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 2012  febbraio 07 Martedì calendario

Gentile a Tripoli Ritorno da eroe tra sogni e ricordi - In fondo anche questa è una storia, piccola, a lieto fine, della Rivoluzione

Gentile a Tripoli Ritorno da eroe tra sogni e ricordi - In fondo anche questa è una storia, piccola, a lieto fine, della Rivoluzione. A Tripoli, il quartiere di Dhara, il quartiere degli italiani: una volta, quando già avevamo ammainato la smunta bandiera del nostro impero, e prima di Gheddafi, il tiranno. È la storia di un ritorno, come tutte le grandi odissee, un ritorno come quello di tanti libici che, dopo la liberazione, hanno ritrovato la loro terra, la loro storia, la casa. Soltanto che questo ritorno parte ancora più da lontano, e in mezzo ci sono gli anni, quaranta, necessari per spiantare un regime tenace come la gramigna e inafferrabile come la sabbia del deserto. Il protagonista è Claudio Gentile, campione del mondo dell’82, ex terzino della Juventus, campione oggi come trenta anni fa perché gli eroi sono gli unici che sconfiggono il tempo; e quella del Bernabeu fu epopea vera e nobile dell’identità italiana. Campione, e soprattutto tripolino, nato qui, in una di queste case che allora si chiamavano «le case degli operai». Non sono case vecchie, semmai sono vive e decomposte e nei muri stinti e nei balconi crepati leggi la vita di chi deve stremarsi ogni giorno, con pazienza da orologiaio, per avanzare nella vita. Allora, quando le abitavano gli italiani, e ora che a viverci sono i libici. Si attruppano attorno alla chiesa di San Francesco, dissacrata e vuota, ma che inalbera ancora la sfida umile e orgogliosa delle sue croci. Gentile ritorna come biglietto da visita di una pattuglia di 40 piccoli e medi imprenditori che la «Società italiana sviluppo & impresa» ha portato, con intelligente lestezza, in Libia per rubare il tempo ai grandi e ai grossi, francesi, inglesi e tedeschi, ora che questo nuovo Paese ha fretta di ricostruire ed è il tempo di ripetere il miracolo paziente tenace e industrioso che ci riuscì nel dopoguerra. Torna perché è in trattative per diventare commissario tecnico della nazionale libica, che anch’essa sogna di purificarsi con virtuose vittorie dalle unghiate maledette che le ha inferto il Gheddafi piccolo, sedicente calciatore. Ma questi motivi non sono tutto. Gentile torna soprattutto per un sogno, ritrovare casa sua, il suo passato, la sua storia. «Nell’82 ricevevo decine di lettere di libici che mi chiedevano di andare laggiù, ché mi avrebbero accolto come uno di loro. Ma allora non potevo a causa della censura del regime neppure rispondere alle loro lettere. E poi nel 2004, quando sembravano tempi nuovi avevo chiesto il visto. C’era un’attesa enorme, sapevo che mi preparavano feste incredibili. Ma il regime disse no, temevano che diventasse un pretesto per andare in strada e protestare». Oggi è davvero qui, a cercare la sua casa, i suoi giorni di bimbo, figlio di coloni arrivati qui, nella «quarta sponda», nel 1938 nell’ultima ondata di speranza innescata da Balbo. Partì con i genitori a otto anni, nel 1961, ancora c’era re Idriss. Gli italiani non erano ancora stati cacciati, sarebbero passati ancora dieci anni, e fu esodo disperato, con la valigia vuota e tanta rabbia, il primo atto dispotico, in fondo, del Gheddafi ancora per poco rivoluzionario anticolonialista e nasseriano. «Ma mio padre diceva che il clima stava cambiando, che non era più come prima per noi, era meglio partire. Poi per me, per i miei la Libia non è diventata un passato da dimenticare, ne seguivamo le vicende terribili, penavamo per loro e con loro». Nella piazza davanti alla chiesa c’è già folla, i balconi brulicano di esseri umani, gente che dimostra una coatta assiduità con l’essere poveri. Un gruppo di ragazzi alza cartelli con le foto del Gentile di allora, di quella partita in cui fermò il divino Maradona, per una notte ridotto a comune mortale, ad un Achille impotente. Irrompe un anziano, in testa il vecchio zuccotto di felpa viola e grida come benvenuto: «Tu sei nato di domenica lo ricordo bene». E sembra che sia vero. Spinge avanti un altro anziano piccolo quasi inghiottito da un antico cappotto spigato che abbraccia Gentile e sorride come un pianoforte aperto. È Kalim, il vicino, l’amico del padre, uscito dal tempo intatto come se l’età e le guerre e le rivoluzioni fossero soltanto istanti. Kalim: che ha lavorato da meccanico per 25 anni «per il signor Mario» e con gli italiani stava benissimo... «Invece Gheddafi quelli sono stati 40 anni da schifo...». Sbuca tra mille mani una foto antica, undici ragazzi in maglia rossa, pettinature gonfie, visi furbi, italiani e arabi in mezzo a loro una grande coppa. Gli spiegano che è la squadra del quartiere vincitrice di un torneo negli Anni Sessanta... «e centravanti era Giuliano, lo ricordi? quello bravo un campione come te». La folla si ingrossa, i clacsoncominciano a fare chiasso, è il finimondo. E forse non applaudono soltanto lui, Gentile. I ragazzi con i cartelli in fondo sono troppo giovani per aver visto le sue partite. Applaudono in lui il tempo perduto, gli anni che sono stati loro rubati da Gheddafi, gli anni di isolamento del mondo, ingoiati dalle strampalate teorie della terza via universale, le partite, i gol che non hanno visto, le gioie smarrite. Perché al calcio il Colonnello ha messo le manette, come un oppositore, un nemico ed è per questo diventato rivoluzionario: il calcio dato in regalo al figlio, quello a cui quando giocava il portiere doveva sempre passare per primo la palla altrimenti erano bastonate, dove a una giornata dalla fine del campionato il club di Bengasi, Bengasi la ribelle, finiva seconda per una decisone arbitrale. Kalim guida il corteo tra le pozzanghere e l’immondizia verso la scuola dove Gentile ha studiato, quella che era scuola italiana. «Lì ho tirato i primi calci con i miei compagni arabi e vincevano dannazione, sempre loro, erano più svelti più maturi più pronti alla vita. Ho studiato l’arabo, c’era una maestra un’ora la settimana e adesso dopo tanto tempo non ricordo nemmeno le parolacce». Si entra nella scuola, nel cortile c’è ancora la campanella che scandiva l’inizio e la fine delle lezioni. Al secondo piano l’aula, i banchi chissà, a vederli sembrano quelli di allora. I bimbi guardano stupiti l’irrompere di quella folla, quel signore che tutti chiamano Claudio e che li invita a studiare per essere degni del loro Paese, e le telecamere, le bandiere. Compunti intonano l’inno della nuova Libia: «Abbiamo spezzato le catene e adesso siamo liberi». Gentile se ne va, Kalim lo segue soddisfatto come per un figlio ritrovato; poi, con gli occhi furbi mi dice: «Sai, io in realtà faccio il tifo per il Milan, ieri mi sono incazzato perché non siamo andati tanto bene... Ti stupisci? Gioca Seedorf, un “vecchio”».