Stefano Sansonetti, ItaliaOggi 07/02/2012, 7 febbraio 2012
Scarpellini sfida Montecitorio – Non ci sta. Sergio Scarpellini, l’immobiliarista che ha in proprietà la maggior parte degli stabili romani affittati a Camera e Senato, ha deciso di fare causa a Montecitorio
Scarpellini sfida Montecitorio – Non ci sta. Sergio Scarpellini, l’immobiliarista che ha in proprietà la maggior parte degli stabili romani affittati a Camera e Senato, ha deciso di fare causa a Montecitorio. Nel mirino il recesso dal contratto di affitto del palazzo Marini 1, immobile al centro di Roma che forniva uffici a circa 180 deputati. La struttura presieduta da Gianfranco Fini, infatti, l’anno scorso ha deciso di non continuare a versare alla Milano 90, la società di Scarpellini che ha in pancia l’immobile, un canone di affitto annuale di 7,5 milioni di euro. L’immobiliarista, lamentando subito le ricadute occupazionali che la decisione della Camera avrebbe avuto sui dipendenti della sua società, adesso ha deciso di andare al contrattacco. Attraverso i suoi legali, coordinati da Massimo Zaccheo, ha promosso un ricorso d’urgenza al giudice. Lo strumento, in pratica, è l’art. 700 del codice di procedura civile, al quale il ricorrente può far riferimento nel caso in cui ritenga che il suo diritto sarebbe minacciato dal tempo occorrente a farlo valere in via ordinaria. Ma su che cosa si basa la richiesta di Scarpellini? Il contratto di affitto di palazzo Marini 1 venne siglato nel 1997, con la formula dei 9 anni di durata più altri 9. Nel corso del secondo novennio, però, venne riconosciuta all’epoca la possibilità per la Camera di esercitare il diritto di recesso. Successivamente Scarpellini ha stipulato altri contratti di affitto con Montecitorio, le cui esigenze di spazio nel frattempo sono esponenzialmente cresciute. E così gli altri contratti hanno riguardato stabili contigui al Marini 1, che convenzionalmente sono stati chiamati Marini 2, 3 e 4. Tutti caratterizzati da una durata blindata di 18 anni. Ora, secondo i legali di Scarpellini anche il Marini 1, sebbene basato su un preciso documento contrattuale, dovrebbe essere considerato all’interno di un unico complesso immobiliare e di un’unica operazione di affitto a 18 anni. Per la Camera, invece, quello del Marini 1 è un contratto separato che consentiva un recesso che Montecitorio avrebbe regolarmente esercitato. Insomma, sulla vicenda adesso si è scatenata una contesa non da poco. La posta in gioco è alta. Non ci sono, infatti, soltanto 7,5 milioni di euro che fino all’anno scorso la Camera versava alle casse della Milano 90. In ballo c’è anche il futuro di circa 250 dipendenti della stessa società, recentemente messi in cassa integrazione (vedi ItaliaOggi del 30 ottobre 2011 e del 6 gennaio 2012). Scarpellini ha sempre detto che gli esuberi si erano resi necessari proprio a causa della decisione della Camera. La filosofia dell’azione legale, nel caso in cui la sfida dovesse essere vinta, è quella di riassumere i dipendenti nel momento in cui venisse riconosciuta la riattivazione del contratto. Montecitorio, dal canto suo, dopo diverse campagne di stampa, ha deciso di non rinnovare un contratto che era additato come un esempio di spreco di risorse pubbliche imputabile alla casta. Su tutto, ora, è attesa la decisione del giudice, prevista per la metà di febbraio.