Alessandra Puato, CorrierEconomia 06/02/2012, 6 febbraio 2012
MPS. CLESSIDRA E GLI INGLESI, I CAVALIERI BIANCHI DI SIENA
Banche, oh care. Per i fondi di private equity, gli unici a disporre oggi di liquidità, sembra questo l’ultimo affare italiano, la finanza. I prezzi sono da saldo: nell’ultimo anno (vedi grafico), nonostante gli aumenti di capitale, il valore di Borsa di Unicredit è precipitato da 34,9 a 7,5 miliardi, un quinto; e quello di Intesa Sanpaolo da 30,5 a 23,6; di Ubi da 4,8 a 3,3; di Banca Mps da 5,1 a 3,4.
La novità è che ora sarebbero le stesse banche a cercare i fondi, non viceversa (fondi che paradossalmente finanziano: viene dalle banche il 55,4% della raccolta di 384 milioni del private equity italiano nel primo semestre 2011, era il 32% nel gennaio-giugno 2010). E la risposta c’è, a partire dall’ultimo, potenziale boccone: il Monte dei Paschi di Siena.
Se mai Mps dovesse aprire l’azionariato — cioè se la Fondazione omonima dovesse cedere parte del suo 45,96%, come a Palazzo Sansedoni è ritenuto probabile, anche se non subito — c’è chi è interessato. In testa a tutti, il fondo Clessidra di Claudio Sposito, che ha seguito Premafin Fonsai, già rilevò Mps Asset Management e ha valutato (poi rinunciando) l’ingresso nella Popolare di Milano, dov’è invece entrata l’InvestIndustrial di Andrea Bonomi, apripista. Se la Fondazione Mps cedesse un 15%, è il calcolo, l’investimento sarebbe intorno ai 450 milioni; e se ci fosse l’aumento di capitale richiesto a Mps dall’Eba, l’autorità bancaria europea, potrebbe oscillare fra i 600 e i 900 milioni. Una cifra considerevole anche per Clessidra, il più grande fondo italiano: che potrebbe entrare quindi in Mps, ma in cordata.
Gli inglesi
Con chi? Con qualcuno abbastanza grande, liquido e interessato alla finanza. Rispondono ai requisiti due fondi paneuropei, entrambi inglesi: Apax e Cvc, guidati in Italia rispettivamente da Giancarlo Aliberti e Giampiero Mazza. Il primo ha già investito in Sisal proprio con Clessidra, ha ancora due miliardi da collocare e segue investimenti medi sui 400 milioni: un tassello in Mps «entrerebbe nella disponibilità», è l’informale parere. Ha guardato banche all’estero in questi mesi, ha già investito in finanza nella società di asset management israeliana Psagot e nella Travelex, cambiavalute. Intende rilevare quote di banche in Europa, «dove c’è l’opportunità di generare valore».
L’altro, Cvc, è quello che ha il 29% di Seat e la maggioranza di Lecta (Cartiere del Garda). Considera interessanti servizi finanziari e banche; ha 6,3 miliardi ancora da investire; e può chiudere operazioni dai 100 milioni in su, come Clessidra.
Quarto candidato potenziale è poi il Fondo strategico italiano, quello della Cassa depositi e prestiti destinato alle grandi aziende. Lo statuto consente l’operazione, ma in via Goito l’auspicio è non dover entrare nelle banche, perché «snaturerebbe il Fondo». Se mai accadesse, sarebbe per scelta «politica» (le fondazioni hanno il 40% della Cassa).
Inoltre c’è in lista Cinven, il fondo guidato da Roberto Italia che sta per uscire da Avio: «Mps? No comment», è la risposta.
In frenata sul Montepaschi sembra invece il banchiere Matteo Arpe con la sua Sator, che ha già un istituto di credito in portafoglio, Banca Profilo (l’unico investimento finora), e ha partecipato anch’esso alla corsa per la Popolare di Milano: un interesse a Mps c’è stato, ma si ribadisce accantonato, per ora.
Le domande
Intendiamoci, è ancora presto. Non è stato ancora aperto un dossier formale su Mps da nessuno dei fondi privati citati. Ma tutti sono interessati, se le condizioni matureranno. In particolare Clessidra. Che potrà, però, valutare concretamente l’operazione soltanto quando si saprà l’entità dell’aumento di capitale di Banca Mps.
L’istituto presieduto da Giuseppe Mussari e guidato dal neodirettore generale Fabrizio Viola (scelta apprezzata da Sposito) ha due problemi da risolvere: il debito da circa 900 milioni della Fondazione (entro il 15 marzo vanno sottoscritti i nuovi contratti) e l’aumento di capitale di 3,2 milioni chiesto dall’Eba entro giugno (che Viola intende evitare). La vendita delle azioni è una delle opzioni che la Fondazione sta ancora esaminando, anche se l’emergenza delle scorse settimane sembra superata (il titolo, sceso al minimo di 19 centesimi, è risalito sopra i 30 e la situazione debitoria è migliorata, anche se venerdì la minaccia di taglio del rating di Moody’s ha riaperto le incognite).
Mercoledì 8 la Banca d’Italia presenterà all’Eba, fra gli altri, anche i piani di Mps, ma ci vorrà tempo per la risposta e le domande restano. L’aumento di capitale c’è? Non c’è? Di quant’è? E la Fondazione venderà? Quanto?
Nel Montepaschi, Clessidra potrebbe entrare anche senza acquistare quote altrui, solo partecipando all’aumento di capitale. Tolto il peccato originale dell’acquisto di Antonveneta, Sposito la considera infatti una banca che può diventare più produttiva, cioè che può far guadagnare chi l’acquista ora: per il prezzo stracciato; perché ha una governance chiara (rispetto al voto capitario di Bpm); e perché ha una rete forte, molta raccolta, fa poca finanza e corporate banking (cioè investe nelle imprese) a piccole dosi.
La tendenza, del resto, è chiara. «Prima le banche e le assicurazioni non avevano fra i soci il private equity né lo cercavano — dice Giampiero Bracchi, presidente dell’Aifi, l’associazione italiana dei fondi —. Ora c’è attenzione a evitare gli intrecci azionari, ci sono i problemi di patrimonializzazione, i principali sottoscrittori si sono dileguati. C’è bisogno di qualcuno che faccia gli aumenti di capitale». Chi, se non noi, insomma?
Resta da vedere quanto è stabile, come richiesto dalla Banca d’Italia, un azionista come un fondo di private equity, che resta solo pochi anni. Ma è considerato un falso problema. Alle banche serve denaro.
Alessandra Puato