Massimo Giannini, la Repubblica Affari e Finanza 06/02/2012, 6 febbraio 2012
LA PASTORALE AMERICANA DEL REVERENDO MARCHIONNE
Il dubbio c’è sempre stato. Adesso è diventato una certezza. Nel matrimonio del secolo tra Fiat e Chrysler non siamo stati noi a salvare loro, ma loro a salvare noi. Lo confermano i numeri del consolidato 2011. Su un fatturato in crescita a 59,9 miliardi, un utile della gestione ordinaria di 2,3 miliardi e un risultato netto di 1,6 miliardi, l’effetto Detroit è decisivo. Con un apporto di 1.345 miliardi, Chrysler pesa per oltre metà dell’utile di gestione dell’intero 2011. E nell’ultimo trimestre dell’anno, su un fatturato complessivo di 19,6 miliardi e un utile di gestione di 765 milioni, l’impatto Chrysler contribuisce per quest’anno rispettivamente per 11 miliardi e per 639 milioni. Se non ci fosse l’amico americano, e al netto dei dati di Ferrari e Maserati, il Lingotto avrebbe chiuso i conti in rosso. E le previsioni sono ancora più chiare, sullo squilibrio che esiste tra le due sponde dell’Oceano. Su ricavi complessivi stimati in 77 miliardi, Chrysler da sola incide per 50 miliardi. Su un utile operativo previsto tra i 3,8 e i 4,5 miliardi, la quota Chrysler vale ben 2,3 miliardi. Mentre l’America ha ripreso a correre, la Fiat ha un drammatico problema in Europa, e un problema addirittura tragico in Italia. In Europa, nell’ultimo trimestre 2011, la real casa torinese ha chiuso i conti auto in rosso per 15 milioni. In Italia, con un gennaio che fotografa il peggior dato sulle immatricolazioni negli ultimi 20 anni, il marchio Fiat perde il 17,6%, Alfa Romeo il 33,3 e Lancia il 2,3. Nel complesso, il Lingotto ha purtroppo sostanzialmente fallito la scommessa sui volumi. Insieme a Chrysler avrebbe dovuto raggiungere una massa critica di oltre 4,5 milioni di auto, e non arriverà nemmeno a 4 milioni. Da sola avrebbe dovuto sfondare la soglia delle 2,7 milioni di auto vendute, mentre quest’anno arriverà a stento a quota 2 milioni. E la colpa è tutta italiana. In questo salvataggio al contrario, quello che stupisce è ancora una volta la reazione di Marchionne: «Nel 2011 ha riconosciuto il ceo l’intero utile netto del gruppo Fiat è venuto da Chrysler. Non ho intenzione di lasciare che questa situazione assurda vada avanti. Chrysler non può continuare a tirare la carretta da sola». In queste parole stizzite si colgono due anomalie. La prima: Marchionne sembra un passante, o tutt’al più un azionista che chiede conto ai suoi manager, e non come il capo azienda responsabile delle scelte e dei risultati. La seconda: Marchionne sembra più l’ad di Chrysler, che canta e porta la croce, che non il chief esecutive dell’intero gruppo, che deve governare il bilanciamento di tutte le attività, da Torino a Detroit. La verità è che, com’era prevedibile, c’è ben poco da bilanciare. Quella del reverendo Marchionne, che al maglioncino casual accompagna una barba pensosa, è ormai una pastorale americana.