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 2012  febbraio 06 Lunedì calendario

Confindustria, la "sedia elettrica" – Non c’è solo la sfida tra Alberto Bombassei e Giorgio Squinzi nella corsa per la conquista del vertice della Confindustria

Confindustria, la "sedia elettrica" – Non c’è solo la sfida tra Alberto Bombassei e Giorgio Squinzi nella corsa per la conquista del vertice della Confindustria. Questa volta c’è di più. Ci sono battaglie che si intrecciano, questioni che si mischiano, alleanze che si formano, legami che si rompono, cacicchi che si muovono, veti che si annullano, acrobazie politiche, scalate impossibili. C’è una Confindustria pesante, senza più la Fiat (deus ex machina e forse anche di più, per tanti decenni), che fa ancora fatica a guardare al futuro, al di là dei proclami di rito, scontati nelle assemblee e nei convegni per attirare l’attenzione o incassare l’applauso. Preferisce il passato, la Confindustria. I tempi andati ancorché gloriosi, ingialliti e qualche volta pure in bianco e nero. Preferisce i suoi bizantinismi. E il sintomo dell’invecchiamento sta anche nella carta d’identità dei due candidati forti, entrambi over 65. Bombassei e Squinzi sono due esempi imprenditoriali, sia chiaro. segue alle pagine 2 e 3 Aziende familiari (quotata la Brembo, non la Mapei), multinazionali dai fatturati pesanti, innovative, moderne, competitive, giovani nella componente lavoro. Dunque, nulla da dire sulla loro capacità industriale. Anzi. Ma il fatto che all’alba del 2012, dentro la più grave recessione dal ’29, mentre si ricostruiscono gli equilibri mondiali della produzione, quando l’Europa riscrive il suo destino e l’Italia senza più politica ricerca una via d’uscita al suo ventennio perso, la classe industriale italiana si affidi a due esponenti che hanno già trascorso lunghi anni all’interno del sistema confindustriale con incarichi di primissimo piano, qualcosa deve pure dire. Può essere la conferma della solidità della tradizione, dell’istituzione che regge di fronte a qualunque tempesta; oppure il segnale del ripiegamento, del disincanto, della rinuncia a svolgere un’azione di leadership. E che in fondo quest’ultima sia l’opzione più gettonata lo si ricava dalla lettura del programma in dieci punti con cui Bombassei, rompendo l’ipocrita consuetudine secondo cui bisogna aspettare la chiamata per scendere in campo, si è candidato al dopo Marcegaglia. Scrive Bombassei: «Non possiamo nasconderci che anche noi, come l’intero Paese, siamo invecchiati e sotto molti aspetti rischiamo di non essere più uno tra i principali attori del rinnovamento. Il tramonto delle logiche concertative, la crisi della politica, lo stallo che vive il Paese da troppi decenni, il sopravvivere di logiche profondamente avverse al mercato o, ancora, l’incapacità di attuare riforme. Un quadro di riferimento profondamente negativo nel quale, nostro malgrado, siamo parte». Bisogna avviare la «rifondazione» di Confindustria, conclude Bombassei. Ma intanto si procede con i vecchi riti. Sono stati nominati i saggi (Luigi Attanasio, Antonio Bulgheroni, Catervo Cangiotti) che il 22 marzo porteranno i risultati della consultazione alla Giunta, il parlamentino confindustriale dove ogni testa vale un voto, mentre nei criteri della rappresentanza assembleare prevale il peso dei contributi versati. Spetta alla Giunta designare il presidente che sarà votato dall’Assemblea. E all’esame della Giunta arriverà chi avrà ottenuto almeno il 15 per cento dei consensi. Oltre Bombassei e Squinzi, in corsa c’è anche Andrea Riello, che di anni ne ha cinquanta, ed è il candidato del Veneto. E proprio qui, domani, a Venezia, ci sarà il primo confronto all’americana tra i tre candidati. Tutto a porte chiuse, ma certo una novità. Il Veneto avrà un ruolo importante in questa disputa. A meno di clamorose sorprese, Riello non ha i voti per arrivare fino in fondo alla corsa anche se nella riunione dell’ultima Giunta si dice sia stato il più brillante dei tre nell’illustrare il programma. I veneti si divideranno, come sempre. I più andranno con Bombassei. Vicenza, Verona, Treviso sembra che siano già con il patron della Brembo. Il nord est chiede discontinuità e Bombassei sta facendo la sua campagna elettorale nel segno della svolta. Ma questo è anche un paradosso, uno dei tanti di questa disfida. Perché Bombassei è al vertice di Viale dell’Astronomia da ben otto anni, prima come vice di Luca di Montezemolo, poi con la Marcegaglia. E’ vero che con quest’ultima non si è mai preso e che nei fatti è stata la presidente a gestire in prima persona tutte le partite con i sindacati, ma la voce critica di Bombassei è stata piuttosto flebile. Anche nelle riunioni di Giunta e del Direttivo