De Ricciardi e Laura Fugnoli, la Repubblica 07/02/2012, 7 febbraio 2012
Massacrò una donna a pugni, niente carcere – MILANO - Era stata una violenza spietata e senza movente
Massacrò una donna a pugni, niente carcere – MILANO - Era stata una violenza spietata e senza movente. La mattina del 6 agosto 2010, in una città calda e deserta Olef Fedchenko, un ex pugile ucraino allora 25enne, esce da un condominio di viale Abruzzi e si accanisce a calci e pugni contro la prima persona che incontra in strada: è Emlou Arvesu, una colf filippina di 40 anni che sta tornando a casa. La sbatte contro la vetrina di una banca, la prende per i capelli e la colpisce in faccia. Quando la donna cade a terra è già priva di sensi, ma l´uomo continua a infierire a calci fino a ucciderla. Per quei pochi attimi di furia omicida, l´ucraino non passerà nemmeno un giorno in carcere. Il giudice per l´udienza preliminare Roberta Nunnari lo ha assolto dall´accusa di omicidio aggravato perché ha ritenuto il giovane incapace, al momento del fatto, di intendere e di volere. Per lui è stato disposto il ricovero in un ospedale psichiatrico giudiziario per cinque anni in quanto socialmente pericoloso. Alla base della sentenza del gup, emessa con rito abbreviato, la perizia psichiatrica che nel corso delle indagini ha stabilito che Fedchenko è affetto da schizofrenia paranoide. Per questo l´omicida è stato ritenuto non imputabile per il reato di omicidio volontario aggravato dalla premeditazione, dalla crudeltà e dai futili motivi, e anche per la resistenza a pubblico ufficiale durante l´arresto. È stato invece condannato a nove mesi (già scontati nel reparto psichiatrico di San Vittore) per il coltello trovato durante la perquisizione nella sua casa. Caduta l´accusa di rapina: le indagini hanno escluso che volesse rapinare la povera colf. La decisione del gup accoglie nella sostanza le richieste del pm Francesca Celle (che aveva chiesto il ricovero in ospedale psichiatrico per quindici anni) e conferma una furia omicida senza movente, scatenata dalla schizofrenia paranoide indicata dai periti. Le indagini hanno ricostruito che gli indizi della psicologia instabile del ragazzo si sono manifestati già nel 2005, con le prime risse nei locali, fino a un Trattamento sanitario obbligatorio del 2007. «Ho visto il diavolo» fu l´unica spiegazione che seppe dare il pugile dopo l´omicidio della colf. «Troppo semplice cavarsela così, anche se sei matto» commenta ora Alfredo Verdad, 53 anni, il marito di Emlou Arvesu, che si dice «sbigottito» per la decisioni dei giudici. «Chiunque si metta ad ammazzare è un po´ matto e allora secondo questa logica nessuno dovrebbe andare in galera», dice laconico Alfredo, in Italia da ventidue anni. Dal giorno della tragedia è rimasto solo coi due figli Gian e Russel, oggi 18 e 12 anni. «Meno male che c´è Eden, la sorella di mia moglie, che fa un po´ da mamma per i miei ragazzi. Dovranno convincersi che se la mamma è stata presa a botte fino alla morte, è solo perché il mondo è pieno di matti - dice ancora l´uomo - Nel mio paese uno scellerato come Fedchenko avrebbe comunque scontato una pena più pesante, magari in un manicomio criminale, ma senza troppe indulgenze». «Una sentenza così proprio non me l´aspettavo. La mamma non se la merita» dice a bassa voce Gian, il figlio più grande della vittima. Dopo la tragedia, il Comune ha assegnato alla famiglia una casa popolare. Un sollievo per Alfredo, che due mesi dopo la morte di Emlou aveva ricevuto lo sfratto esecutivo: «Quando ho sepolto mia moglie nelle Filippine - dice ancora Alfredo - ho pensato di non tornare più in Italia, ma sarebbe stato come distruggere tutto quello che avevo costruito insieme a lei».