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 2012  febbraio 06 Lunedì calendario

LA GIOSTRA DEL PONTE NON GIRA PIU’

Si potrebbe dissertare a lungo a proposito di chi faccia parte di quella che un senatore della Repubblica qual è Giampiero D’Alia chiama: «La cricca del Ponte». Dove il Ponte in questione è, ovviamente, quello sullo Stretto di Messina. Resta il fatto che la sua teoria lascia sbalorditi. «Quello che interessa ai signori del Ponte non è fare il ponte ma è fregarsi la penale», ha detto a Danila La Torre di Tempostretto sabato 28 gennaio il senatore siciliano dell’Udc. Andando pure oltre: «L’opera non è stata definanziata da Mario Monti, ma regnante Silvio Berlusconi. Ed è stata definanziata perché l’Unione Europea ha messo a rischio il corridoio Berlino Palermo ritenendo impraticabile la sua realizzazione. Tutto questo il governo Berlusconi e la cricca del ponte lo sapevano bene».
Dopo una mitragliata del genere ti aspetteresti almeno qualche polemica. Magari pure che un magistrato si faccia qualche domanda. Invece nulla. Niente di niente. La stessa reazione che c’è stata quando, nei giorni scorsi, il Cipe ha provveduto a dirottare verso altre opere quasi 1,8 miliardi di euro destinati a far partire il Ponte.
Il che la dice lunga. Qui non è in discussione l’eterno dilemma sull’opera più controversa del mondo: chi la considera una svolta epocale nel sistema infrastrutturale italiano ed europeo e chi al contrario la ritiene un inutile e costosissimo sfregio all’ambiente. Il tema è piuttosto la serietà della nostra classe dirigente.
L’operazione ponte sullo Stretto di Messina è costata finora oltre 250 milioni di euro. C’è un progetto definitivo e c’è pure un contratto firmato, vidimato e registrato. Nel caso non venisse onorato, le penali (quelle a cui si riferisce D’Alia) potrebbero raggiungere gli 800 milioni. Totale: un miliardo buttato dalla finestra. Dopo un ping pong semplicemente sconcertante. L’opera parte concretamente nel 2001 con la legge obiettivo. Pochi mesi prima della fine del mandato, il precedente governo Berlusconi, quando si è praticamente certi dell’arrivo del centrosinistra che tuona contro il Ponte, stipula il contratto con il general contractor Eurolink. Pensando di legare così le mani ai successori. Invece, com’era prevedibile, il governo di Romano Prodi revoca i finanziamenti, assegnandoli ad altri lavori. E il Ponte finisce su un binario morto. Due anni dopo torna Berlusconi e lo riesuma. Si dà il via agli espropri e a un certo punto si aprono anche i cantieri per alcune opere di servizio. Finché un bel giorno di ottobre 2011 piove in parlamento una mozione dei dipietristi che impegna il governo, testualmente, «alla soppressione dei finanziamenti per la realizzazione del ponte sullo Stretto di Messina». Inspiegabilmente viene approvata: 284 favorevoli e un solo contrario. Scontato il sì dei leghisti, che odiano il Ponte. Ma il bello è che pure il rappresentante del governo di Berlusconi (lo sponsor del ponte), il sottosegretario responsabile da poco in carica Aurelio Misiti, dà parere favorevole. Dal Pdl gli sparano addosso a palle incatenate: il suo ministro Altero Matteoli giunge a dire che è stata una iniziativa personale.
Ma guardando i resoconti della votazione ne esce una realtà ben diversa. I parlamentari azzurri si astengono in massa, però qualcuno approva la mozione degli uomini di Antonio Di Pietro. E non si tratta esattamente dei peones. Vota sì, per esempio, il coordinatore del partito Denis Verdini. E con lui i ministri Mariastella Gelmini e Michela Vittoria Brambilla. Nonché i sottosegretari Laura Ravetto, Stefano Saglia e Guido Crosetto.
Monti non può che prenderne atto. E forse la giostra si è fermata per sempre. Perché evidentemente era solo una giostra.
Sergio Rizzo