l’ingegnere di Bergamo ha lasciato sempre tutta la scena alla Marcegaglia. Discontinuità, si diceva. Pure nelle relazioni industriali. Bombassei, l’uomo che in Federmeccanica (anche qui doppio mandato) ha inaugurato la stagione dei contratti senza la Fiom, ha scelto una strategia di rottura: basta con la concertazione, basta con la difesa dell’esistente, basta con la logica dei veti conservatori, basta con la centralità del contratto nazionale. Basta anche con l’articolo 18. Una linea vincente in alcune aree, meno in altre. Il nocciolo duro dei sostenitori di Bombassei sta in Piemonte, nel bergamasco, in parte nel bresciano e nel varesotto. Bombassei ha l’appoggio di Luca di Montezemolo (è stato lui a convincerlo a candidarsi), quello di Franco Bernabè (Telecom), di Marco Tronchetti Provera (Pirelli). Forse di Diego Della Valle che, però, continua a guardare con distacco le baruffe di Viale dell’Astronomia. Bombassei è l’unico della squadra uscente che ha mantenuto i contatti con Sergio Marchionne. D’altra parte è membro del cda di Fiat Industrial, società fuori dal perimetro confindustriale al pari Ntv (i treni veloci in concorrenza con il Frecciarossa) di cui possiede una quota del 5 per cento. Contraddizioni, anche queste. Squinzi è l’uomo della continuità. Dovrebbe avere con sé la maggioranza dell’Assolombarda, la struttura territoriale più rappresentativa. La storia dice che diventa presidente della Confindustria solo se si hanno i voti dei milanesi. Con lui c’è la Federchimica che ha guidato per un periodo lunghissimo. Lì ha firmato una serie di contratti nazionali, anche innovativi, senza scontrarsi con la Cgil. Ma che mai sono piaciuti (per via dei costi) all’Eni di Paolo Scaroni che, per ora, pare sostenga Bombassei. Con il rischio, però, di ritrovarsi in minoranza in Assolombarda (presidente Alberto Meomartini, manager del gruppo petrolifero) che per l’Eni è un po’ come (ancora adesso) la Confindustria di Torino per la Fiat, alla quale, non a caso, Marchionne continua a pagare le quote associative. Grandi elettori del patron della Mapei sono pure i costruttori dell’Ance guidati da Paolo Buzzetti, gli industriali della moda, e l’Unindustria di Roma e Lazio presieduta da Aurelio Regina che ha tessuto una rete fittissima di relazioni e che, nel caso, dovrebbe entrare a far parte della prossima squadra di Viale dell’Astronomia. Anche Luigi Abete si è schierato con Squinzi rompendo, da questo punto di vista, il sodalizio con l’amico Montezemolo. Il Sud (Ivan Lo Bello e Cristiana Coppola) e la Piccola di Confindustria di Vincenzo Boccia sono per la continuità. Senza passione è schierato pure il costruttoreeditore Francesco Gaetano Caltagirone. Sono divise la Federmeccanica, l’Emilia Romagna e la Toscana. Squinzi, sostenuto dalla Marcegaglia, è amico personale di Fedele Confalonieri e più di una volta Silvio Berlusconi (li unisce la passione per il Milan) pensò a lui come il candidato ideale per la Confindustria. Ora le cose sono cambiate. Il Cavaliere non pensa più a Confindustria. Si dice che l’ex ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, abbia insistito con Berlusconi perché sostenesse Bombassei con l’idea di un rapporto tra Confindustria e politica all’insegna del collateralismo. Ma nulla di questo interessa ormai il Cavaliere. Le cose sono cambiate. Dietro le quinte Sacconi fa campagna per Bombassei. Dalla stessa parte il "falco" Guidalberto Guidi, che sostengono i maligni punterebbe ad una vicepresidenza per la figlia Federica, già leader dei Giovani. Poi c’è Stefano Parisi, il braccio destro di Antonio D’Amato ai tempi dello scontro con la Cgil di Sergio Cofferati, ora presidente della Confindustria Digitale. Un’alleanza eterogenea che preoccupa il Pd. Sì, perché tutta la politica (non solo Sacconi) guarda con attenzione a ciò che potrebbe accadere in Viale dell’Astronomia. L’Unità, qualche giorno fa, ha chiesto a Montezemolo e al suo think tank "Italia Futura" che cosa c’entrino con Sacconi e Parisi. E proprio contro le supposte ambizioni politiche di Montezemolo anche Pier Ferdinando Casini, leader dell’Udc, pare sia dalla parte di Squinzi. Destra e sinistra che non sono quasi mai contate nulla nei giochi confindustriali. La partita è in mano agli uomini dei numeri, una specie di variante degli uomini delle tessere quando nella prima Repubblica la conta nei partiti si faceva nelle lunghe notti dentro i congressi. Dicono che Squinzi abbia almeno 120 voti sicuri sui 193 a disposizioni in Giunta. Ipotesi che chi sta con Bombassei non condivide affatto. C’è la campagna elettorale che può cambiare tutto. Accadde anche ai tempi dello scontro tra Carlo Callieri e Antonio D’Amato. Troppi protagonisti sono gli stessi di allora.