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 2012  febbraio 07 Martedì calendario

DECRESCITA. AVERE MENO PER VIVERE MEGLIO?


Qualche volta, magari in una pausa della febbrile attività quotidiana, vi capita di pensare che la nostra civiltà ha imboccato una via senza uscita? Che, ad esempio, produciamo e consumiamo molto più di quanto sia ragionevole? Se sì, allora precipitatevi a leggere Per un’abbondanza frugale. Malintesi e controversie sulla decrescita, di Serge Latouche (Bollati Boringhieri, 180 pagine, 15 euro). Un libro affascinante e benefico, anche se non sempre la sua nobile «utopia» mi persuade. Eppure ho una tale simpatia per la proposta «antropologica» di Latouche - immaginare altri piaceri (diversi dal consumo), riscoprire una frugalità gioiosa, rifiutare uno sviluppo che distrugge il pianeta – che la mia soglia critica si abbassa e quasi mi spiace rilevarne alcune possibili contraddizioni. Ho però incontrato l’autore a Napoli, in occasione di un convegno, e a lui ho rivolto alcune delle mie pur «simpatetiche» perplessità.
Decrescita significa ridurre il Pil, ridurre i consumi, sostituire a una felicità fondata sul soddisfacimento di tutti i desideri una felicità basata su una sana autolimitazione. Ma un «impoverimento» generale è accettabile solo se si riducono anche le disuguaglianze (equità). Ora, redistribuzione del reddito (ad esempio una forte tassa sul patrimonio) implica conflitto, di cui lei parla pochissimo.
«Non ne parlo molto perché credo che la maggioranza della popolazione, se ben informata, sia naturalmente interessata a una decrescita serena, mentre il conflitto - con tutte le responsabilità che comporta - sarà provocato da chi non intende rinunciare ai propri privilegi. La Storia procede anche attraverso strappi necessari».
Ridurre il Pil non significa anche ridurre i redditi? Può essere che si libereranno nuovi posti di lavoro ma chi li pagherà? Se una famiglia del ceto medio rinuncia alla collaboratrice domestica, questa si troverà disoccupata. Se deindustrializziamo l’agricoltura (tornando alla trazione animale, come lei propone), ci vorrà più manodopera, ma chi le darà il salario?
«La cameriera, temporaneamente disoccupata, potrebbe mettersi a riparare. Oggi una lavatrice dura in media 4 anni (obsolescenza programmata). Propongo che le lavatrici debbano essere riparabili (oltre che fatte meglio)! Ed ecco che sulla riparazione delle cose si apre un ventaglio straordinario di possibilità lavorative. Prenda poi i prodotti agricoli: quello che spendiamo in cibo è dovuto soprattutto agli enormi sprechi dovuti al trasporto insensato di cibo: è normale che il mio yogurt percorra 9.000 km prima di arrivare al mio tavolo? Rilocalizziamo l’economia, e avremo i soldi per comprare i prodotti bio».
Veniamo alla parte propositiva del suo discorso. Dice che il legame sociale va costruito sulla filia (amicizia) aristotelica, sull’agape cristiana, eccetera. Ma il capitalismo è stato una risposta seria al problema stesso della natura umana, nel tentativo di fondare la convivenza sull’interesse, mix di egoismo e razionalità, ben più stabile della carità. Il macellaio mi dà la carne buona non perché è caritatevole ma perché ha interesse a che io torni da lui.
«Credo invece che il macellaio le dia una carne buona anche per un sentimento di simpatia. Lo stesso Adam Smith, filosofo del capitalismo, diceva che la società è basata sulla simpatia, sulla benevolenza, e poi funziona con l’interesse. E’ fondamentale proprio la filia, l’amore… Il rapporto tra una madre e il suo bambino non è un contratto, né è finalizzato a un utile, dipende da una dimensione affettiva, e noi siamo tutti un po’ come dei bambini, bisognosi dell’amore materno! Inoltre dietro la filia c’è l’istinto umano alla cooperazione, la percezione di beni comuni».
Lei contrappone allo sviluppo non l’austerità ma una sobrietà non punitiva. E se la maggioranza non ci sta ad essere sobria? Faremo una dittatura illuminata per imporglielo? Auspichiamo una nuova Cernobyl che spaventi la gente e la sensibilizzi?
«Sì, a volte penso paradossalmente a una pedagogia della catastrofe… Ma il guaio è che la catastrofe sta già avvenendo. Nessuna dittatura: ci vuole un lavoro capillare di educazione e informazione. Io mi rivolgo agli individui, e anzi alle persone, singole e concrete (nel senso di Mounier), potenzialmente capaci di riflessione critica e di senso responsabile del limite (Cina e India non mi preoccupano troppo perché nelle loro tradizioni è pur presente questa cognizione del limite: se non aspiriamo tutti al consumo di uno statunitense medio neanche la sovrappolazione sarà un problema). Dunque le persone. Non credo più in soggetti storici salvifici. E aggiungo che in Italia esistono ottime premesse di una rivoluzione delle coscienze: da Antonio Genovesi, pensatore illuminista, agli attuali economisti della felicità come Stefano Bartolini».
Vuole farci esempi concreti di piaceri semplici, che non costano, di una felicità slegata dalla coazione al consumo?
«Certo. Avere una vita sociale soddisfacente, nel senso di una ricchezza di relazioni (con i famigliari, i figli, i colleghi…), poter coltivare le amicizie, sviluppare i propri talenti creativi, e insomma tutta una serie di beni relazionali per i quali occorre soprattutto una precondizione: l’otium, il tempo libero. Ecco, una diversa felicità ha bisogno soprattutto di tempo a disposizione, il quale non costa nulla e non distrugge risorse naturali: lavorare meno, lavorare tutti».