Lorenzo Salvia, Corriere della Sera 06/02/2012, 6 febbraio 2012
LE IMPRESE E I GIORNI REGALATI ALLA BUROCRAZIA
Gli antichi romani avevano già capito tutto. E il 26 marzo celebravano il mito di Cibele e Attis con il Requetio, il giorno del riposo. Ancora adesso abbiamo qualcosa da festeggiare in quella data. Niente canti, niente processioni ma il riposo è davvero tutto meritato. Perché nell’era moderna il 26 marzo si celebra il giorno della liberazione dalla burocrazia. Certificati, autorizzazioni, fila alle poste con tanti saluti alla società 2.0: sommando le ore bruciate durante l’anno è come se fino al giorno prima ogni azienda artigiana avesse sprecato un lavoratore per quelle pratiche che trasformano il fare impresa in uno strano incrocio fra lo slalom e la corsa ad ostacoli. Solo dal 26 marzo quel dipendente può tornare a fare il suo lavoro vero. Quello per il quale è stato assunto, quello che sa fare e per il quale viene pagato. Tutto questo ha un costo per le imprese di 23 miliardi di euro, secondo una ricerca dell’ufficio studi di Confartigianato. A spanne fanno un punto e mezzo di Pil, il Prodotto interno lordo.
Max Weber era un famoso sociologo tedesco. Alla burocrazia aveva dedicato numerosi studi ed era arrivato alla conclusione che «è tra le strutture sociali più difficili da distruggere». Cento anni dopo gli artigiani italiani danno ragione a quel signore barbuto che studiava lo spirito del capitalismo. Dice la ricerca che tra il 2009 e il 2011 la «pressione burocratica» è cresciuta nel nostro Paese del 51%. Più moduli, più file, più seccature. E questo nonostante le nuove tecnologie, un ministro della Semplificazione che ha bruciato con il lanciafiamme scatoloni di vecchie leggi e mille altre promesse. Dall’inizio della legislatura sono arrivate 189 norme che hanno aumentato la pressione burocratica sulle imprese. Una alla settimana, per non perdere l’abitudine.
Gli esperti di Confartigianato hanno costruito un complesso indice per calcolare il peso che ricade sulle spalle dell’imprenditore per ciascuna di quelle norme. E nella classifica dei provvedimenti più pesanti c’è il decreto del novembre 2008, quello firmato dal governo Berlusconi quando la crisi era solo all’inizio e che, tra le altre misure, alleggeriva l’Irap per le imprese. Al secondo posto c’è il decreto salva Italia approvato dal governo Monti subito prima di Natale. Ma non si tratta solo di singole mosse.
Nell’ultimo anno siamo scivolati in basso in tutte le classifiche che misurano l’efficienza degli apparati pubblici. Basta aprire Doing business 2012, lavorone pieno di tabelle della Banca mondiale. Siamo al 98/mo posto per l’accesso al credito, due posizioni indietro rispetto all’anno scorso. Al 96/mo, tre posti in più, per la concessione delle licenze edilizie. Al 134/mo, anche qui tre posizioni indietro, per i tempi di pagamento di imposte e contributi. Restiamo stabili nella classifica per la soluzione delle controversie commerciali. Ma solo perché era quasi impossibile peggiorare: siamo al 158/mo posto sui 183 Paesi presi in considerazione. Per non parlare della giustizia civile. In attesa che il tribunale per le imprese nasca davvero, abbiamo un arretrato di 5,5 milioni di cause che potrebbero essere smaltite in 7 anni e tre mesi. Prendendo solo le copertine di quei fascicoli e stendendole per terra occuperemmo 69 campi da calcio. Ma non è solo colpa della solita politica se Max Weber ha ragione e le cose continuano a peggiorare.
Nell’epoca dell’online, infatti, crescono le code agli sportelli. Anche qui gli esperti di Confartigianato hanno costruito un indice sintetico, fatto una serie di rilevazioni a campione. E scrivono che tra il 2001 e il 2010 la durata delle file è cresciuta del 7% agli sportelli delle asl, dell’11,6% all’anagrafe, addirittura del 30,1% all’ufficio postale per mandare una raccomandata. Affamati e folli ma solo per il tempo sprecato.
Cambierà qualcosa? Questa settimana il governo dovrebbe approvare un nuovo decreto, stavolta per la semplificazione fiscale. «Mi auguro che sia davvero la volta buona — dice il presidente di Confartigianato Giorgio Guerrini — e che dopo anni di annunci arrivino finalmente effetti concreti per le imprese». Guerrini dice che «semplificare l’attività della pubblica amministrazione sarebbe una potente leva per aiutare gli imprenditori ad affrontare la crisi». E spera ancora nel «miracolo di un Paese a burocrazia zero». Al momento è solo un sogno.
Per realizzare un’opera pubblica nel nostro Paese servono in media poco meno di quattro anni e mezzo. Un terzo se ne va con i cosiddetti tempi di attraversamento che i tecnici, un po’ burocraticamente, definiscono così: «Insieme delle attività prevalentemente amministrative che sono propedeutiche alla fase successiva». Se stiamo nei tempi medi aspettare la fase successiva vuol dire perdere più o meno un anno e mezzo. Ma se guardiamo ai lavori per la metro C di Roma, partiti nel 1990 e con fine cantiere a data da destinarsi?
Lorenzo Salvia