Michele Serra, la Repubblica 07/02/2012, 7 febbraio 2012
Il prezzario degli aiuti – Volete uno spalatore? Costa settanta euro al giorno. Più vitto e alloggio
Il prezzario degli aiuti – Volete uno spalatore? Costa settanta euro al giorno. Più vitto e alloggio. Se gli date voi la pala, c´è uno sconto: solo sessanta euro al giorno. Sono prezzi di mercato. Né alti né bassi. Non fosse che lo spalatore in questione è un soldato dell´esercito italiano, e a pagargli la diaria sono i sindaci dei paesi sommersi dalla neve. Che guardano desolati le loro casse vuote. E spesso (è accaduto nell´Appennino marchigiano) sono costretti a rinunciare a soccorsi che sono sì di Stato, ma a pagamento. È una delle tante smagliature, disfunzioni, assurdità emerse in questi giorni di tormenta. Se il bene pubblico è anche protezione civile, viabilità, trasporti, sanità d´emergenza, la discussione su quello che non ha funzionato non può che essere anche una discussione sullo stato del bene pubblico in questo Paese. Già stressati dal Patto di stabilità, e azzoppati da quel do di petto della demagogia che è stata l´abolizione dell´Ici, gli enti locali italiani sono poveri, comunque più poveri di prima. D´altra parte, è molto probabile che anche le Forze armate, al netto dei miliardi di euro per i nuovi cacciabombardieri (ma quelle, si sa, sono cose che volano molto più in alto), debbano far quadrare i loro faticosi conti quotidiani. E muovere un camion pieno di soldati, costa. Così in questi giorni è stato tutto un fibrillare di fax, con richieste di aiuto contraccambiate dall´invio di minuziosi preventivi: costiamo tot con la pala, tot senza pala, vitto e alloggio a carico vostro. Fino a che, messi in allarme dalle polemiche, dal ministero della Difesa hanno fatto sapere, nella serata di ieri, che si sarebbero rivalsi non sui poveri sindaci, ma su «altri ministeri»: pagamento, dunque, alle calende greche, come si usa nella pubblica amministrazione... Fa una certa impressione doversi accorgere che, sotto i colpi della crisi, anche lo Stato e i suoi apparati perdono coesione, e in qualche modo si corporativizzano. Comuni contro Protezione civile, Regioni contro Ferrovie dello Stato e Enel, sindaci che denunciano l´esosità dell´Esercito, minacce reciproche di class action, ognuno che lamenta mancanza di mezzi e di denaro e tagli ai bilanci, ma tende a mettere tra parentesi i tagli ai bilanci altrui. Il mugugno non sempre giustificato dei cittadini (un conto sono i pericoli veri e le privazioni dure, un conto i disagi climatici che in pochi sembrano ormai disposti a sopportare) ha trovato sponda nel mugugno e nelle divisioni di governanti e amministratori in polemica tra loro. Non un bello spettacolo, nel bel mezzo di un´emergenza severa ma non così catastrofica quanto parrebbe da una rappresentazione mediatica parecchio enfatica, che aggiunge metri d´ansia ai metri di neve. Nevicate del genere accadono due o tre volte per secolo, sono dunque a memoria d´uomo, e ogni generazione può confrontarle tra loro, rievocarle, raccontarle. Portano isolamento, lentezza, difficoltà logistiche, qualche dramma (gli anziani infartuati mentre spalano la neve, i malati che non possono avere soccorso), ma anche coscienza della potenza indomabile della natura, e coesione sociale tra chi si porta reciprocamente aiuto e conforto. Non per caso, mentre il racconto dei grandi terremoti e delle grandi alluvioni è soprattutto un racconto di morte e disperazione, quello delle grandi nevicate è più mite, più rassegnato. Fanno parte del racconto e dell´epica di ogni comunità, la grande nevicata del ´29, quella dell´85, quella del ´12 che è la nostra e rischia di passare alla storia, purtroppo, soprattutto per l´acidità scomposta delle reazioni, e per l´impreparazione complessiva della mano pubblica. Disabituata, anche lei, a tenere in mano una pala.