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 2012  febbraio 07 Martedì calendario

GRECIA, IN OTTO ANNI PIU’ CHE RADDOPPIATI STIPENDI E SPESA SOCIALE


Ancora pochi anni fa, la Grecia poteva essere considerata una realtà piccola ma relativamente dinamica all’interno dell’Unione europea, con un Pil pro capite in crescita a ritmi vicini a quelli della Spagna; poi è diventato il malato d’Europa, costretto a cure drastiche a base di tagli e licenziamenti per tentare di scongiurare il default.
In mezzo, certo, c’è la falsificazione dei dati statistici a cui fece ricorso l’allora governo conservatore, con il risultato di alterare almeno per un po’ di tempo la percezione della realtà; ma al di là degli aspetti contabili quello che è successo è stato spiegato con la considerazione che «i greci hanno vissuto al di sopra delle proprie possibilità».
Chi oggi manifesta contro l’austerità imposta dall’esterno può avere le sue buone ragioni per sostenere che in realtà il tenore di vita del popolo greco non è poi particolarmente elevato, soprattutto in confronto ad altri Paesi europei: sempre in termini di Pil pro capite, a parità di potere d’acquisto, Atene è sotto il valore medio Ue di dieci punti percentuali. Ed è anche vero alcuni rilevanti sacrifici sono già stati imposti. Resta il fatto che negli stessi anni in cui il Paese sembrava in grado di rincorrere il benessere, i conti dello Stato - così come ora li conosciamo al netto dei trucchi - esibivano un’evoluzione decisamente insostenibile.
Vediamo qualche cifra. Per le retribuzioni dei dipendenti pubblici la Grecia spendeva nel 2001 15,2 miliardi di euro; nel 2009 era arrivata al 30,6 cioè il doppio, con un tasso di crescita ben maggiore di quello del pur dinamico Pil nominale (+60,5 per cento). Nello stesso periodo le entrate complessive dello Stato sono cresciute solo del 46,4 per cento, passando da 59,8 a 87,6 miliardi. In altre parole, se all’inizio del decennio gli stipendi dei lavoratori statali assorbivano circa un quarto di quanto il governo incassava in totale, nell’anno in cui la crisi mondiale si manifestava in pieno la percentuale era salita al 35 per cento. E lo stesso discorso si può fare con la spesa sociale, più che raddoppiata da 22,5 a 49 miliardi: magari il valore di partenza era basso, ma la progressione è del tutto incoerente con quella delle entrate dello Stato.
Proviamo a guardare la questione da un altro lato: secondo uno studio della Bce, la Grecia è dopo il Portogallo il Paese in cui si manifesta il maggior differenziale tra le retribuzioni del settore privato e quelle del settore pubblico, a vantaggio di queste ultime: su base annua la forbice è del 27 per cento in termini netti. Per inciso lo stesso fenomeno si manifesta, seppur con incidenza un po’ minore, in Spagna ed in Italia.
L’impressione insomma è che il colossale incremento della spesa pubblica sia servito in buona parte a migliorare il reddito di una parte della popolazione, quella che viveva di stipendio o di pensione; senza però che questa generosità fosse autorizzata dal miglioramento della situazione complessiva. La preponderanza della spesa per il personale è evidente in settori come l’istruzione o la sicurezza, in cui gli stipendi valgono rispettivamente il 90,9 e l’83,5 per cento delle uscite, valori ben a di sopra di quelli medi europei.
E anche la spesa previdenziale, tradizionale indicatore della sostenibilità di lungo periodo dei conti, appare preoccupante soprattutto se paragonata agli andamenti demografici. Le regole, a cui poi si è iniziato a mettere mano, erano tra le più generose in Europa: livello delle pensioni al 93,6 per cento di quello dei redditi (contro il 69,3 per cento dell’Italia, per avere un raffronto), assegni calcolati sugli ultimi cinque anni di lavoro, indicizzazione non automatica ai prezzi ma decisa a livello politico. Così era difficile andare avanti.