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 2012  febbraio 06 Lunedì calendario

Carissimi professori della filosofia pop, studiate da Fantozzi - Che succede alla filoso­fia dopo che i filosofi hanno certificato il suo decesso? Con esempla­re masochismo, i filosofi hanno di­chiarato morta la propria materia di studio

Carissimi professori della filosofia pop, studiate da Fantozzi - Che succede alla filoso­fia dopo che i filosofi hanno certificato il suo decesso? Con esempla­re masochismo, i filosofi hanno di­chiarato morta la propria materia di studio. In principio furono Fou­cault e Derrida, Marcuse e Lyo­tard, e ciascuno a suo modo decre­tò finita la filosofia. Era ingom­brante il peso dei filosofi forti, da Heidegger a Gentile, e si pensò di puntare sulla leggerezza e l’infon­datezza. Da noi, finite le filosofie della rivoluzione, si tentò il com­promesso col pensiero debole di Vattimo e Rovatti. Poi cos’è successo? Che la filo­sofia sfuggita ai circuiti chiusi è en­trata nel grottesco. A quel punto chi è stato l’estremo erede di Marx, della dialettica servo-pa­drone e del conflitto di classe? Vor­rei dire Paolo Villaggio, in arte Fantozzi, che ha descritto la nuo­va alienazione della piccola bor­ghesia, il suo sfruttamento servile e il suo vittimismo, la grottesca do­minazione dei manager o megadi­rettori. Nessuno meglio di Fantoz­zi ha descritto in modo comico la condizione postmoderna dell’Im­piegato, il nuovo proletario della società consumista di massa, i suoi sogni e le sue viltà. E che dire di Nietzsche finito al cinema, tra Rambo, Superman, gladiatori e al­tri eroi? Chi è stato l’erede grotte­sco della scuola filosofica meri­dionale, vichiani come Cuoco o hegeliani come Spaventa e Cro­ce, per intendersi? Direi Renzo Ar­bore e la sua scuola, in cui fioriro­no filosofi partenopei come De Crescenzo e Pazzaglia, sociologi dell’edonismo come Roberto d’Agostino, poi fondatore del mi­c­idiale sito di metafisica dei costu­mi, il tempio del gossip Dagospia; pensatori surreali come Frassica, Ferrini e Catalano, figure pedago­gico-professorali come Mirabel­la, Marenco e svariati musicologi, oche pensanti e intellettuali mac­cheronici della Magna Grecia. La filosofia di Arbore travisava la vita nella notte, in una visione ironica con tratti goliardico-televisivi e cazzeggi erotico-musicali. Di quel filone Luciano De Crescen­zo fu il filosofo sistematico che ri­passò i grandi autori della filoso­fia in padella pop scanzonata. Ma quella è stata la filosofia di massa che ha inciso sui gusti, i lin­guaggi e il modus vivendi di intere generazioni, rispecchiandole. Fantozzi, Dago e Arbore sono esempi di sociologia dal vivo. Na­turalmente sono paradossi per ca­pirsi. Ora invece ci sono i te­orici della pop filo­sofia, tra cui il brillante Si­mone Re­gazzo­ni che scrive di Pop filosofia o di Pornosofia ; Pedro González Cale­ro che dedica i suoi libri a Rido er­go sum e alla Risosofia ; i filosofi di Twitter, o Irwin & C. che scrive di filosofia dei Simpson o quanti co­me Maurizio Ferraris, filosofo de­gli oggetti, dal telefonino all’iPad, è interprete del postmoderno. Fi­losofo di largo pubblico e alta di­vulgazione è Umberto Galimber­ti, nella titanica impresa di trasfe­rire Heidegger e Severino al pub­blico pop e ai settimanali femmi­nili. Non si contano poi i tentativi di applicare la filosofia ai mari e ai monti, al passeggiare e al cammi­nare, al vino e alla musica pop, al jukebox e al calcio, al cinema, al sesso e al caffè. Da Francesco