piccolo parco sotto casa, uno dei tanti disseminati ovunque a Parigi. «Con il passare dei giorni cominciai a farmi delle domande, da sociologa, su quel che vedevo: bambini bianchi, palesemente benestanti, francesi da molte generazioni, custoditi da tate straniere, spesso nere, arrivate da poco dall’Africa». Tante analisi epocali sui rapporti economici e demografici tra Nord e Sud del mondo, fiumi di teorie sulle relazioni tra le civiltà, resi meno astratti nel vedere signore ivoriane che aiutano biondi Thibault o Guillaume a salire sullo scivolo. «Ho voluto studiare quel che succede quando genitori appartenenti a una classe sociale medio-alta affidano il bene più prezioso, i loro bambini, a donne delle quali non conoscono niente e che pagano, alla fine, piuttosto poco».
L’indagine, che ha preso tre anni ed esce domani in Francia con il titolo Qui gardera nos enfants? (Flammarion), è un affascinante viaggio in uno dei temi più rimossi dei nostri giorni: le case borghesi nelle quali entrambi i genitori lavorano sono il luogo dove Occidente e Africa (e Sud-Est asiatico, e America Latina) si incontrano davvero, per molti mesi e a volte per anni. Il risultato è spesso un insospettabile ritorno di discriminazione, sessismo e sfruttamento di classe.
Nelle città ricche europee la tata, la nounou come la chiamano in Francia, è l’unica possibilità di frequentazione reale e prolungata con il famoso diverso: l’altro, lo straniero, il povero, così spesso difeso, valorizzato o compatito — a parole — negli stessi ambienti. Tutti buoni a essere gentili (sempre meno per la verità) con gli immigrati al semaforo, e incuriositi dell’esotico al ristorante etnico, o commossi dalle tragedie del mare. Le cose si fanno più difficili quando entrano in gioco interessi primari e fondamentali come il benessere dei figli. Le case diventano così il territorio di scontro tra la dimensione privata (l’affetto, la famiglia) e quella pubblica (il lavoro, la politica): prese alla sprovvista dal ritrovarsi nel soggiorno il famoso Sud del mondo, povero e bisognoso di lavoro, mamme pur democratiche e illuminate finiscono con il ricorrere a stereotipi e cliché razziali che mai avrebbero usato altrimenti.
«Un esempio perfetto di questo regresso è la "cerimonia del reclutamento" per come si è ormai cristallizzata a Parigi — spiega Ibos —. Le agenzie e le mamme, nei colloqui e nel passaparola, usano una specie di "teoria razziale" delle tate: le africane sarebbero tutte affettuose e materne con i bambini, ma disordinate e poco attente nei lavori domestici; le filippine, al contrario, ottime nelle pulizie ma considerate più distanti con i figli; le maghrebine serie, affidabili, ma troppo dure. Generalizzazioni ai confini del razzismo e che, in certi ambienti, tornano fuori solo parlando di nounou».
Al tema della strisciante discriminazione etnica si aggiunge poi il risorgere dei contrasti di classe e di genere. Già le parole nounou (abbreviazione di nourrice) o l’italiano «tata», termine semplice e infantile quanto mamma o papà, evocano la dimensione sentimentale del ruolo affidato alla donna che si occupa dei figli degli altri. Ma la tata, per chi la fa, è innanzitutto un lavoro, un modo onesto per guadagnare soldi, non una missione. «Eppure nei colloqui le nounou vengono schiacciate sul cliché della donna-madre, devono dimostrare la vocazione della donna di casa. Non troppo però, perché poi le mamme vogliono il predominio affettivo». Ecco l’altra grande contraddizione: professioniste emancipate dai ruoli di moglie e madre, dimostrano di non essersene liberate fino in fondo perché li impongono poi — non per sadismo ma per bisogno — su altre donne, più povere.
«La nounou è chiamata dalla madre a rendere la vita famigliare più facile — sostiene Ibos —, ma la nounou rischia di rovinare l’armonia. Con i suoi vestiti, il suo pessimo francese e le sue scarpe informi, la nounou porta con sé traccia dell’ambiente di origine, trasferisce il pubblico nel privato e da questo nascono inevitabili rapporti di potere». Archiviato (forse) lo scontro di civiltà, c’è il paradosso della tata.
Stefano Montefiori