To­matis a Duccio Demetrio, da Mas­simo Donà a Giancristiano Desi­derio, sono in tanti che in Italia ­con diverso esito, ma solitamente gradevole - portano la filosofia in gita fuori porta. E ci sono festival ad hoc come Popsophia a Civita­nova Marche. Il problema sorge quando i filosofi, per sentirsi vivi, attuali e seducenti, compiaccio­no i mass media, civettano con le mode e il pop. Allora finiscono per essere superati dai veri pop, che in quelle acque sanno naviga­re meglio di loro e con risultati più soddisfacenti. Ai filosofi che fan­no il verso a Dago, Arbore e Fan­tozzi, sono preferibili gli originali. Ma può esistere sul serio una pop filosofia, come la musica, il ci­nema o l’arte pop? Sì, è possibile, anzi è necessaria. Perché si è aper­to un abisso tra il pensare e il vive­re, tra filosofia e sentire comune. La filosofia vale per pochi, intro­versa e ostica ai più; la vita invece è il canto delle emozioni, il concer­to dei desideri e va lasciata ai suoi istinti e piaceri. Non sporcate la fi­losofia con la vita profana e non avvelenate la vita vissuta con l’aci­do del pensiero. La vita corrompe il pensiero, il pensiero corrode la vita. Separiamo separiamo. Così viene fuori un pensiero che non esprime più nulla, anzi per dirla in modo filosofico, un pensiero che pensa il pensiero, che vive e muore di analisi, mai di sintesi, sterile, non combacia con la vita. E dall’altra parte una vita che non pensa più nulla, che vive soltanto, non progetta, non ricorda, non co­nosce, non capisce; usa e abusa. È brutto il divorzio tra vita e pensie­ro, sciogliere la vita dall’intelli­genza. Dove porta? A vite virtuali e pensieri finti; e in entrambi il nul­la. Da qui l’urgenza di un pensie­ro popolare. Ingresso libero, ac­cesso a tutti, bagnare il pensiero nella realtà e poi stenderlo al sole per asciugarlo ai quattro venti. Fi­losofia chiara e fresca, pensieri al­l’aria aperta. E poi, chi capisce ca­pisce. Finora ciò che è culturale, filo­sofico, dev’essere per forza elita­rio, riservato a pochi; e ciò che è popolare è necessariamente ba­nale, se non volgare, rozzo. Inve­ce la più vera, grande cultura, la più bella e verace filosofia, è rivol­ta a tutti; poi ciascuno capirà se­condo il suo grado, la sua inclina­zione e i suoi studi. Il rango si de­termina strada facendo, dal tipo di risposte; non va determinato a priori, dal tipo di domande che in­vece sono universali. Certo, si for­meranno poi le scale, nasceran­no le gerarchie, e sarà un bene. Ma si formeranno in modo natu­rale livelli diversi sulla base del pensiero e non prima, sulla base di caste e saperi a circuito chiuso. E comunque il terreno da cui ger­moglieranno sarà comune, tutti capiranno da dove nasce un pen­siero, ne coglieranno il profumo secondo il loro olfatto perché quel pensiero tocca ciascuno di noi. Filosofia popolare, perché na­scere, vivere, invecchiare, mori­re; parlano di noi, mica solo di lo­ro o di qualcuno. Non escludono nessuno. Il pensiero popolare non deve compiacere le masse ma essere vero e crudo, anche ruvido, quan­do ci vuole. Il pensiero popolare non può amare gli stoccaggi e gli outlet per piazzare merce stan­dard; è un pensiero che si rivolge a tutti e a ciascuno. Pop vuol dire non lasciare il monopolio del lin­guaggio a qualcuno, ridare alla fi­losofia la sua universalità perché il suo genere è umano. Fatelo uscire dalle accademie e dai comitati, il pensiero vuole sta­re all’aria aperta, vuol fermarsi in piazza, sedersi a tavolino, conver­sare con la gente.